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Giosuè Calaciura - Pantelleria

Pantelleria_particolare
PANTELLERIA
Una calligrafia nervosa di liquidi e di venti

Chi ha appiccato il fuoco nei boschi di Pantelleria non ha voluto bruciare solo alberi e coltivazioni nell'interesse di pochi. Ha fatto di più e di più grave. Ha voluto ribadire che la maledetta ipoteca così pesante sulle spalle dei siciliani grava anche su quelle dei panteschi che in secoli di fatica, di sudore, di intelligenza hanno dimostrato che dalla marginalità, nello sprofondo del Mediterraneo, è possibile immaginare un futuro di affrancamento dai ricatti. È possibile essere industriosi e liberi. Pantelleria è stata colpita perché ha saputo immaginare un futuro di dignità, di lavoro, di bellezza senza ipoteche. Senza chiedere niente a nessuno, senza mezze parole, senza ammiccamenti e scorciatoie. Per questo ho scritto un libro su Pantelleria. Perché l'utopia sudata, giusta e possibile dei panteschi, per contagio potesse diventare l'utopia dell'affrancamento di tutti i siciliani. Un abbraccio ai panteschi.
Giosuè Calaciura


Pantelleria

Giosuè Calaciura in Pantelleria. L'ultima isola ci accompagna tra cuddìe e sentieri scavati nella roccia, tra jardini e vitigni di Zibibbo. Scopriremo in queste pagine che Pantelleria non è solo l’isola dei vip che hanno acquistato terreni e ristrutturato antichi dammusi, non è soltanto l’isola delle lunghe vacanze estive, immersioni e mondanità. Pantelleria è storia, archeologia, agricoltura, lavoro durissimo nei vigneti oggi protetti dall'Unesco.



L’ isola è una scrittura, agitata di inchiostro magmatico raggelato in pantelleriti e cossiriti, chimica minerale del vulcano che è anche un prontuario di geologia universitaria. È una calligrafia nervosa di liquidi e di venti, svolazzi di amanuensi nei riccioli aguzzi di lava, smorfie cementate per sempre in un brivido di vapore al contatto del mare, bestiario di animali e incubi di pietra che hanno fatto la guardia per tutto il perimetro dell’isola mostrando bocche spalancate e denti aguzzi, neri, taglienti di ossidiana. Atelier dove Dio, tra errori e orrori, ha progettato e plasmato di lava plastilina i calchi delle Creature da avviare per il mondo.

Pantelleria è un’isola per scrittori. È difficile trovare un ombelico della Terra, largo 8 e lungo quasi 14 chilometri, separato, margine del margine, così battuto dai venti, da autori di carte e altre arti che insicuri, cauti tra una roccia e l’altra, in bilico tra una pietra e un cratere, sdrucciolevoli nelle scarpe inadatte, hanno tentato di fare un bagno nel mare difficile dell’isola. Più di 51 chilometri di costa abbagliante, nemmeno una spiaggia. Truman Capote, ospite estivo in casa di amici, dopo sudore, scorticature, qualche goccia di sangue, finalmente, guardando gli scogli dall’acqua mai tanto sospirata, si lasciò sfuggire: “Una bellezza agghiacciante”. Cesare Brandi, senese, storico, fondatore dell’Istituto centrale per il restauro visitò Pantelleria e ne scrisse nel 1970. Il suo diario sull’isola madre e sulle isole minori, quanta meraviglia di bellezza e quanta preveggenza di degrado, è raccolto in Sicilia mia (Sellerio 1989). Brandi, siciliano per vocazione e per intelligenza, arrivò immediatamente al nodo di Pantelleria: c’è una battaglia in corso.

L’isola, già ambigua per genesi, prima non c’era e adesso c’è, per destino, collocazione geografica e per la politica della Storia, un po’ di qui e un po’ di là, tunisina e siciliana, fenicia e romana, europea e africana, sconta soprattutto una contesa trascendente. Sulle sue stesse carni di pietra si consuma il corpo a corpo tra Satana e Dio. Infernale e di luce, di nero osceno e di soave trasparenza, Pantelleria è un ring arcano. Non è una sfida di fioretto. È un duello titanico, fondativo, tra l’infernale e il divino nella semplice evidenza dei colori della sua geologia, nero antracite, rosso venoso, grigio purgatorio, del suo mare che se su una sponda è placido, sull’altra è nuvola di schiuma e frangenti. È un estenuato faccia a faccia tra la fatica della vita e la semplicità della morte.

Pantelleria non sarà mai un’isola preda del turismo di massa e dei suoi ricatti, dei grandi numeri della villeggiatura mordi e fuggi, degli sbarchi dai traghetti veloci e corsari che vomitano visitatori storditi ed esausti, il tempo di un tuffo, il pranzo di prodotti tipici, lo shopping lungomare di qualche ossidiana e la maglietta con il profilo evanescente dell’isola.

Trapani restaurata e le quasi vicine Egadi, scoperte in televisione con la Coppa America del 2005, isole più caraibiche dei Caraibi ma che in passato sembravano troppo aspre alla vulgata vacanziera, sono riuscite a cambiare il proprio destino aprendosi al saccheggio di agosto. Ma anche al senso di abbandono di settembre quando con le prime nuvole di bambagia da nord arriva l’amara consapevolezza di vivere una stagione soltanto.

Hanno fatto un po’ di soldi a Levanzo, a Favignana, a Marettimo. Il centro storico di Trapani restaurato è un salotto raffinato. La nuova ricchezza delle Egadi si percepisce in quel minimo di ricaduta pubblica, lo stradone una volta d’asfalto adesso di più raffinata pietra, riverniciati i ferri dei lampioni sugli approdi e le banchine, le automobili e i ciclomotori, prima assenti o vietati che si fanno spazio nel centro abitato anche nella minuscola Levanzo. Atterrano elicotteri di nuovi proprietari che hanno acquistato i quarti più pregiati dell’isola.

Le Egadi dall’autunno si cristallizzano, hanno perso le stagioni, appiattite in un agosto perpetuo, chimera dei tour operator, dei villeggianti e degli abitanti, cartolina definitiva di un’illusione in formalina. Le isole da settembre diventano una finzione. No, Pantelleria non lo sarà mai, nonostante il circo degli atterraggi e dei decolli estivi all’aeroporto di Margana, l’elastico sempre troppo lasco tra presenze stagionali e desideri degli allibratori turistici, nonostante il fiorire dei diving e la scoperta del patrimonio enogastronomico. Pantelleria ha ancora tutte le stagioni. La Natura dell’isola urla sotto sforzo, tirata da una parte e dall’altra, sferzata e contesa. Chiunque arrivi per mare o per cielo, avverte la tensione e il contrasto che fanno di Pantelleria un’isola unica nel Mediterraneo, aliena, ma nello stesso tempo capace di rifondare la percezione che abbiamo di questo mare tornato ad essere confine e frontiera, mare tragico, ecatombe per quelli che vengono da sud, rassicurante filospinato liquido per chi lo guarda da nord.

Pantelleria è diversa da tutte le altre per conformazione e sentimento, isola di magnetismi di poli opposti che si respingono, si attraggono, la mantengono galleggiante. Contraddizioni palpabili, a volte sino al rifiuto.

Giosuè Calaciura, Pantelleria. L'ultima isola



Giosuè Calaciura, scrittore e giornalista, è tra gli autori della trasmissione Fahrenheit di Radio Tre.


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