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Francesco De Gregori - Passo d'uomo

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PASSO D'UOMO
Francesco De Gregori si racconta con Antonio Gnoli

Passo d'uomo

Francesco De Gregori si racconta in questo libro per la prima volta, con Antonio Gnoli. La sua vita e il suo mondo emergono in una successione di pensieri, ricordi ed emozioni. L’intima intelligenza delle sue canzoni fa da sfondo alle nostre esistenze intrecciate con la storia italiana. Di seguito, un breve estratto.



ANTONIO GNOLI Ho pensato intorno al modo di definirti artista. E mi chiedo in che senso posso interpretare questa tua condizione. Ai miei occhi lo sei perché hai innovato un linguaggio che si era molto sclerotizzato; hai inoltre creato una combinazione originale tra la parola complessa e il fraseggio musicale, spesso semplice. Trovo straordinario il risultato finale. C’è poi la tua storia, che non chiamerei evoluzione, espressione che mi fa pensare che uno debba sempre migliorare e in realtà uno non migliora, cambia, diventa un’altra cosa pur restando se stesso. E dentro questa tua storia vedo molte cose che avremo modo di affrontare. Intanto però sono queste le ragioni che mi fanno pensare che tu sia un artista e non perché ascolto una tua canzone e dico semplicemente: mi piace. Lo troverei se non offensivo, piuttosto riduttivo.

FRANCESCO DE GREGORI Perché riduttivo? E poi cos’è questa storia dell’innovare? Si innova ovunque. Steve Jobs è stato un grande innovatore, mica per questo si sognava di essere artista. Lenin era un grande rivoluzionario. Si servì degli artisti, ma lui non lo era. Avrò anche fatto la mia piccola rivoluzione musicale. Ma se mi sento artista è perché do a qualcuno qualcosa che in quei tre minuti lo rende felice.

AG Come una puttana.

FDG L’animo di una puttana a volte non è meno nobile di quello di un artista. Siamo tutti un po’ puttane!

AG Come reagisci davanti a chi dice «le tue canzoni non mi piacciono»?

FDG Non è che un’opera d’arte debba per forza piacere a tutti. C’è gente che non ama Fellini. Figurati se deve per forza amare De Gregori! Il mondo è pieno di persone che adorano mangiare negli autogrill, che si entusiasmano per i cinepanettoni.
E ti assicuro che non coltivo nessun pregiudizio verso tali scelte. Poi aggiungo che può capitare che quella persona, che per tutta la vita ha tifato per l’autogrill o per il cinepanettone, passi davanti a un quadro e si emozioni: beh, a suo modo, in quel preciso istante, anche lui è un artista.
Allora cos’è per me la comunicazione? È uno scambio di sensibilità tra persone non necessariamente uguali, è voglia di spendersi senza calcoli né pregiudizi. Anche guardare è, in un certo senso, fare opera, è un desiderio di rinunciare alle proprie difese, agli argini che abbiamo alzato. Al conformismo che incombe. In quel momento lo scambio diventa una specie di dono. Uno scambio non voglio dire sciamanico, ma primitivo, certo. La mia, torno a ripetere, è una posizione profondamente antintellettuale.

AG Che l’intellettualismo abbia prodotto molti guasti mi trova pienamente d’accordo.

FDG Sai, io penso sempre al pastore che guarda la luna e si commuove. In fondo la mia vita è questa: cercare la luna e cercare altre persone che sanno guardarla e commuoversi. È una sensazione recente. Vent’anni fa non ti avrei parlato in termini così perentori, arroganti e chiari. Credo di essere diventato più consapevole delle cose che faccio e di ciò che vorrei ancora fare in futuro.

AG Cosa ha contribuito a cambiarti la percezione?

FDG Un tempo mi sarei vergognato di usare la parola «artista» con tanta convinzione. Pensavo di essere semplicemente dentro un sistema di marketing e di comunicazione. Un sistema più esposto, con meno sfumature, rispetto a chi fa esperienza della letteratura e dell’arte figurativa o del cinema. Poi ho cominciato a ribellarmi.
Una rivendicazione da cortile che di solito mi capita di avanzare quando viene recensito un film come se dovesse essere un’opera d’arte, anche se magari è un film mediocre; oppure quando si parla degli attori, che sono sempre artisti anche quando sono attori mediocri. Ai cantanti non succede mai di essere considerati degli artisti. Se qualche volta mi è accaduto di fare rapide considerazioni fuori dal mio mestiere, fuori dalla canzone e con qualche allusione artistica, la replica è stata: ma chi si crede di essere? Faccia il cantante e non rompa. E questo mi indispone.

AG Mentre parlavi riflettevo sul fatto che proprio la figura del cantante ha subito le trasformazioni più radicali. Oggi le porte d’ingresso alla professione sono completamente diverse rispetto a venti o trent’anni fa. Prima c’erano Sanremo, che pure continua, il Cantagiro, i vari festival. Appuntamenti precisi dai quali poteva avere inizio una carriera.

FDG Per alcuni l’inizio era folgorante. Ti ricordi Bobby Solo? Cantò Una lacrima sul viso e il giorno dopo era già una star. Oggi è cambiato il format. Ma le occasioni sono sempre le stesse. Quello che conta è il passaggio televisivo.

AG La formazione dei nuovi cantanti oggi avviene grazie a contenitori come X Factor o nel programma della De Filippi o in spazi analoghi. La mia impressione è che, nella fase odierna del mercato, chi decida di fare il cantante deve affrontare strategie molto più forti.

FDG Non è che ne sappia molto. Purtroppo per me il tempo della gavetta è acqua passata!

AG Non hai l’impressione che sia cambiato radicalmente il modo di reclutare i cantanti?

FDG No, forse sostanzialmente no. Cambiano i format, ma il meccanismo di ingaggio è lo stesso. Quando ho iniziato io a fare questo lavoro, e insieme a me i cantautori emergenti di allora, ti parlo di Antonello Venditti, Renato Zero, Edoardo Bennato, ebbene tutti noi, chi più chi meno, fummo percepiti come animali atipici. Io e Venditti tendevamo a rifiutare la televisione. Forse per un fatto di stile ci tenevamo alla larga da Sanremo. Però è anche vero che le strategie di marketing già allora erano molto aggressive. Le case discografiche investivano anche in ragione del fatto che un cantante avesse una bella faccia o una voce che potesse piacere alle ragazzine. Sentivo fare questi ragionamenti per poi accorgermi che erano in larga parte sballati.

AG Perché?

FDG Perché alla fine l’unica cosa che davvero contava era il cantante. Anche il più sprovveduto era quello che portava la barca. Gli altri remavano, investivano e disinvestivano. Si agitavano. Come di solito accade nel mondo dello spettacolo. Ma è il cantante il perno di tutto. E può succedere che venga lasciato solo. Perché arriva il momento in cui il successo ti volta le spalle. Però se tu hai qualcosa da raccontare, continui a farlo. Lo fai, voglio dire, anche alla luce di un successo effimero, cui seguono dieci anni di apnea e di frustrazioni. Lo so che non è facile reagire. Ma devi avere questa forza e la gioia di cantare anche davanti a trenta persone. E se ce l’hai, allora dimostri che le tue spalle sono forti e la tua coscienza tranquilla.
Lo vedo anche tra i miei amici artisti. Alcuni di loro sono famosi e vendono; altri invece devono faticare. Il successo non li ha baciati. Ma continuano a fare il loro lavoro. Sono felici. Nessuno gli rimprovera nulla e loro non si rimproverano nulla. Le loro canzoni esistono. Senza che per questo debbano sentirsi artisti di serie B.

AG Si potrebbe obiettare che è facile fare questo discorso quando hai successo e sei seguito dal pubblico, dalla stampa, dai festival. recenti dell’ultimo disco di inediti Sulla strada.

FDG Se è a me che ti riferisci ti dico allora che non è che la mia carriera sia stata esente da insuccessi, non è che non abbia subito gli alti e bassi della vita e non abbia avuto dubbi su che cosa andassi facendo. Nondimeno, dentro queste frustrazioni e perplessità vi era anche la certezza di un lavoro ben svolto. Ho iniziato a fare questo mestiere da dilettante. Il mio desiderio era di scrivere canzoni in contrapposizione a un mondo musicale allora dominante. Detestavo, con qualche eccezione, la musica italiana di allora, forse con una virulenza che oggi riterrei eccessiva.

Passo d'uomo, Francesco De Gregori con Antonio Gnoli




Francesco De Gregori esordisce sul palcoscenico del Folkstudio alla fine degli anni ’60. Il suo primo successo è Alice nel 1973. In una carriera lunga più di quarant’anni seguono canzoni come Rimmel, Generale, Viva l’Italia, La donna cannone, fino alle più recenti dell’ultimo disco di inediti Sulla strada.

Antonio Gnoli è stato a capo delle pagine culturali di “Repubblica”, giornale con il quale continua a collaborare.


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