Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

Giorgio Van Straten - Storie di libri perduti

dettaglio di copertina: Storie di libri perduti

IL PARADISO DI MALCOM LOWRY
Nove anni di lavoro in fiamme


Storie di libri perduti


La ricerca di una perfezione irraggiungibile, circostanze ambientali e storiche avverse, la censura e persino l’autocensura, la volontà degli eredi: i motivi che portano alla perdita dei libri sono i più diversi. Storie di libri perduti, di Giorgio Van Straten, racconta otto storie di libri che c’erano e non ci sono più: non sono libri dimenticati oppure libri pensati dall’autore e mai nati, sono quelli che l’autore ha scritto, che qualcuno ha visto, magari ha anche letto, e che poi sono stati distrutti o dei quali non si è saputo più niente. Un viaggio che va dall'Inghilterra di Byron alla Francia di Hemingway. Qui sotto un estratto dalla storia di In Ballast to the White Sea di Malcom Lowry:


Il paradigma dell’artista maledetto è duro a morire. Molti continuano a pensare che una vita sregolata, piena di eccessi e avventure, costituisca la base su cui un talento può costruire chissà quali meraviglie. Basti pensare ai musicisti – a quelli jazz soprattutto, ma poi anche a quelli rock degli anni Sessanta e Settanta –, che in molti casi erano convinti che la marginalità fosse più interessante di una vita borghese, che bere e drogarsi avessero un effetto positivo sulla propria creatività, salvo poi accorgersi che era l’esatto contrario e che ai primi momenti di euforia e apparente espansione della loro inventiva seguiva la depressione, l’intontimento, la dissoluzione fisica.

Quante storie di questo tipo si potrebbero raccontare, da Bix Beiderbecke a Charlie Parker, da Janis Joplin a Jimi Hendrix. Questo vale anche per gli scrittori, perché spesso il racconto della loro vita avventurosa ha finito per sovrastare la loro capacità letteraria, e la fama ha raggiunto autori che in realtà non la meritavano.

Al di là dei luoghi comuni, quelle vite sregolate e assurde spesso hanno avuto conseguenze negative sulle opere di chi le conduceva, non solo per la difficoltà di darsi ordinati ritmi di lavoro o di concludere quello che si era iniziato, ma anche perché, dentro quella totale confusione, perdere o danneggiare i propri testi era relativamente facile. Chi ha una tendenza a distruggere se stesso, spesso contribuisce a distruggere anche le proprie cose.

A questa categoria di artisti maledetti parrebbe iscriversi anche Malcolm Lowry, il cui smodato ricorso all’alcool è entrato nella leggenda e viene ritenuto spesso intimamente legato al suo stesso stile letterario. Io, però, sono convinto che da parte sua non ci sia mai stata l’idea che la dipendenza servisse a scrivere meglio. Al contrario, tutto quel bere nasceva da una sofferenza esistenziale che si portava dietro sin dall’adolescenza (aveva cominciato a ubriacarsi dall’età di quattordici anni) e lo scrivere era la battaglia quotidiana contro quella terribile e incoercibile abitudine. Ma certo una tendenza distruttiva, oltre che di sé anche delle proprie opere, fa indubitabilmente parte della sua difficilissima esistenza.

Di Malcolm Lowry abbiamo due libri pubblicati quando era in vita: Ultramarina e Sotto il vulcano, unanimemente considerato il suo libro migliore e un capolavoro in assoluto. Alcuni altri testi sono stati pubblicati postumi ricorrendo a materiali non finiti, a prime stesure alle quali avrebbero dovuto seguirne altre. Ma un romanzo, del quale si favoleggia fosse arrivato a contare oltre mille pagine, il cui titolo era In ballast to the White Sea, quello invece pare sia andato definitivamente perduto (del «pare», darò conto alla fine di queste pagine).

Malcolm Lowry era nato nel 1909, figlio di un ricco commerciante di cotone. La sua vita appare sin dall’inizio segnata dall’oscillazione fra il compiacere la famiglia (a quindici anni vinse il campionato nazionale juniores di golf, poi si iscrisse a Cambridge come desiderava a sua madre, né smentì la volontà paterna di farlo entrare nella ditta) e una voglia di indipendenza e distacco che lo portò a imbarcarsi come semplice marinaio su una nave mercantile.

Fra l’altro, fu durante uno dei suoi viaggi che conobbe a Oslo il poeta Nordhal Grieg, una strana figura di stalinista norvegese, che fu la fonte di ispirazione per il suo primo romanzo Ultramarina. Qualcuno per la verità sostiene che il libro fu un vero e proprio plagio dell’opera poetica di quell’autore, come del resto ammise lo stesso Lowry in una lettera a Grieg:


Molto di Ultramarine è una parafrasi, un plagio, o una parodia di quanto scritto da te.


Tra una bevuta e l’altra Lowry era riuscito a perdere anche quel primo romanzo, o meglio qualcuno glielo aveva rubato insieme a una valigia buttata sul sedile della decappottabile del suo editore davanti a un bar. Per fortuna un amico, che gli aveva battuto a macchina l’ultima versione del romanzo ed evidentemente sapeva con chi aveva a che fare, gli restituì la copia carbone che aveva recuperato dalla spazzatura della casa di Lowry.

Dopo essere tornato in Inghilterra e aver concluso gli studi universitari a Cambridge, Lowry fuggì di nuovo, stavolta nell’Europa continentale: in Spagna conobbe la scrittrice Jan Gabrial che sposò nel 1934 a Parigi e con la quale visse in Messico e negli Stati Uniti (questi continui spostamenti sono l’ennesimo segnale della sua ingestibile irrequietezza).

Malcolm e Jan si amavano moltissimo, ma alla fine lei decise di lasciarlo, perché, come sostenne anni dopo, la vita con Lowry era impossibile a meno di non essere una via di mezzo fra una mamma e un’infermiera, e Jan non si considerava nessuna delle due cose. Una storia breve, la loro: era già finita nel 1937. Eppure, dal lutto di quella perdita, Lowry non si sarebbe più ripreso: come si capisce bene leggendo Sotto il vulcano, era lei il vero amore della sua vita.

Nel 1938 Lowry, che era rimasto solo dopo che Jan era scappata con un altro, lasciò il Messico (per essere più precisi: venne espulso) e andò a Los Angeles, sempre lacerato fra scrittura e alcolismo. Lì viveva in un albergo che il padre aveva iniziato a pagare direttamente quando aveva scoperto che Lowry spendeva in bevute tutti i soldi che lui gli inviava. Fu a Los Angeles che conobbe la sua seconda moglie Margerie Bonner, un’aspirante scrittrice che da bambina aveva lavorato nel mondo dei film muti come attrice e che si occupò di lui per il resto della vita con quella dedizione che la Gabrial non gli aveva concesso.

Da Los Angeles si spostarono a Vancouver (dove Margerie lo raggiunse per portargli il dattiloscritto di Sotto il vulcano che Lowry, tanto per non smentirsi, aveva dimenticato in California) e poi in un minuscolo paesino della Columbia Britannica: Dollarton, dove vissero in una sorta di capanna, senza luce e acqua corrente, dal 1940 al 1954.

Sarà proprio quella capanna ad andare a fuoco nel 1944 e nell’incendio brucerà l’unica copia esistente di In ballast to the White Sea, al quale Lowry aveva lavorato per nove anni: uno sforzo e un impegno tali che lo scrittore non pensò mai di poter riuscire a scriverlo di nuovo.

Giorgio Van Straten, Storie di libri perduti



Giorgio van Straten dirige l’Istituto Italiano di Cultura a New York ed è uno dei direttori di “Nuovi Argomenti”.


{disqus}

Seguici in rete

facebook twitter youtube telegram
newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su