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Luigi Nacci - Viandanza

dettaglio di copertina: Viandanza, di Luigi Nacci

VIANDANZA
Scoprire un altro modo di stare al mondo

Viandanza

Negli ultimi 10 anni oltre 110 mila italiani hanno percorso a piedi la via per Santiago. In compagnia di Luigi Nacci, fondatore del Festival della Viandanza ed esperta guida della Compagnia dei cammini, scopriamo in Viandanza un altro modo di stare al mondo: il pane si divide, le porte non si chiudono, le cose di cui si ha bisogno sono poche, le relazioni non sottostanno al potere e al denaro, ogni gesto è gratuito e ogni speranza ha di fronte a sé una strada aperta. La viandanza diventa uno straordinario modo per conoscere anche se stessi. Qui un estratto dal libro: 


Al centro del buio

Era la sera di un giorno di festa. Tu eri in casa alle prese con l’agenda della settimana che ti avrebbe atteso, la consueta settimana feriale in cui i martedì si mescolano con i giovedì, in cui tutto è uguale. Dimmi: chi o cosa avevi festeggiato, e come? Nella festa si sorride molto, poi si ride, spesso si danza, si canta fino a perdere la voce, si perde la voce insieme agli amici, e ci si scorda del tempo, ci si scorda di sé, dell’inizio e della fine delle cose, è tutto un fluire incessante di atomi che sbattono gli uni contro gli altri, un battersi che è più vicino allo sfiorarsi che al colpirsi, e quegli atomi hanno una direzione determinata: la festa. La festa accade se non si è soli, se si sta insieme, e se si sta insieme in un determinato modo.

Era quindi la sera di un giorno di festa, quella in cui ti accingevi a disperarti dinnanzi alla tua agenda? O era soltanto l’epilogo anonimo di una giornata che, secondo il calendario, sarebbe dovuta corrispondere a una festa? Eri lì, disteso sul letto, accendevi e spegnevi la luce dell’abat-jour, ti giravi e rigiravi tra le lenzuola, prendevi un libro, ne leggevi con scarsa attenzione le prime righe e lo riponevi sul comodino, lo riprendevi e lo riponevi, e c’era una musica che veniva da lontano, da molte estati addietro, c’era un’aria strana nell’aria, tu eri lì ma non del tutto, e la parte di te che era lì avrebbe voluto essere altrove. Qualsiasi cosa facessi non trovavi pace.

Se fosse stata la sera che segue una giornata di festa, ti saresti addormentato all’istante. Invece no. C’era la persona con cui dividi da tempo la tua vita, accanto a te, dormiente come di un sonno secolare, con il suo respiro di faggio, di estesa faggeta all’ombra della quale tutto tace e tacendo svolge il suo corso, eppure tu, nella faggeta, ansavi, cercavi la luce oltre le fronde, cercavi lo stagno in cui si abbeverano i cervi, la radura in cui si rincorrono i caprioli, un salto dietro l’altro, una corsa verso la salvezza. Che senso hanno i miei giorni?, hai pensato. I talenti che ho, che faccio finta di non vedere, come ho potuto disperderli?

Tutto questo peso che sento, in quanto tempo l’ho accumulato, e perché ho consentito che si formasse, perché non mi sono opposto ad esso? Tutto il tempo che ho perduto, come potrò riaverlo, a chi dovrò chiederlo? Le domande erano lì, palpabili, sui palmi sudati delle tue mani, erano spietate. Ed è allora che hai capito che non era possibile tornare indietro, che qualsiasi decisione avessi assunto, avresti perso qualcosa o qualcuno, o entrambi.

Hai inspirato, trattenuto il respiro per tre, quattro secondi, hai espirato, prima col naso, poi con la bocca, e ti sei reso conto che tutta l’aria che usciva subito dopo rientrava. Prendevi ossigeno, rilasciavi anidride carbonica. Ti sei reso conto, insomma, che nulla andava perso, che anche tutto quello che ti accingevi a perdere nella tua vita imminente, in un modo o in un altro, sarebbe tornato a te trasformato.

Entrare nei muri

Cos’erano, le due, le tre della notte? Qualsiasi ora fosse, sapevi che molte ore ti separavano dall’ultimo sole e altrettante ti avrebbero separato dal successivo, che eri al buio, precisamente al centro del buio. Come si sta al centro del buio? Ricorda. Ti sei alzato, facendo meno rumore possibile, sei scivolato sul parquet con la cautela del fuggiasco o del soldato che sta per sortire un assalto di cui ignora l’esito, hai guadagnato il corridoio, sei entrato nella stanza del computer. Era in stand-by, perché non lo spegni più, come se quello stato di veglia elettronico ti fosse fratello, sempre all’erta, né spenti né accesi, pronti a qualcosa che potrebbe accadere.

Ti sei seduto, ti è bastato sfiorare il mouse e la ventola ha ripreso a girare, lo schermo si è illuminato di quella luce che non è vera luce, sei entrato in internet, è apparsa davanti ai tuoi occhi semiaperti la grande pagina bianca, la luminescente pagina bianca, il motore di ricerca che tutto trova. Hai digitato due parole: cambio vita. Hai schiacciato “enter”: mollo tutto, come cambiare vita in dieci mosse, in tre mosse, in una mossa sola, cambio casa cambio partner cambio luna e quartiere, cambio tutto, duecentomila risultati, una catastrofe.

È stato all’incirca al duecentesimo risultato che è apparsa, come un’epifania, una parola che ti aveva sfiorato alcune volte negli anni, e a cui non avevi mai dato rilievo: Santiago. In quel momento si è aperta prima una porta, poi due, quindi a decine, porte dalle forme inusitate, linee di cui non supponevi l’esistenza. Santiago! La scoperta della geometria. Scorrendo le pagine riuscivi a raffigurarti nitidamente migliaia di persone che transitavano attraverso porte triangolari, sferiche, a tre dimensioni, porte strette come crepe nei muri, e le persone coi loro zaini ingombranti ci passavano come se niente fosse.

Come facevano a entrare nei muri? Cosa c’era dall’altra parte, come fare per arrivarci? Furono ore di ricerche matte, letture di diari sgrammaticati, fotografie poco aggraziate che ritraevano sentieri su altipiani disabitati, sempre le stesse strade sterrate tra i campi di mais e girasoli, le stesse foto di scarpe sporche in mezzo a piazze di paesi in rovina, foto di esseri umani giubilanti, abbracciati tra di loro dinnanzi a facciate di chiese spoglie e secondarie, foto tutte uguali di ombre scure ma non cupe, foto di scarponi e di sandali che si staccavano da terra per tracciare traiettorie nel paesaggio, foto di vivi. Esseri viventi, vivissimi, mentre tu eri abituato da troppo tempo alle foto dei morti, dei moribondi, dei semivivi.


Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.

Per la prima volta vedrai i pori schiudersi

come musi di pesce e potrai ascoltare

il mormorio del sangue nelle gallerie

e sentire la luce scivolarti nelle cornee

come lo strascico di un abito; per la prima volta

avvertirai la gravità pungerti

come una spina nel calcagno

e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.

Ti prometto di renderti talmente vivo che

la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,

che le sopracciglia diventeranno due ferite fresche

e ti parrà che i tuoi ricordi inizino

con la creazione del mondo.

(Nina Cassian, La tentazione)


Qualcuno ti ha mai promesso di renderti tanto vivo da sentire l’assordante precipitare della polvere? Tu l’hai mai promesso a qualcuno? Quei corpi applicati a varcare le brecce nei muri, uno dietro l’altro, in colonna ma non in ordine, senza il bisogno di abbatterli, i muri, con i loro zaini sulle scapole, ti promisero proprio questo. Non un’altra vita, ma una intensificazione della tua vita. Di questi versi di Nina Cassian e di quelli di altri poeti avremo bisogno nel viaggio che stiamo per affrontare insieme.

Ne avremo bisogno per mappare il mondo che sta al di là del muro, saremo come gli Uomini del Tempo Antico di cui ci parlava Bruce Chatwin, coloro che cantarono i fiumi e le catene montuose e le dune e le saline, che furono stanchi solo dopo aver avvolto nel canto il mondo, e solo allora poterono sprofondare nella terra, prendere dimora nelle grotte e nei pozzi ancestrali. Tornarono da dove erano venuti soltanto dopo avere dato a ogni via un canto e una storia. Sei pronto? Si va nel muro.

Luigi Nacci, Viandanza





Luigi Nacci è poeta e scrittore. Ha pubblicato volumi di versi e un saggio di critica letteraria. Suoi testi e interventi sono apparsi su testate giornalistiche, blog e in antologie. Gli piace considerarsi un viandante. Ha ideato il Festival della Viandanza e ha messo quella parola luminosa al centro della sua ricerca. Quando non viaggia a piedi da solo lo fa con i Rolling Claps, gruppo che ha creato per riscoprire le antiche vie, oppure come guida della Compagnia dei Cammini.


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