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Domaneschi - Penco - Come non detto

Iceberg: nella comunicazione simboleggia 'il non detto'

COME NON DETTO
L'importanza del contesto 

Come non detto

Del 'non detto' si fa grande uso: spot pubblicitari, discorsi politici, testi giornalistici... In Come non detto. Usi e abusi dei sottintesiFilippo Domaneschi e Carlo Penco introducono con esempi e teorie al mondo sconosciuto e non visibile di ciò che è comunicato senza essere detto esplicitamente. Così facendo, forniscono anche gli strumenti essenziali per imparare a rendere esplicito l’implicito, in modo da aiutare gli ingannatori a ingannare meglio e tutti gli altri a non farsi ingannare.

Eccone un estratto:


Sherlock Holmes e il dottor Watson vanno in campeggio. «Mio caro Watson» dice Holmes, una volta calata la notte, «cosa deduci dal fatto che vedi il cielo stellato sopra di te?». Watson, carico d’ispirazione, risponde: «Dal punto di vista etico deduco che la legge morale è dentro di me e dal punto di vista scientifico che la mia posizione è orientata verso il nord; difatti le costellazioni a cielo sereno permettono di orientarsi non solo al mare, ma anche in montagna, dove noi appunto siamo, e la posizione del Gran Carro che si vede sopra le nostre teste mi fa dedurre la posizione relativa del mio corpo». A questo punto, soddisfatto della risposta dettagliata, Watson attende un commento. Sherlock Holmes, accendendosi la pipa, sorride e prosegue: «Mio caro Watson, sei un cretino. Ci hanno rubato la tenda». Come spesso accade nelle vicende narrate da Arthur Conan Doyle, anche in questo caso Watson fornisce una deduzione corretta e coerente ma senza tener conto in modo adeguato del contesto.

[...]

Il filosofo del linguaggio statunitense John Perry è probabilmente l’autore che, in tempi recenti, ha fornito una delle risposte più interessanti alla domanda: che cos’è il contesto? Perry, sulla base di una lunga tradizione filosofica e linguistica, sostiene che nell’interpretazione del linguaggio entrano in gioco due tipi di contesti: il contesto stretto e il contesto ampio. Il contesto stretto corrisponde al luogo, al tempo e al parlante. Per intenderci, la conoscenza del contesto stretto è ciò che consente di interpretare frasi come «Io ho fame», «Qui c’è il sole», «Ora mi mangio un gelato».

Perché? Perché solo sapendo chi sia il parlante possiamo interpretare correttamente «Io ho fame», solo conoscendo il luogo in cui parla capiamo di cosa sta parlando chi dice «Qui c’è il sole» e solo essendo a conoscenza del tempo nel quale si parla possiamo comprendere «Ora mi mangio un gelato». Tutto ciò che non corrisponde al tempo, al luogo e al parlante, invece, fa parte del contesto ampio. Potremmo dire quindi che il contesto ampio è il contesto cognitivo, cioè quell’insieme di presupposizioni condivise, assunzioni, scopi, gesti e altro che caratterizzano una situazione comunicativa. Ad esempio, banalmente, se qualcuno dicesse «Marco è pronto», per interpretare correttamente questa frase, dovremmo conoscere, oltre al tempo, al luogo e al parlante, anche altri aspetti della circostanza comunicativa che ci aiutino a capire esattamente sotto quale aspetto Marco possa dirsi pronto (pronto per far cosa? Per sostenere un esame? Per sposarsi? Per uscire di casa?).

Ora, ai fini dell’analisi della comunicazione che stiamo provando a condurre, in che modo può tornare utile la nozione di contesto? Vi sono numerose risposte plausibili a questa domanda, ma una ci pare particolarmente interessante: conoscere i diversi aspetti del contesto aiuta a capire la responsabilità comunicativa che sta dietro a un’affermazione. La responsabilità comunicativa, infatti, viene spesso nascosta da resoconti approssimativi, da quella che si può chiamare «decontestualizzazione impropria», quando non vengono chiaramente indicati gli elementi fondamentali del contesto, sia esso inteso in senso stretto (tempo, luogo e parlante), sia in senso ampio (credenze e presupposizioni). Conoscere le caratteristiche del contesto in cui una frase viene pronunciata è dunque importante per stabilire la responsabilità di chi parla rispetto al proprio discorso.

Facciamo due esempi. Nel primo ragioniamo sull’importanza del contesto stretto, nel secondo sulla rilevanza del contesto ampio. Il primo aneddoto ha ancora come protagonista Silvio Berlusconi. Il 14 febbraio 2005 l’allora premier è ospite su Rai1 a Conferenza Stampa, una trasmissione condotta da Anna La Rosa. Berlusconi accusa il sistema dell’informazione italiana e individua nell’«Unità» il capofila di un gruppo di giornali impegnati in una campagna mediatica di delegittimazione nei suoi confronti. A questo proposito, afferma:

"Sull’«Unità» è stato scritto che sono peggio di Pinochet, che sono Francisco Franco, che sono come Saddam Hussein, un mostro bavoso, un pericolo per la democrazia. Hanno scritto che sono il re dei bari, un Peron di plastica, la degenerazione del sistema e che i giovani di Forza Italia sono dei mercenari".

In studio la conduttrice non obietta alcunché. Il giorno seguente, invece, nella colonna dei commenti dell’«Unità», il giornalista Antonio Padellaro smentisce le affermazioni di Berlusconi ricordando che buona parte degli attributi da lui elencati erano stati semplicemente riportati dall’«Unità» (nella rubrica «Bananas» a cura di Marco Travaglio) come epiteti usati da altri.

Molte delle espressioni calunniose ricordate da Berlusconi non erano opera dei giornalisti dell’«Unità», ma in realtà di Umberto Bossi, ormai divenuto alleato di Berlusconi, quando il segretario della Lega Nord additava Berlusconi con l’epiteto «il mafioso di Arcore». Addirittura l’espressione «mascalzone bavoso», sempre riportata nella rubrica «Bananas», non era nemmeno riferita a Berlusconi, ma era stata utilizzata da Paolo Guzzanti, senatore di Forza Italia e vicedirettore del «Giornale», per riferirsi a Romano Prodi in un articolo pubblicato tempo prima sulla stessa testata (di proprietà del fratello dell’ex presidente del Consiglio). Morale della vicenda: la responsabilità di un’affermazione è legata innanzitutto al primo aspetto del contesto stretto, ovvero al parlante (e alle persone cui il parlante si riferisce!).

Potrebbe sembrare banale, in effetti, ricordare che la responsabilità di un’affermazione sia di chi la pronuncia. Ma ripor tare frasi senza indicare chi le ha dette e perché e metterle in un unico calderone è un meccanismo ingenuo ma estremamente efficace se sfruttato con un po’ di abilità. Basti pensare che, mentre la smentita di Padellaro all’epoca dei fatti ebbe una risonanza piuttosto ridotta, le accuse denunciate da Berlusconi divennero oggetto di dibattito mediatico e contribuirono significativamente a rafforzare la tesi di un complotto dell’informazione italiana nei suoi confronti.

Proviamo ora a concentrarci sull’importanza del contesto ampio. L’idea in questione è che per ricostruire la responsabilità comunicativa occorre far riferimento non solo ad aspetti quali il parlante, il tempo e il luogo, ma anche a informazioni più ampie che riguardano gli scopi di chi parla, gli atteggiamenti degli interlocutori, gli assunti di sfondo dei partecipanti a uno scambio comunicativo, ecc. Vediamo subito un esempio di fraintendimento legato al contesto ampio, prendendo in considerazione, questa volta, un caso di comunicazione non verbale. Siamo nel settembre 2011 e Joseph Ratzinger, allora papa Benedetto XVI, si trova in Germania per il suo ventunesimo viaggio al di fuori dei confini della Città del Vaticano. Accompagnato dal segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, Ratzinger incontra a Berlino il presidente della Repubblica tedesca Christian Wulff. Durante l’incontro tra i due capi di Stato, come documentato da una tv polacca, il papa e il presidente Wulff camminano fianco a fianco per porgere il loro saluto ai vescovi e ai cardinali presenti, disposti in fila sulla loro destra. Il primo e il secondo vescovo stringono la mano a Wulff e subito dopo al papa in segno di omaggio ma a questo punto, quanto accade ha apparentemente dell’incredibile: il terzo vescovo stringe la mano al presidente tedesco e ignora la mano tesa del papa. La scena si ripete nuovamente con gli altri prelati: Wulff stringe la mano ai presenti mentre il papa rimane con la mano tesa nel vuoto.



L’episodio all’epoca destò grande interesse, dando adito alle interpretazioni più disparate e alimentando, in particolare, le ipotesi dei teorici del complotto. Una cosa però è evidente fin da subito: per capire cosa intendessero comunicare i vescovi tedeschi con quel gesto occorre ricostruire gli aspetti più salienti del contesto ampio in cui ebbe luogo l’incontro tra il papa e Wulff. Ecco infatti alcune delle possibili spiegazioni che vennero fornite della vicenda a partire, per l’appunto, da diverse ipotesi sul contesto.

Prima ipotesi: alcuni vescovi si rifiutarono di stringere la mano al papa con l’intenzione di manifestare la loro ostilità nei suoi confronti. Seconda ipotesi: Ratzinger, in realtà, non tese la mano per ricercare la stretta dei vescovi, bensì per indicare i diversi prelati al presidente tedesco e presentarli a quest’ultimo facendo le veci del padrone di casa. Terza ipotesi: i vescovi avevano già salutato Ratzinger in precedenza. Quarta ipotesi: i porporati si rifiutarono di omaggiare il papa con una semplice stretta di mano dal momento che l’etichetta prevede che il sommo pontefice venga salutato tramite genuflessione e bacio dell’anello del Pescatore (basti pensare che quando il 27 settembre 1997 Bob Dylan, dopo aver tenuto un concerto a Bologna in presenza dell’allora papa Wojtyla, si congedò stringendo la mano al pontefice, il cantautore americano fu aspramente criticato per il suo gesto poco conforme all’etichetta).

Questo esempio mette in mostra in maniera piuttosto evidente il fatto che le presupposizioni condivise, le assunzioni, gli scopi intesi, i gesti possono giocare un ruolo determinante nel ricostruire ciò che si intende comunicare e la responsabilità che sta dietro a un atto comunicativo. Si tratta infatti di aspetti che appartengono al contesto ampio di una circostanza comunicativa che, quando risultano poco perspicui, possono dar adito a fraintendimenti ed equivocazioni.

Filippo Domaneschi e Carlo Penco, Come non detto





Filippo Domaneschi è ricercatore di Psicologia all’Università di Genova. Le sue ricerche si inseriscono nell’ambito della psicologia del linguaggio.

Carlo Penco è docente di Filosofia del linguaggio e Teorie della comunicazione all’Università di Genova. Le sue ricerche vertono sia su classici della filosofia del linguaggio sia su temi al confine tra semantica e pragmatica.


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