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Stefano Rodotà - #Unionicivili: il diritto di vivere insieme

Stefano Rodotà

VIVERE INSIEME LIBERAMENTE È UN DIRITTO FONDAMENTALE
#unionicivili e il diritto d'amore 

Diritto d'amore

L'amore non è solo un sentimento, è anche un diritto ed è un diritto "fondamentale". Ma non si può riconoscere questo diritto e negarne altri, altrettanto fondamentali, come quello al riconoscimento ufficiale del proprio legame e della scelta della convivenza. Negli ultimi anni, in più legislazioni del mondo, dagli Stati Uniti alla Spagna, dall'Uruguay all'Olanda, si è riconosciuto il diritto delle coppie dello stesso sesso al matrimonio. In questo passaggio, tratto dal suo ultimo libro Diritto d'amore, il giurista Stefano Rodotà spiega come la "consolidata e ultramillenaria nozione di matrimonio" non sia più un argomento valido all'esclusione di una parte della popolazione italiana alla partecipazione al diritto d'amore, in tutte le forme che prende. 



Non siamo entrati in un mondo pacificato. Numerosi sono i paesi dove l’omosessualità continua ad essere punita come reato, addirittura con la pena di morte, e la stigmatizzazione sociale è intensa anche in Stati membri dell’Unione europea, come l’Ungheria, o con i quali intratteniamo rapporti fittissimi, come la Russia, con pubbliche aggressioni in occasione delle manifestazioni del gay pride, com’è avvenuto in Israele con l’assassinio di una ragazza. Il diritto d’amore, via via che molte resistenze vengono superate proprio attraverso leggi e sentenze, non può essere più negato con argomenti giuridici, eppure vi è ancora un’opposizione che si esprime in aggressioni e delitti, con la nascita di quella che è stata giustamente definita come una nuova forma di razzismo. Un razzismo tutto particolare che, quando si riflette sull’amore in sé, può manifestarsi anche in quello che è stato giustamente definito il «razzismo della bellezza».

Dobbiamo tener conto dei tempi e dei contesti, per non appiattire l’analisi in un’unica dimensione. Al senso del tempo appartiene certamente il retaggio del passato, dunque la storia, ma anche l’indicazione che viene dalle dinamiche del presente. Nel riconoscimento delle coppie di persone dello stesso sesso il filo del diritto si fa sempre più tenace, diventa sempre più difficile tagliarlo, la parola libertà viene pronunciata e, con essa, si indica una strada senza ritorno.

Nel 2015, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto il diritto al matrimonio delle coppie di persone dello stesso sesso con una decisione che si apre appunto con una sottolineatura eloquente: «la Costituzione promette a tutti una libertà che, nei suoi obiettivi, include alcuni specifici diritti che consentano alle persone di definire e manifestare nella dimensione giuridica la loro identità». Identità è parola impegnativa, riguarda l’essere nel mondo, la rappresentazione del sé di cui nessuno può essere espropriato, la cui costruzione ha un incancellabile carattere soggettivo, poiché il potere di definirla e manifestarla è affidato alla persona stessa. La sentenza prosegue con toni che non lasciano dubbi. Non vi è nessuna «danza sulle uova» per conciliare l’inconciliabile, il discorso è netto, esemplare. «Molti, che ritengono sbagliato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, giungono a questa conclusione in base a rispettabili premesse religiose e filosofiche, che qui non vengono screditate. Ma quando quella sincera, personale opposizione diventa legge o politica pubblica, la conseguenza inevitabile è dare legittimità da parte dello Stato ad una esclusione che immediatamente svaluta e discrimina quelli che vedono negata la loro libertà. In base alla Costituzione, le coppie formate da persone dello stesso sesso chiedono, per quanto riguarda il matrimonio, lo stesso trattamento delle coppie eterosessuali, e negare loro questo diritto porterebbe a screditare o sminuire le loro scelte». Questa negazione, inoltre, violerebbe il principio di eguaglianza e assumerebbe un significato particolarmente grave perché «perpetuerebbe un danno dopo una lunga storia di discriminazioni».

Siamo di fronte ad un «diritto fondamentale». Quindi, «ogni persona può invocare la garanzia costituzionale anche se larga parte dell’opinione pubblica non è d’accordo e il potere legislativo rifiuta di intervenire», perché bisogna «sottrarre le persone alle vicissitudini legate alle controversie politiche». Molte sono le questioni affrontate, in una sentenza peraltro assai analitica, delineando così un terreno della discussione che va oltre la specificità della situazione americana. Che sia in atto una sorta di dialogo planetario, lo conferma una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo pubblicata pochi giorni dopo, che ha condannato l’Italia per non aver assicurato uno specifico riconoscimento giuridico ai diritti delle coppie tra persone dello stesso sesso. È stato così violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che, imponendo il rispetto della vita privata e familiare, si riferisce evidentemente anche alla situazione delle coppie. Si sottolinea che siamo di fronte a diritti dal cui effettivo riconoscimento dipendono l’identità, la dignità sociale, la vita stessa delle persone. In questi casi, la Corte lo sottolinea più volte, il margine di discrezionalità del legislatore è ristretto, pur distinguendo tra riconoscimento delle unioni e accesso al matrimonio: non si può continuare a marginalizzare e stigmatizzare una minoranza privilegiando gli orientamenti discriminatori di una eventuale maggioranza. Situazione, questa, che deve essere rimossa, per sottrarre le unioni stabili e responsabili alla casualità e alla inaffidabilità che caratterizzano oggi la situazione italiana.

L’esistenza non può essere affidata all’incertezza o a semplici patti privati o a regole limitate agli aspetti patrimoniali del rapporto. Siamo di fronte ad un «dovere positivo», che lo Stato deve rispettare, soprattutto perché solo così può essere cancellata una inammissibile discriminazione, fondata com’è solo sull’orientamento sessuale. Nelle argomentazioni dei giudici di Strasburgo si coglie una particolare attenzione per lo scarto crescente, e sempre più evidente, tra dinamiche della realtà sociale e immobilità del diritto, sì che un intervento legislativo adempirebbe anche alla funzione di dare pubblica legittimazione alle coppie tra persone dello stesso sesso. Questo itinerario ci conduce verso altre sentenze, di cui vale la pena di segnalare i punti più rilevanti per una discussione di carattere generale.

Il 9 luglio 2009, con la sentenza n. 359, il Tribunale costituzionale del Portogallo ha riconosciuto la legittimità del matrimonio delle coppie di persone dello stesso sesso, escludendo che fosse in contrasto con le norme costituzionali in materia familiare. Il 6 novembre 2012, con la sentenza n. 198, il Tribunale costituzionale spagnolo ha respinto un ricorso contro la legge del 2005 sul matrimonio delle coppie di persone dello stesso sesso, affermandone la piena legittimità. La definizione di matrimonio adottata dai giudici parla di una «comunità di affetto che genera un vincolo, o una società di mutuo aiuto tra due persone che possiedono un’identica posizione nel seno di questo istituto, e che volontariamente decidono di unirsi in un progetto di vita familiare comune». Una definizione, come si è detto, «genderneutral», che svuota il matrimonio da specifiche connotazioni sessuali.

Si può aggiungere un riferimento a quanto si legge nella sentenza n. 2013669 del 17 maggio 2013 del Conseil constitutionnel francese che, chiamato a valutare la legge del 2013 sul diritto al matrimonio delle coppie di persone dello stesso sesso, ne ha riconosciuto la costituzionalità. In particolare, i giudici hanno osservato che l’esistenza di riferimenti al marito e alla moglie in varie leggi non consente di concludere che questo sia «un principio riconosciuto dalle leggi della Repubblica», con una analisi che investe diversi aspetti del Codice civile. E conclude, quindi, che «deve essere respinta l’eccezione secondo la quale il matrimonio sarebbe ‘naturalmente’ fondato sull’unione di un uomo e di una donna».

Questo comune orientamento si diffonde e si consolida, come dimostrano le leggi di Belgio e Olanda e, con particolare evidenza, il referendum irlandese del 22 maggio 2015, con il quale il 62,1% degli elettori ha approvato un emendamento all’articolo 41 della Costituzione che riconosce il diritto al matrimonio «senza distinzione di sesso». In un contesto così eloquente colpisce la minore apertura della Corte costituzionale italiana, che pure ha riconosciuto con la sentenza n. 138 del 2010 la rilevanza costituzionale delle unioni omosessuali, poiché siamo di fronte ad una delle «formazioni sociali» di cui parla l’articolo 2 della Costituzione.

Da questa constatazione la Corte trae una conclusione importante: alle persone dello stesso sesso unite da una convivenza stabile «spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». E ha aggiunto: «può accadere che, in relazione a ipotesi particolari, sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale». Ma, come si dirà più analiticamente in seguito, si propone poi una lettura dell’articolo 29 che ha dato lo spunto per conclusioni negative sulla possibilità di riconoscere anche alle coppie di persone dello stesso sesso il diritto al matrimonio. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4184 del 2012, ha allargato l’orizzonte dell’analisi; ha comunque sottolineato l’interpretazione della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha registrato il venir meno della rilevanza della diversità di sesso ai fini matrimoniali; ha così ampliato la tutela riconosciuta alle coppie formate da persone dello stesso sesso, che possono rivolgersi ai giudici «per far valere, in presenza appunto di ‘specifiche situazioni’, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata». Qui, tuttavia, si è fermata, rimettendosi alla discrezionalità del legislatore.

Queste indicazioni, tratte dall’accumulo di materiali legislativi e giurisprudenziali, consentono di trarre alcune conclusioni d’ordine generale nella direzione del possibile e necessario riconoscimento del matrimonio egualitario anche nell’ordinamento italiano. Dovrebbe essere ormai evidente come abbia perduto valore fondante l’argomento della «consolidata e ultramillenaria nozione di matrimonio», che si ritrova nella sentenza della Corte italiana. Un minimo di cultura antropologica e sociologica, che ha da tempo messo in evidenza la diversità profonda delle forme matrimoniali, dovrebbe ormai consigliare di evitare questo argomento, come peraltro accade in tutte le altre decisioni ricordate. L’uso di quella espressione, in realtà, altro non è che una versione enfatica di una specifica tradizione occidentale, che ha peraltro perduto nella fase più recente la sua interna compattezza. Lo testimonia l’abbandono del riferimento alla diversità di sesso, che non può essere più considerato come una forzatura in casi particolari, ma esprime dinamiche che si presentano come maggioritarie e, soprattutto, costituzionalmente riconosciute.

In un contesto tanto mutato, si comprende l’abbandono ormai generalizzato del richiamarsi ad una «natura» nella quale famiglia e matrimonio troverebbero fondamento. Il riferimento è ormai alla vita familiare come costruzione sociale legata al vissuto delle persone, che ha valore unificante, tanto che la Corte europea dei diritti dell’uomo, fin dal 2010, ha operato un progressivo avvicinamento tra diritti della coppia coniugata e diritti delle coppie di persone dello stesso sesso, ritenute entrambe meritevoli della tutela accordata alla «vita familiare» dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Stefano Rodotà, Diritto d'amore




Stefano Rodotà è professore emerito di Diritto civile dell’Università di Roma La Sapienza. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. È stato presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali e ha presieduto il gruppo europeo per la tutela della privacy.


Qui potete leggere un suo intervento sul tema delle unioni civili uscito il 20 gennaio 2016 su Micromega


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