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Napoli 1860 -1915, una metropoli ancora europea

Francesco Barbagallo: Napoli, Belle Époque - particolare della copertina

Napoli 1860 -1915, una metropoli ancora europea
Francesco Barbagallo

Napoli, Belle Époque

Tra il 1860 e il 1915 l’immagine predominante di Napoli è quella di ex-capitale di un grande regno, ‘città regia’ in decadenza incapace di trasformarsi in ‘città borghese’, metropoli tra le più popolose d’Europa, il cui fascino è compromesso dalle miserabili condizioni di vita della gran parte dei suoi abitanti. Ma Napoli, fino alla grande guerra, non è solo questo, come ci racconta Francesco Barbagallo in Napoli, Belle Époque: è anche una metropoli europea moderna, una città dall’elevato livello culturale dove si realizzano esperienze di rilievo sul piano professionale, sul terreno commerciale, nel conflitto sociale tra industriali, per lo più stranieri o settentrionali, e operai organizzati sindacalmente.

LaBelle Époque napoletana non è solo fatta di luminosi café chantant ma di iniziative economiche e progetti politici e delle prime originali forme della cultura di massa. Le classi dirigenti hanno, per lo più, una loro dignità e si preoccupano degli interessi pubblici. Questa fase di grande fervore e di grande vitalità si interromperà con lo scoppio della prima guerra mondiale. La guerra, infatti, si sarebbe rivelata un pessimo affare per la città e per tutto il Mezzogiorno, sempre più sfavoriti dalla spesa pubblica rivolta al Nord.

Fino al 1915 Napoli è ancora una capitale europea. Dopo non lo sarà più.

Fare i conti con Napoli è complicato. Una città con una storia plurimillenaria, forgiata dall’insediamento delle più diverse civiltà, venute dal bacino del Mediterraneo o discese dal Nord Europa. Una grande capitale europea, sempre ai vertici dell’alta cultura, ma segnata dall’analfabetismo della sua plebe eccessiva e anche di aristocratici potenti. Un riformismo troppo presto interrotto nell’intensa stagione dell’illuminismo e degli inizi di una dinastia indipendente, un tentativo di rivoluzione aristocratico-borghese sventato nel 1799 dalla reazione plebea guidata dalla Chiesa, nell’eterno conflitto tra potenze straniere.

Le contraddizioni di Napoli, che dalla natura ha avuto il privilegio di stendersi in un sito tra i più suggestivi del mondo, toccano l’apice nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. È questo il momento in cui l’Italia intraprende la strada della modernità capitalistica di tipo industriale, agganciandosi all’Europa più avanzata, dalla quale era ancora ben lontana al momento dell’Unità, nel 1861. È ora che il Mezzogiorno vede crescere la distanza dal Settentrione d’Italia. E inizia ad aggravarsi la «questione meridionale», esplosa peraltro già al momento dell’unificazione in quella vera e propria «guerra civile» – come lo definì subito il neonato Parlamento italiano – che fu il «brigantaggio».

Qual è allora lo stato reale della «questione di Napoli», sorella gemella dell’altra «questione», ma dai tratti differenti, come capita anche tra gemelli? Certo Napoli non era più la capitale di un grande regno, che aveva largamente sfruttato per il suo fastoso splendore. Com’era chiaro già ai più insigni illuministi, che avevano prodotto per tempo, ad opera di Giuseppe Maria Galanti, la metafora della «grande testa sul corpo meschino». È vero: anche Parigi era una grande testa, ma la Francia non era «un corpo meschino». Lo era invece il Regno delle Due Sicilie, con la sua arretratezza, l’assolutismo spergiuro, gli scarsi commerci, l’inadeguato sistema bancario, l’analfabetismo, la mancanza di strade, i tratti ferroviari che portavano solo da una reggia all’altra.

Sulla condizione di Napoli italiana abbiamo una letteratura imponente, per lo più espressione della parte liberale antiborbonica dell’intellettualità meridionale, ma anche diari e ricostruzioni di chi restò fedele alla precedente dinastia. L’immagine nettamente prevalente di Napoli nei primi decenni unitari è quella di una città in decadenza, una «città regia» che non riesce a trasformarsi in «città borghese», una metropoli ancora tra le più popolose d’Europa ma il cui fascino appare compromesso dalla «scoperta» delle miserabili condizioni di vita della gran parte dei suoi abitanti.

Limitiamoci a considerare le riflessioni e i giudizi di uno solo tra i grandi interpreti della realtà napoletana nel primo cinquantennio italiano: Giustino Fortunato, pronipote di un primo ministro di Ferdinando II, nipote di due proprietari lucani arrestati per sospette connivenze e «manutengolismo» con i briganti già loro dipendenti, figlio di un padre morto «col dolore, con la certezza morale della soggezione di queste province allo ‘straniero’!».

Saranno i corsi di letteratura italiana di Settembrini e poi di De Sanctis seguiti, dopo la laurea in Giurisprudenza, nella rinnovata Università a separare il giovane lucano trapiantato a Napoli dalle forti tradizioni borboniche familiari e a orientarlo verso un patriottismo italiano che diventò la sua fede e la sua guida. Fu questa la scelta di vita del giovane Fortunato in aperto conflitto col padre Pasquale, che riuscì a impedirgli però sia di iscriversi all’Accademia di belle arti diretta da Domenico Morelli, sia di giurare poi fedeltà allo Stato italiano per entrare nei ruoli dei funzionari di prefettura. Non fu per caso che Giustino Fortunato iniziò l’attività di deputato nel Parlamento italiano soltanto l’anno dopo la morte del padre, nel 1880.

Nella corrispondenza napoletana dell’estate 1878 alla «Rassegna settimanale» di Sidney Sonnino e di Leopoldo Franchetti il trentenne giornalista, seguace della Destra storica in compagnia dell’amico Pasquale Turiello, delineava in pochi tratti efficaci, degni del pittore che avrebbe voluto essere, la struttura della capitale nel regno borbonico:

Godendo il monopolio delle importazioni nell’interno e delle esportazioni all’estero per un gran numero di derrate, Napoli era una città assolutamente commerciale, senza industrie, senza manifatture, senza lavoro di officine: le arti e i mestieri non traevano alimento se non da’ soli bisogni immediati della vita quotidiana, e tutta la ricchezza era compendiata nelle rendite de’ proprietarii e ne’ profitti delle industrie di provincia, ne’ lucri del commercio locale e nelle spese varie e improduttive del governo.

Fratello di uno dei rari imprenditori capitalistici attivi nell’ancora largamente arretrata agricoltura meridionale, il giovane intellettuale delineava anche un ritratto impietoso delle «classi dirigenti» napoletane e, tra di esse, delle nuove leve della Sinistra liberale, ascese da poco al potere politico-amministrativo.

Nella grande maggioranza degli onesti è immutata la tendenza ereditaria alla noncuranza di tutto e di tutti; è fiacca, disgregata, indifferente, pettegola, sospettosa; vuol vivere in pace, oziosamente, di rendite; non ha fede né carattere, non ha sdegni né amori; rifugge tuttora dagli obblighi di coltura e di socievolezza, imposti da’ nuovi ordini politici. [...] E non più ambizioni allora ma appetiti, non più programmi ma clientele, non più lotte di principii e di programmi, ma gare di seduzioni e di camorra; la concorrenza succedette all’emulazione, l’intrigo sostituì il merito, la bassa popolarità usurpò il posto della gloria.

Eppure vent’anni dopo, a fine secolo, quando ancora non era stato sconfitto il tentativo reazionario del re Umberto I e le leggi eccezionali del premier, il generale Pelloux, non s’erano ancora infrante contro l’ostruzionismo parlamentare di liberali e democratici, sarà proprio Fortunato a rigettare il concetto di «decadenza» riguardo alla condizione di Napoli e del Mezzogiorno. La sua fede unitaria era più grande del realismo critico, di cui pure era dotato in abbondanza.

Il progresso, grazie all’unità, il progresso morale è stato letteralmente enorme – scriveva a Pasquale Villari nel settembre del 1899 –. E perciò io sono stato e sono tra que’ pochissimi, che ridono in faccia a’ piagnoni, sempre che i piagnoni versan lagrime su la così detta «decadenza». Decadenza ci sarà stata, se mai, nella rimanente Italia: qui no; cento e cento volte no. [...] Ma decadenza, no; ma rimpianti del passato, no; ma rammarico delle fedi perdute, no; sempre no.

In effetti il tema della decadenza di Napoli, sul finire dell’Ottocento, era diffuso rispetto a due grossi problemi: la perdita del ruolo di città-capitale e le miserabili condizioni di vita di un popolo che contava centinaia di migliaia di persone. C’era anche la scarsissima propensione politica dei ceti che avrebbero dovuto essere dirigenti, e questo era un addebito difficile da negare alla precedente dinastia.

Ma, come stiamo vedendo, Napoli mostrava di avere ancora una notevole vitalità. Era sempre la città italiana di maggiore rilievo e respiro europeo. Aveva intellettuali e qualche politico capaci di indicare soluzioni possibili per migliorare il presente e prospettare un futuro più positivo. I progetti c’erano, qualche realizzazione anche. Insomma, non si poteva dire una «città morta», come allora veniva definita la fiamminga bellissima Bruges, che nel Trecento aveva rivaleggiato con i mercanti e i banchieri di Genova e di Firenze.

Napoli era una città antica e allo stesso tempo moderna, quale la stava faticosamente, lentamente, contraddittoriamente realizzando la ristrutturazione urbanistica operata a partire dal Risanamento. Certo il nuovo volto della città, risplendente nei quartieri e nei palazzi e villini recenti del Vomero e di Chiaia allietati dallo stile liberty e floreale, finiva per accrescere la tendenza largamente prevalente alla rendita urbana, in una città in cui l’attività più diffusa era quella del «padrone di case». Una parte almeno della melanconia di Salvatore Di Giacomo risaliva forse alla doppia perdita del padre e dei suoi edifici di proprietà a causa del colera e del Risanamento.

Ma c’era pure una Napoli attiva nei commerci e nelle attività imprenditoriali. Certo non era Milano, né le altre due città del nascente «triangolo industriale». Il capitalismo industriale non avrà un volto napoletano nemmeno dopo la «migliore» legge speciale, quella nittiana del 1904, e le cose andranno sempre peggio dopo la prima guerra mondiale, quando Napoli sarà risucchiata definitivamente dentro il destino subalterno del Sud – fatto di ritardo, divario, emigrazione – rispetto all’intensivo e accelerato sviluppo industriale del Nord Italia.

Tra Ottocento e Novecento, però, Napoli vive davvero la sua Belle Époque, che non è fatta solo di luminosi café chantant e seducenti chanteuses, ma anche di iniziative economiche e progetti politici, di espressioni culturali di elevato livello e delle prime, originali forme della cultura di massa. Una città, quindi, che non sembra affatto ripiegata nella nostalgia di una mitica età aurea, quando un popolo intero cantava, felice di poter vivere all’aperto per il dolce clima e di sfamarsi grazie alla benevola magnanimità di sovrani e signori.

Francesco Barbagallo, Napoli, Belle Époque




Francesco Barbagallo è ordinario di Storia contemporanea nell’Università di Napoli Federico II. Dirige dal 1983 la rivista “Studi Storici” ed è autore di numerosi saggi sulla storia dell’Italia contemporanea e del Mezzogiorno, su questioni di storiografia, di storia del Pci e ha coordinato la Storia dell’Italia repubblicana (Torino 1994-1997).

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