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Massimo Ammaniti: La famiglia adolescente

La famiglia adolescente - Massimo Ammaniti

LA FAMIGLIA ADOLESCENTE
Massimo Ammaniti racconta
i nuovi rapporti tra genitori e figli

La famiglia adolescente

Genitori che faticano a diventare adulti, figli che faticano a crescere. È la famiglia adolescente. Nessuno vuole emanciparsi, nessuno sembra volerlo davvero, perché la famiglia adolescente ha natura vischiosa e il distacco è molto più complesso che nel passato. Si mangia tutti assieme, insieme si guarda la tv. I nostri figli ci seguono quando viaggiamo, quando si va fuori con gli amici. Discutiamo di fronte a loro di quasi ogni argomento e, talvolta, li coinvolgiamo nei nostri contrasti coniugali. Condividiamo con loro i modi di vestire, i gusti, i comportamenti. Li difendiamo con i professori, parliamo con loro delle prime esperienze amorose e sessuali. A prima vista sembra una condizione ideale. Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Massimo Ammaniti racconta i nuovi rapporti tra genitori e figli in La famiglia adolescente.


Navigare la tempesta, a volte dando un colpo di timone, a volte assecondando il movimento delle onde. È questa l’immagine che più ci descrive in quel periodo assai delicato che vede incrociarsi gli anni dell’adolescenza dei nostri figli con i nostri cinquanta, e quanto si portano dietro. Dobbiamo bilanciare i dubbi che ci assalgono, sapendo che stiamo condividendo con loro due o tre anni tra i più difficili non solo per noi, ma soprattutto per loro. Pian piano il moto ondoso in cui siamo tutti coinvolti si placa e trova un suo assetto. Probabilmente tutto questo è la conseguenza di una maggiore consapevolezza di sé e di una capacità di interrogarsi sicuramente più grande rispetto al passato. Ma questo non esaurisce il problema. Dobbiamo chiederci se ciò non corrisponda anche ad una nostra maggiore fragilità personale. Dovuta, per esempio, al fatto di vivere in una linea temporale che non sopporta l’avvicendarsi delle tappe biologiche della vita. Non è un cambiamento di poco conto dal punto di vista psicologico ed esistenziale. Come scriveva Max Weber, noi viviamo la condizione di «essere stanchi, sì, della vita», ma non sazi di vita.

Così, le madri sono madri ma restano saldamente donne, i padri sono padri ma restano saldamente uomini, giocano entrambi i ruoli con la stessa determinazione, come mai in passato.Perché mai in passato abbiamo costruito una famiglia così tardi: arrivano a coincidere momenti cruciali della nostra vita con il momento cruciale della vita dei nostri figli, qual è appunto quello dell’adolescenza.

Adolescenza che a sua volta si è molto allungata, al punto che è difficile individuarne un percorso tipico. Perché – per usare un’immagine – se l’adolescenza un tempo si manifestava come un corridoio lineare e definito, oggi è più simile a una prateria di cui non si vedono i confini e si ha l’impressione di perdercisi. Lo abbiamo visto, l’adolescenza maschile e femminile si sviluppa secondo percorsi più fluidi e diversificati, che non ricalcano i modelli descritti dalla tradizione psicoanalitica.

I conflitti con le figure familiari sono intensi perché nell’immaginario degli adolescenti possono diventare, con la loro presenza pervasiva, una minaccia alla loro autonomia (questo è particolarmente vero per le figlie nel loro rapporto con la madre). Ma anche l’inaspettata assenza dei genitori può rappresentare un motivo egualmente forte di conflitto: attraversando i genitori un periodo altrettanto complesso dal punto di vista personale, può accadere che non si accorgano di quello che sta succedendo al figlio o alla figlia, presi come sono da sé stessi e dalle loro crisi del passaggio di età. I coetanei, il gruppo, diventano così per i nostri adolescenti le figure indiscusse a cui rifarsi per affrontare questa fase. Ma se da un lato il gruppo garantisce un forte riferimento nella costruzione della loro identità e, soprattutto, la sponda rassicurante che placa la paura di non sentirsi soli, dall’altro questa sponda mostra la sua falla: ha un carattere, per così dire, orizzontale, assai diverso da quello verticale trasmesso dai genitori.

Dunque, siamo tutti in mare. L’adolescenza appartiene ai figli, ma investe l’intera famiglia. È sempre stato così, ma oggi lo è in modo particolare e specifico. Lo abbiamo visto. I ruoli non sono più rigidi, prefissati, e a non sentirli così sono proprio coloro che li incarnano. Non esiste più una famiglia tipo, capita sempre più spesso che se ne abbia più di una, vivono insieme figli che provengono da famiglie differenti, e noi con loro assumiamo ruoli plurimi. È venuto meno – abbiamo contribuito attivamente a farlo venir meno – il sistema di valori che esisteva in passato e che ci attribuiva con forza il nostro ruolo. Senza modelli di riferimento a cui richiamarci, i genitori di oggi sono soli, sentono così liquido il proprio ruolo che cercano conforto e conferma dai figli, persino una legittimazione.

Viviamo questa esperienza così dura e improvvisa soprattutto durante i primi anni dell’adolescenza dei nostri figli. Un periodo complesso che mette duramente alla prova la tenuta stessa della famiglia. Siamo bersagliati da comportamenti provocatori, pericolosi, impulsivi a cui abbiamo difficoltà a rispondere. Non poche volte siamo tentati di ricorrere al repertorio tradizionale di punizioni, ma subito ne avvertiamo l’inutilità, subito ci appare chiaro che sono misure addirittura controproducenti. Non farebbero che dimostrare la nostra sensazione di impotenza: è come se dicessimo ai nostri figli che non c’è nessuno in famiglia in grado di tenere il timone. Bisogna invece continuare ad essere presenti e vigili senza farsi indebolire dalla loro rabbia. Se siamo in grado di resistere, i nostri figli prenderanno atto che la loro rabbia non è in grado di distruggere tutto e che i genitori sono più forti delle loro strattonate, sono saldi e capaci di essere, in qualunque situazione, un riferimento che non viene meno. I genitori devono essere per loro un oggetto d’uso, cioè riconoscerli come figure presenti nella realtà, con i loro aspetti positivi e negativi.

Un consiglio? Bisogna cambiare marcia con i figli che crescono. Non possiamo continuare ad avere le stesse aspettative di quando erano piccoli. È vero, non è facile sopportare il mugugno, il muso, i risentimenti, si sarebbe tentati di sbottare, perché ci si sente allontanati, spodestati. Ma è importante che le nostre risposte ai comportamenti dei nostri figli non provochino un corto circuito. Un esempio: quando nostro figlio, o nostra figlia, di 15 anni rientra a casa troppo tardi la sera nonostante gli accordi presi, meglio affrontarli sulla porta di casa, non facendosi coinvolgere in uno scontro violento, sia pure a parole, in cui rischiamo di perdere se nostro figlio ribatte colpo su colpo. Più efficace dirgli una frase laconica del tipo: «Sei tornato troppo tardi, adesso vai a dormire, ne parliamo domani». In questo modo, restituiamo l’immagine del genitore che sa mantenere il controllo della situazione, stabilendo le regole del gioco. Perché fra genitori e figli esistono, più o meno implicitamente, delle regole del gioco, ed è quindi importante evitare che nostro figlio ci dia scacco matto: lo vivrebbe come un suo trionfo e come una nostra capitolazione. Certo, si può battere anche la via più difficile che è quella di concordare con lui queste regole, ma quale che sia la scelta adottata, deve essere sempre chiaro che ci sono delle regole e che devono essere condivise. Da entrambi le parti.

Da questo punto di vista, il padre può giocare un ruolo importante se impara a occupare la scena familiare, può mettere dei punti fermi, pur mantenendo un atteggiamento amichevole con i figli. Anche in maniera convincente e duratura. Importante è non assumere il ruolo del genitore amico, non giova al genitore e ancora meno al figlio. Dobbiamo sforzarci di non assecondare il rapporto di complicità che potrebbe crearsi se assumiamo il ruolo di confidenti, che presto si trasforma in una invasione degli spazi personali di nostro figlio.

Quando i nostri figli si rivolgono a noi per raccontarci le loro pene d’amore, noi ci troviamo oggettivamente in difficoltà, di fronte a una scelta affatto scontata: non ascoltarle può essere interpretato come disinteresse da parte nostra, ma ascoltarle può creare una complicità, gratificante al momento, ma che può determinare una consuetudine di confidenza eccessiva. Credo che un comportamento saggio sia quello di disporsi all’ascolto marcando tuttavia un confine con un suggerimento: «Capisco quello che stai vivendo e sono contento che tu me ne abbia parlato. Ma perché non ne parli anche con i tuoi amici? Magari loro condividendo le stesse esperienze ti possono capire meglio». Sono parole difficili da dire, perché è difficile non intervenire quando si vede un figlio in difficoltà.

Spesso siamo troppo spaventati dalla possibilità che i nostri figli restino traumatizzati da qualche esperienza mal gestita, li vorremmo proteggere, anzi evitargliela. La scuola, sotto questo aspetto, offre una miniera di esempi, lo abbiamo visto. Se, ad esempio, nostro figlio tornando da scuola ci racconta che i suoi compagni lo prendono in giro, noi entriamo comprensibilmente in fibrillazione, il primo impulso è andare a parlare con gli insegnanti e con i genitori dei compagni. Ma è opportuno l’intervento dei genitori? Sicuramente sì, se ci troviamo di fronte a pesanti comportamenti di bullismo. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di situazioni piuttosto frequenti che si creano fra ragazzi per affermare la propria leadership. E quindi l’intervento dei genitori potrebbe risultare negativo, perché i compagni potrebbero interpretare questo intervento come il segno che il compagno è un vigliacco, che li ha traditi chiedendo aiuto ai suoi. Anche in questo caso, l’atteggiamento da assumere è far capire a nostro figlio che è importante che provi a sbrogliarsela da solo, e magari discutere con lui su quale sia la strategia migliore per far desistere i suoi compagni. Non dobbiamo dimenticare la lezione di Freud, secondo il quale i traumi possono servire a mettere alla prova l’Io, in quanto stimolano nell’individuo le capacità di fronteggiarli. I bambini, e ancor più gli adolescenti, hanno notevoli risorse in questo senso, se solo noi non le neutralizzassimo con la nostra ansia.

Dobbiamo imparare a tenere a freno la paura di non essere abbastanza forti, perché è molto importante responsabilizzare i nostri figli, soprattutto in questo periodo della crescita. Non devono essere tenuti in una condizione di minorità operativa, dobbiamo farli partecipare alla vita familiare, a cominciare dalle cose che possono sembrare meno importanti – rifarsi la camera, apparecchiare la tavola. Solo responsabilizzandoli li mettiamo in condizione di sprigionare la loro forza, la loro vitalità e il loro entusiasmo. L’esperienza dei giovani a Genova dopo la recente alluvione è stata illuminante: hanno preso vanghe e badili e hanno iniziato a ripulire la città dal fango, incuranti di coloro che avevano contribuito al dissesto idrogeologico e che tardavano ad intervenire. Lo stesso abbiamo visto durante il terremoto dell’Aquila, quando un gruppo di università italiane e straniere ha impegnato ragazzi delle scuole del territorio nella ricostruzione della città.

Ricordo queste esperienze perché emblematiche del comportamento dei giovani quando si smette di pensare a loro come a soggetti immaturi e irresponsabili. Dare ai nostri figli lo spazio di azione che gli è dovuto, alimenta anche noi adulti: ci ricordano che dobbiamo conservare l’entusiasmo, la capacità di meravigliarci, altrimenti la vita diventa una esosa pratica da sbrigare. Ricordo sempre il telegramma che mi mandò il regista Bernardo Bertolucci per i miei cinquant’anni. C’era scritto: «Benvenuto fra coloro che sono cresciuti senza diventare adulti». E san Gregorio di Nissa, un Padre della Chiesa, scriveva che solo lo stupore conosce. Se diventando adulti si perde inevitabilmente curiosità e capacità di meravigliarsi, il mondo dell’adolescenza ci risulta incomprensibile e anche fastidioso. È una lezione che dobbiamo ri-apprendere anche dai nostri figli: la meraviglia di essere al mondo, di essere vivi, di trovarsi di fronte a una bella giornata e al proprio figlio che cambia ogni giorno. Perché la capacità di meravigliarsi è un modo di conoscere.

E se è vero quello che sostiene il neurobiologo Jay Giedd, e cioè che l’adolescente è una persona che ha un motore potente che non è in grado di guidare, comprendiamo quanto sia necessaria una nostra guida discretaconsapevole. Sottolineo i due termini perché, come abbiamo osservato, cercare di interferire nella vita dei nostri figli, indirizzarla o persino prevenirla può creare più problemi di quanti ne possa risolvere.

David Bainbridge, nel suo libro Adolescenti, descrive l’adolescenza come una grande opportunità di sanare i problemi del passato e di sviluppare le qualità e le competenze che risulteranno vitali nella vita adulta: nell’amore, nel sesso, nella capacità di relazionarsi con gli altri e soprattutto con sé stessi. È importante che i genitori e gli insegnanti abbiano una visione dell’adolescenza come un lungo periodo di apprendistato che conduce all’età adulta. È importante anche per gli stessi adolescenti, che dovrebbero recuperare una visione rivolta al futuro fuoriuscendo dall’immersione nel presente che sembra caratterizzarli.

Erik Erikson, circa cinquant’anni fa, propose per gli adolescenti un periodo di moratoria. In questo periodo in cui si viene sospesi dagli obblighi, gli adolescenti dovrebbero fare esperienze diverse: viaggiare, incontrare ragazzi e ragazze di ogni paese, innamorarsi, deludersi, scoprire i propri interessi, cercando di capire alla fine di questo percorso di autoconoscenza e di conoscenza del mondo quello che vogliono fare. Il modello di Erikson, lo sappiamo, non ha fatto breccia nei paesi di cultura latina come l’Italia, se non in questi ultimi anni, e solo nelle famiglie intellettuali borghesi. Era prevedibile, considerando quanto abbiamo detto fin qui.

Viceversa nei paesi anglo-sassoni i ragazzi e le ragazze, al termine delle scuole superiori, usufruiscono di un anno sabbatico e possono fare lunghi viaggi con pochi soldi e un sacco sulle spalle. Alla fine di questo periodo, si deve essere pronti a scegliere se lavorare o studiare e – ancor più importante – a organizzarsi per andare a vivere da soli, campus o casa condivisa, squattata che sia. Le loro famiglie non assomigliano affatto alle famiglie adolescenti!

Massimo Ammaniti, La famiglia adolescente



Massimo Ammaniti è professore onorario della Sapienza Università di Roma, psicoanalista dell’International Psychoanalytical Association ed è stato nel Board of Directors della World Association of Infant Mental Health. I suoi interessi di studio e di ricerca si sono indirizzati fondamentalmente all’area della genitorialità e della maternità, allo sviluppo infantile, con una particolare attenzione all’attaccamento, e infine all’area dell’adolescenza. Ha pubblicato molti testi scientifici, alcuni tradotti anche negli Usa e in Francia.


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