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Roberta Carlini: Con la crisi, meno figli per tutte

Klimt, Le tre età della donna - particolare

Meno figli per tutte, c'è la crisi
Roberta Carlini

Come siamo cambiati

La crisi economica che abbiamo attraversato è stata la più lunga e la più dura della storia d’Italia. E non è finita del tutto e per tutti. Le cicatrici che ci lascia - racconta Roberta Carlini in Come siamo cambiati - segnano ogni abitudine, ogni momento della nostra vita sociale: ci curiamo di meno e peggio, consumiamo meno ma a volte meglio, stiamo abbandonando l’università, conviviamo con l’incertezza e facciamo meno figli. Mutamenti profondi, non reversibili al primo rialzo del Pil.

«Qualsiasi donna, ricca o povera, patrizia o plebea, indigena o straniera, purché incinta, bussi e le sarà aperto». Questa frase, scolpita su marmo, è della fondatrice dell’ospedale degli Incurabili di Napoli, la monaca spagnola Maria Lorenza Longo. Sta lì da qualche centinaio d’anni, ma poche delle donne incinte che entrano in quello che è mezzo monumento nazionale e mezzo ospedale pubblico, in perenne ristrutturazione come gran parte dei monumenti e degli ospedali, hanno modo e tempo di fermarsi a leggerla. Il chiostro che ospita la lapide e i lavori di restauro in corso resta deserto, come i suoi vialetti con le belle piante medicinali munite di cartellino. Le future mamme passano svelte, vanno verso l’ala nuova del policlinico vecchio, c’è un corso pre-parto e non vogliono perderlo. Sono più o meno «ricche o povere», mediamente istruite, d’età ben sopra i trenta, tendente ai quaranta. Sono una rappresentanza della sempre minore pattuglia delle «purché incinte», che incontriamo nel polo pubblico per la maternità del centro storico di Napoli, nel cuore della regione che era il serbatoio dei bambini in Italia e adesso guida la classifica della denatalità.

Gli stereotipi del Sud e della napoletanità restano fuori, come quei panni stesi ad asciugare da qualche appartamento chissà perché occupato sopra le solenni scalinate della farmacia settecentesca. Le donne che vengono a partorire qui hanno speranze, intenzioni e storie non tanto diverse da quelle che racconterebbero le future madri di Milano, o Roma, o Bari. Forse è solo più forte il contrasto con le loro mamme, che le hanno accompagnate a una lezione aperta a tutta la famiglia. Un corso che diventa anche occasione per vedere due generazioni di madri napoletane a confronto. Qui si può vedere il passaggio rapidissimo – e ripidissimo – da una società che faceva tanti figli e presto, a un’altra che ne fa pochi e tardi.

Cinzia è in compagnia della suocera: la signora Antonietta, 66 anni, casalinga, cinque figli tutti maschi. I suoi figli Antonietta li ha fatti dai 19 ai 28 anni; Cinzia invece di anni ne ha 35, è alla prima gravidanza, si è laureata da poco e racconta di aver deciso di fare questo figlio subito, prima di mettersi a cercare lavoro. «Sennò poi non lo facevo più». Antonietta e Cinzia confermano le statistiche: mettendo vicine le loro famiglie si può vedere plasticamente la piramide dell’età che cambia forma e diventa un barattolo, e poi man mano si gonfia verso l’alto e si assottiglia verso il basso, come un cono rovesciato. E si può intuire anche tutta la differenza che corre tra due donne che anagraficamente sono separate solo da un trentennio: la prima a 28 anni aveva già scelto tutto, impostato la sua vita e completato la sua «carriera riproduttiva»; la seconda a 35 anni si affaccia: alla vita di coppia, alla maternità e al lavoro. O almeno, in questo caso, alla sua ricerca.

E Cinzia è a suo modo un’eccezione, nella scelta di cercare il figlio prima del lavoro. Altre donne, che si apprestano qui in ospedale a sentire una lezione un po’ ansiogena su come intervenire se il bambino si caccia in gola un corpo estraneo, hanno fatto l’opposto. Come Paola, brillante magistrata di 36 anni, che ha aspettato non solo il concorso e la toga, ma anche il trasferimento in sede adatta. E Anna, quarantenne, laureata in economia e collaboratrice in uno studio notarile: «Se non lavoravo non lo facevo». «A quarant’anni sai cosa vuoi, e soprattutto sai cosa non vuoi», le fa eco Renata, che per amore si è trasferita da Parma a Napoli e per l’arrivo del primo figlio pianifica di far spostare temporaneamente anche la madre, che annuisce al suo fianco con convinzione, mentre suo marito – il futuro nonno – si esercita nelle simulazioni di salvataggio-bebé.

C’è una determinazione forte, in questa catena di generazioni che si stringe in vista di una nascita. La sicurezza della scelta è visibile, la soddisfazione per essere alla vigilia del parto pure, soprattutto tra le donne più mature. Le più giovani, quelle che stanno sotto o poco sopra i 30 anni, si mostrano un po’ più fragili e incerte. In molti casi non lavorano, ma mai si definiscono «casalinghe». Vorrebbero lavorare, o hanno lavorato. Come Luisa, che ha 33 anni ed è al secondo figlio: anche lei saldamente affiancata dalla madre poco più che cinquantenne, racconta che prima lavorava in un negozio, poi, dopo il primo figlio, ha dovuto lasciare. Non spiega perché. E Nunzia, la più giovane: 26 anni, aspetta il primo figlio ma non lavora più da un po’, da quando la piccola boutique dove faceva la commessa ha chiuso. Rispetto alle altre donne incinte presenti al corso, sono delle giovincelle. Ma anche loro stanno spostando in avanti l’età della maternità rispetto alle proprie mamme, che hanno partorito il primo figlio attorno ai vent’anni.

Cinzia, Paola, Renata, Luisa, Nunzia... tra qualche anno saranno anche loro puntini nelle statistiche demografiche, che ci dicono cos’è cambiato rispetto al passato e che possiamo leggere anche come un sismografo delle intenzioni di un paese rispetto al futuro. Le lancette di questo sismografo, da quando c’è la crisi, hanno cominciato a oscillare all’impazzata. C’è una curva, che usano i demografi, che dà una rappresentazione efficace su quel che è successo passando da una generazione all’altra. Prende gli anni fertili delle donne di ogni generazione e ne registra la fecondità anno per anno: in sostanza, ci dice non solo quanti figli hanno fatto (in media) le donne nate negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta; ma anche quando li hanno fatti. L’altezza della curva indica la quantità di bambini, la sua forma dipende dall’età delle donne al parto (v. Figura 1).

Fonte Istat: Tassi di fecondità specifici per età delle donne residenti in italia

Confrontando le varie generazioni di donne – le coorti, in demografia – si vede questa curva cambiare forma e spostarsi. Per quelle del ’55, il picco più alto era tutto spostato nella parte sinistra del grafico (nell’età giovane, attorno ai 20-22 anni), poi si è abbassato e piazzato verso il centro, ma adesso sta velocemente andando a schiacciarsi in basso e verso destra, ossia verso l’età più matura.

Quello che impressiona è la velocità dello spostamento negli ultimi anni, dovuto all’impatto duplice della crisi economica e della nuova condizione del lavoro su tendenze demografiche e familiari che erano già all’opera da decenni.

La riduzione delle nascite in Italia non è certo un fenomeno che nasce con la Grande Recessione. La crisi economica è piombata su una tendenza storica ben più lunga. Ma l’impatto c’è stato, ed è paragonabile a quello di un meteorite su un pianeta già un po’ dissestato. A partire dal 2008, si è gelata quella timida ripresa della natalità che era in atto da qualche anno; gradino dopo gradino, si è scesi dai circa 570.000 nati del 2008 ai 509.000 del 2014; tra tutti i paesi europei investiti dal fenomeno, l’Italia è diventata il caso più evidente di baby recession – la relazione tra Pil in calo e culle vuote [...].

Negli anni della crisi è successo qualcosa di opposto al concentrato di nascite che si ebbe col baby boom. Allora, varie generazioni concretizzarono contemporaneamente la loro scelta di maternità e paternità: le più giovani anticipavano il primo figlio, le più mature facevano il secondo, il terzo o il quarto. Adesso, a quanto pare, c’è la tendenza contraria: si rinuncia al secondo o terzo figlio e si rinvia il primo. Ma il rinvio, se dovuto a condizioni materiali e non a più complesse scelte personali, può essere sine die, visto che non si profila nell’immediato un cambiamento di quelle condizioni. Questo discorso, va sottolineato, vale sia per le italiane che rinviano sia per le straniere che non arrivano, oppure se arrivano si fermano meno, o se si fermano non fanno progetti di lungo periodo e si adeguano, per così dire, al clima, tendendo ad avvicinarsi al comportamento delle indigene. Tutto questo è un rischio, non solo e non tanto per gli equilibri demografici quanto per il benessere sociale, delle donne e degli uomini. Non è che le donne italiane fanno meno figli perché così hanno scelto: fanno meno figli – o non ne fanno per niente – anche se vorrebbero farne. Ancora nell’indagine campionaria del 2012, in piena baby recession, il desiderio «medio» espresso dalle donne italiane era quello di avere almeno due figli.

Da quanto visto in questo capitolo emerge però anche la stretta connessione non tanto tra figli e soldi, tra natalità e benessere economico, quanto tra scelte di vita personale e condizioni di vita lavorativa delle donne. Tra lavoro e figli, insomma. Ovviamente conta anche il lavoro degli uomini, ma da solo non basta: il modello del «male breadwinner», dell’uomo capofamiglia che guadagna bene e garantisce il procacciamento delle risorse future, non tiene più. Non tiene nella cultura, nelle aspirazioni, nella sensibilità sociale; ma neanche nella realtà. Se ne può dedurre che, se si vuole fare qualcosa per aiutare le nascite – non per motivi patriottici, o per garantirci le pensioni, o per motivazioni morali o religiose, ma perché abbiamo visto che il loro calo è un segnalatore potente di malessere sociale –, bisogna ridurre l’area dell’incertezza, puntellare da qualche parte l’enorme precarietà dell’edificio. I bonus bebè – elargiti per tre anni, dal 2004 al 2007, da un governo di centrodestra e riproposti dieci anni dopo da un governo di centrosinistra – difficilmente raggiungeranno lo scopo, risolvendosi in un piccolo premio monetario alla maternità, che nel primo caso è stato discriminatorio proprio verso le donne che facevano più figli (le straniere, che non l’hanno avuto) e nel secondo ha interessato anche le famiglie abbastanza benestanti.

E allora? Che fare? Torniamo per un attimo nei corridoi del policlinico di Napoli, dove abbiamo incontrato le future mamme e nonne, incrociando le intenzioni di futuro di due generazioni. Qui ci imbattiamo in Francesca, che fino a qualche mese fa portava il camice bianco delle specializzande e adesso è invece al lavoro con un assegno di ricerca. Francesca ha due figli, la prima di tre anni e il secondo di uno. Li ha avuti durante il periodo della scuola di specializzazione. Che dura cinque anni e ha le regole di un vero e proprio contratto di lavoro: i laureati che entrano nella scuola hanno un reddito, doveri e diritti. Tra questi, la maternità. «Quando andiamo in maternità, ovviamente c’è la sospensione obbligatoria per cinque mesi, durante i quali ci paga l’Inps, poi si riprende regolarmente e si recuperano i mesi di congedo». Come in un lavoro normale, di quelli che non ci sono più. Per questo Francesca racconta: «Abbiamo scelto di avere due figli nel periodo della specializzazione, per me era l’unico modo, la condizione ideale: adesso non potrei più farlo. Devo mettere su uno studio, oltre che continuare con l’università e il policlinico. Poi se faccio un concorso chissà dove vado».

La condizione ideale: un’attività di studio e lavoro, una specializzazione in corso, una tranquillità economica, la possibilità di interrompere per qualche mese senza perdere tutto, un’età ancora giovane. Nicola Colacurci, primario del reparto, conferma: «Abbiamo la metà della specializzande incinte. Per loro è meglio farli prima che dopo, i figli: in seguito, i carichi di lavoro cresceranno, e anche le responsabilità, e anche l’età ovviamente». Dopo, dovranno comunque darsi da fare per trovarsi un lavoro, da dipendenti o da libere professioniste, e per mantenerselo. Ma prima, sono state messe in condizione di poter scegliere.

Roberta Carlini, Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi




Roberta Carlini è giornalista e scrittrice. Si occupa di economia, lavoro, politica, società, questioni di genere. Scrive per “Internazionale” e per il gruppo “L’Espresso”. È stata condirettrice di “Pagina99” e vicedirettrice del quotidiano “il manifesto”, cofondatrice di www.ingenere.itwww.sbilanciamoci.info.

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