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Il colle del lupo. Storia di un ragazzo che scelse di resistere

Marco Rovelli, Eravamo come voi. Storie di ragazzi che scelsero di resistere

IL COLLE DEL LUPO
STORIA DI UN RAGAZZO CHE SCELSE DI RESISTERE
di Marco Rovelli

Eravamo come voi

Dietro la Resistenza ci sono le resistenze. Ogni storia epica e gloriosa ha dietro moti più lievi e impercettibili. Scelte, alle volte istintive alle volte forzate, e il caso. Ci sono gli eventi che ti trascinano. Soprattutto se hai vent’anni.
Come è stato per per Ivano Piazzi, oggi 88 anni, che a 17 partì da Cremona andò in Val Susa per fare il partigiano. Lupo era il suo nome di battaglia. La sua storia, come quelle di tanti altri giovani come lui, ce la racconta Marco Rovelli in Eravamo come voi.

Ivano ha 88 anni, mi manda mail col suo tablet, va in auto regolarmente da Genova a Cremona a 130 all’ora, e fino a due anni fa sciava: «poi ho smesso, sai, se a quest’età cadi e ti rompi il femore...». Non ha nipoti, ma adora i tanti bambini che incontra nelle scuole elementari: mi mostra le lettere che gli hanno scritto, indirizzate a «nonno Lupo». Perché Lupo era il nome di battaglia del diciassettenne Ivano Piazzi, quando da Cremona andò in Val Susa per fare il partigiano.

È l’ultimo partigiano cremonese della 17a brigata Garibaldi. E ogni anno, quando si commemora l’eccidio del Colle del Lys, Ivano è lì: «ci vado tre giorni prima, perché rivivo i miei diciotto anni...».

Ivano compie diciott’anni il 2 aprile del ’44. Abita con i genitori e un fratello nel rione San Bernardo di Cremona, e fa il tornitore all’officina Cappelletti in via Milano. Il resto del tempo sta con gli amici, fa sport, e corre dietro alle ragazze.

A costringerlo alla montagna è un collega di suo papà. Loro lavorano in quello che all’epoca si chiamava manicomio. Che però il papà diceva sempre a Ivano: «non sono matti, ma sono ammalati».

Chi era un dipendente pubblico doveva avere la tessera del fascio, e mettersi in divisa per andare al sabato fascista. Ma il papà di Ivano lo faceva controvoglia, per portare a casa la pagnotta, e si vedeva. Si era pure fatto fare una divisa in panno invernale, mica era andato a comprarsi quella vera. Una roba indegna, agli occhi di un fascista vero. E fascista vero un suo collega lo era. E gliel’aveva giurata.

Ivano non sa i retroscena, papà mica parla a casa, né di quel che succede al lavoro, né contro il fascismo, come quasi sempre: ai ragazzini meglio non dir nulla, non si sa mai che si facciano scappare qualche parola, e qui basta una parola per andare nelle pesti.

A ripensarci oggi, di certo dei retroscena c’erano: non doveva essere un caso se era sempre dai Piazzi che venivano a stare i figli di Marabotti, quello che abitava al piano terra del palazzo, quando i fascisti venivano a prenderlo per metterlo in galera per qualche giorno quando arrivava qualche autorità in città. Una forma di solidarietà antifascista la famiglia Piazzi la praticava, anche se Ivano non ne sapeva nulla. Solo che nelle pesti Ivano ci finisce suo malgrado, anche senza conoscere i retroscena.

A quel giovane fascista che era Ivano, così fiero di fare un’ora di guardia alla domenica davanti al palazzo della rivoluzione dove abita il grande ras Farinacci, tocca andare a lavorare in Germania. È questa la vendetta che il collega fascista del papà si prende. Ti spedisco il figlio in Germania.

«Porco mondo, mi mandano a lavorare in Germania». Ivano si trova come ogni giorno con gli amici, giusto dietro alla stazione, Porta Milano. Là dove per anni ci si trovava insieme, a fare le gare in discesa con le biciclette, e a correre: adesso c’è da correre via in altro modo. «Ivano, non ci andare», gli dice il suo amico Armando Silla. «Mio papà ti manda in montagna, lì ti vestono, ti dan da mangiare, se vuoi sento come si fa». Il papà di quell’amico fa il solino, insomma uno di quelli che metton giù le piastrelle, con una cooperativa di solini in fama di antifascisti, gente senza tessera che alla fine lavora quasi esclusivamente per quelli che ce l’han su col fascismo. Qualche conoscenza, perciò, lui ce l’ha.

«Sai cosa mi faceva più paura di andare in Germania? La mia paura era che là eran tutti militari... Mi dicevo, io sono un bel ragazzino, va a finire che là manca l’uomo, una s’invaghisce, o se non s’invaghisce ha bisogno, poi qualcuno fa la spia, e ci vado di mezzo io perché rovino dei militari tedeschi... Sapevo che funzionava così in tempo di guerra, l’uomo era lontano e le donne facevano le corna, lo si capiva intorno a noi... E poi i bombardamenti: vado a morire là fra i bombardamenti? Muoio qui!».

Insomma, sono le donne, oggetto del desiderio del giovane Ivano, a fargli paura: come resistere a una donna, e visto che Ivano è pure piacente, mica ci si può tirare indietro...

A casa Piazzi del resto non si parla di antifascismo, ma dall’8 settembre si ascolta Radio Londra. E qualche idea sull’avanzata degli alleati e la fine più o meno prossima della Germania Ivano se l’era fatta, ormai.

Ivano decide di partire. Sa che andrà con i «partigiani», che sono antifascisti e antitedeschi. Sa che gli daranno da mangiare e da vestire. Pensa che gli daranno da mangiare e da vestire affinché non collabori con tedeschi e fascisti. Ancora, però, non s’immagina che dovrà prendere le armi.

Parte tranquillo: ha il foglio su cui c’è scritto che deve presentarsi il 12, se lo fermano può dire che sta andando a fare una gita a Torino prima di partire per la Germania, del resto è pure senza bagagli.

Le istruzioni sono queste: al mattino alle sei in stazione a Cremona, fai il biglietto per Torino, dovrai cambiare a Milano. Quando arrivi a Torino Porta Nuova, vedrai nell’atrio uno con «La Stampa» in tasca. Sarete una ventina, non dite nulla, fate gruppetti di quattro, a distanza tra di voi, e seguitelo.

In treno Ivano trova diversi giovani, allegri. Vado a trovare la morosa in risaia a Santhià, dicono in un paio. Ivano capisce che quelli saranno suoi compagni.

A Torino Porta Nuova c’è l’uomo con «La Stampa» in tasca. Ivano scoprirà poi che si chiama Paolo Ghilardotti, il quale riuscirà a mettere insieme centotrenta giovani cremonesi portandoli in Val Susa. Da Porta Nuova, dunque, si prende il tram fino a Porta Susa, e di lì di nuovo il treno: si scende a Condove. Da lì a piedi, si sale in montagna, sopra Avigliana. Le scarpe di qualcuno si rompono, sono scarpe da città. Dopo qualche ora di cammino si arriva in una baita, un pugno di riso in una vecchia scatola con un cucchiaio di legno ricavato dalla scorza delle piante, si dorme stesi su un letto di strame e foglie secche.

Alla mattina, prendono le generalità: nomi e città – ma non la via – e poi: «sceglietevi il nome di battaglia». Ivano sceglie Lupo: a casa ha due cani lupo che ama, e poi è un nome adeguato a quei posti.

Quella è la 17a brigata Garibaldi, appena sotto il Col del Lys. Al mattino ci si alza, ti danno latte e orzo, e castagne secche. I primi giorni bisogna aspettare. Commissario politico della 17a è Kiro, un cremonese che Lupo già conosce. Lui comincia a fare formazione politica, e arrivano anche dei delegati del Partito comunista a tenere una lezione.

Lupo ha capito che non sarà sufficiente aspettare che la guerra finisca, ma che lì ci si dovrà anche difendere. Sebbene per adesso armi non gliene diano, e lì di armi ce ne sono pochine, ancora. Lupo ne approfitta per perlustrare le montagne, capire la direzione dei vari sentieri, nel caso arrivino i fascisti dal basso. Una conoscenza dei luoghi che gli sarebbe potuta tornare utile il 2 luglio, quando arriverà il rastrellamento a opera di un migliaio di tedeschi e di fascisti: molti partigiani riusciranno a sfuggire nascondendosi nei boschi, negli anfratti della montagna, nella nebbia; ma ventitré di loro saranno catturati, torturati e uccisi. Ma per fortuna del Lupo, dopo due settimane di permanenza alla 17a lui è già stato mandato nella 42a, a Chianocco, sopra Bussoleno.

Lì arriva in un distaccamento dove sono quasi tutti militari meridionali, che non potevano tornare a casa. Si erano portati su le armi, e una mitraglietta Fiat la danno anche a Lupo, che qui fa conoscenza con i pidocchi, fedeli compagni di guerra.

E così si scende per le azioni, principalmente indirizzate a sabotare la linea Torino-Modane. Far saltare le traversine del treno. Oppure fermare i convogli, e bloccare la linea, dove capita anche di far prigioniero il tedesco a fianco del macchinista, che si arrende senza provare a opporsi visto il numero dei ribelli... Ma poi, come sempre, c’è il problema dei viveri, e allora bisogna scendere a procurarsene, magari requisendo il maiale di un fascista, che proprio in quel frangente ti trovi in mezzo a un rastrellamento, e allora devi scappare sparando, e mollare il maiale...

L’8 luglio arriva il rastrellamento anche per la 42a. Proprio mentre è in corso una tregua per uno scambio di prigionieri, i fascisti salgono da un vallone spoglio, dove non ci sono baite, per provare a prendere di sorpresa i ribelli. Il distaccamento di Lupo è un avamposto all’alpeggio di Balmafol, ha il compito di difendere il comando che sta più in alto. I fascisti sono a poche decine di metri, sparano nascosti da dietro gli alberi e le rocce, ma le munizioni dei ribelli sono poche, non dureranno a lungo per uno scontro di posizione. Di certo non bastano a difendersi. Allora il figlio del malgaro ha un’idea: prepariamo dei macigni e quando vengono su li facciamo rotolare e glieli buttiamo addosso... «Cômandant, l’hai nen d’armi... Campô n’ roch?», così si narra abbia detto (Comandante, non ho armi... Che faccio? Tiro giù un masso?). E allora, tutto il distaccamento comincia furiosamente a raccogliere tutte le pietre d’intorno, le impila, le dispone in file. E così i macigni vengono mollati, rotolano come una valanga, una scarica micidiale, saranno una ventina i fascisti che restano sul terreno, e gli altri sono costretti a schizzare via per non esserne travolti, mollando pure le armi che verranno recuperate dai ribelli.

Il distaccamento andrà orgoglioso di quella vittoria per così dire all’arma bianca, e ne farà subito una canzone, che già nei giorni successivi tutti canteranno: «Balmafol è un’alta cima / gloria nostra partigiana / c’è la morte a noi vicina / ma il nemico non temiam / ... / Canta a morte la mitraglia / giù i macigni a rotolon / dagli addosso a ’sta gentaglia / trema tutto il gran vallon».

Dopo il Balmafol Lupo viene aggregato al distaccamento del comando. È giovane, robusto, veloce, è perfetto come portaordini. Alla 17a, dove poi tornerà, dovendosi fare anche quaranta chilometri di pianura, il comandante della brigata, Deo, gli fa lasciar giù il moschetto e gli dà il suo mitra.

Lupo ha pure il tempo, e la fortuna, di trovare una donna. Per quanto la regola fosse di non avere contatti con le ragazze del luogo, per non inimicarsi la popolazione, che come sempre era decisiva per la sopravvivenza. Quella era una ragazza madre, ed era andata lei a cercarlo. Si era proprio innamorata di quel giovanotto. E a Lupo quella ragazza così forte e decisa piaceva davvero parecchio.

Dopo sei mesi con la 42a, Lupo torna alla 17a, dai suoi concittadini cremonesi, da Kiro, dal comandante Deo e dal vicecomandante Pucci. Quest’ultimo si chiamava Sergio Rapuzzi, ed era stato a scuola con Ivano. Studiava da tenore, e cantava le operette al teatro Ponchielli. Bello quando adesso, attorno al fuoco, nell’alpeggio sopra i due laghi di Avigliana, canta, dietro le insistenze dei compagni, Che gelida manina... Quasi, in quei momenti, ci si dimentica di essere in guerra, e di avere la morte intorno.

Poi, certo, Lupo impara altri canti. Come l’Inno dei lavoratori di Turati: «Su fratelli su compagni». O il bel canto operaio piemontese, «Guarda là su la pianüra / lj ciminè fan pa pì füm / e ij padron da la pàüra / as fan guernè da cuj dj ’alüm» (dove quelli del lume da cui i padroni della paura si fanno proteggere sono i carabinieri). Sulle montagne della Val Susa si può cantare in coro tranquillamente: da quelle altezze giù al piano non possono sentire.

A pochi giorni dalla Liberazione, il 29 marzo, la voce di Pucci non si sentirà più. Sarà ucciso durante un rastrellamento, sorpreso in una baita a Prà del Colle, insieme al comandante Deo. Spareranno fino all’ultimo con le loro automatiche, ma là fuori erano un migliaio.

Dopo la loro morte si scende in pianura, a San Giglio Torinese. Una squadra di una trentina di persone, ogni notte un’azione contro i tedeschi: anche in città, col parabellum nascosto sotto il cappotto. Il 27, la Liberazione.

Quando torna a Cremona, Ivano decide di iscriversi al partito. «Papà», dice, «là erano tutti iscritti, cosa faccio?». «Io sono già iscritto, Ivano».

Per alcuni anni Ivano si metterà a disposizione del partito. Tutte le domeniche prende l’auto e va in giro per le campagne, a fare quel che c’è da fare. Per esempio porta spesso in giro a fare i comizi il vecchio Miglioli, quello che aveva fondato le leghe bianche tra gli agrari padani. Poi mette in piedi la Uisp, l’Unione italiana sport popolare – che sarà il motivo della sua rottura col partito, quando questo decide di togliergli la sede.

«Qual è stata la cosa che mi ha lasciato nella vita fare il partigiano? Ti dico cosa diceva uno di noi: siamo saliti in montagna ignoranti e siam scesi laureati. Ho visto quei poveri montanari grattare i sassi per coltivare, ho visto la fame che facevano... Ho provato la fame, tutto il giorno sotto mitragliate, in mezzo alla neve, scappare, restare bagnati fradici tutto il giorno, l’inverno con la tormenta, dormire al freddo senza poter accendere il fuoco. E quando passi queste cose, capisci anche chi dorme sotto i ponti... Vedi tutto: vedi cosa vuol dire la vita».

Marco Rovelli, Eravamo come voi. Storie di ragazzi che scelsero di resistere





Marco Rovelli, scrittore e musicista, ha pubblicato le ‘narrazioni sociali’ Lager italiani (Bur 2006), Lavorare uccide (Bur 2008) e Servi (Feltrinelli 2009); le raccolte di poesie Corpo esposto (Memoranda 2004) e L’inappartenenza (Transeuropa 2009); Con il nome di mio figlio. Dialoghi con Haidi Giuliani (Transeuropa 2009); il romanzo La parte del fuoco (Barbès 2012); La meravigliosa vita di Jovica Jovic (con Moni Ovadia, Feltrinelli 2013). Musicista prima con i Les Anarchistes, nel 2009 ha pubblicato il cd solista libertAria e  nel 2015 Tutto inizia sempre. È andato in scena con la riduzione teatral-musicale di Servi e con lo spettacolo Homo migrans, da lui scritto e interpretato (con Moni Ovadia). Collabora con “il manifesto”.


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