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Emiliano Gucci: Le biciclette sono due, i vini di più

Emiliano Gucci, Sui pedai tra i filari - part copertina

Le biciclette sono due, i vini di più
Da Prato al Chianti in bici con Emiliano Gucci

Sui pedali tra i filari

Una bicicletta, anzi due. Per i semplici spostamenti quotidiani e per evadere dalla piana pratese-fiorentina, dove i confini si confondono e le identità si annacquano. Per fuggire, anche da se stessi: svoltando verso la campagna, sui colli del Montalbano o del Chianti classico, da Carmignano a Vinci e poi a Greve, Radda, Gaiole, tra le strade del vino e la gente che lo fa, respirando sogni e fermentazioni alcoliche; sui saliscendi che furono di Bartali e Magni, di Bitossi e Nencini, di Leonardo e Pontormo. Arrancando sulle polverose salite de L’Eroica o affiancando un amico che corre in handbike; ripiombando tra le vie di Prato, tra l’hockey e la Palla Grossa, fino a una libreria del centro, sotto lo sguardo sornione di Curzio Malaparte. Ci accompagna Emiliano Gucci Sui pedali tra i filari.


Le mie biciclette sono due, entrambe da corsa, con il manubrio curvo e le ruote sottili, la sella affilata, il profilo elegante.

La prima è d’acciaio, vecchia e bellissima, probabilmente destinata a seppellirmi. È colorata, sfuma dal rosso al giallo, porta i graffi del tempo ma le cromature si difendono alla grande e strutturalmente non mostra una crepa. È il regalo di uno zio, che mai poteva indovinarlo meglio, perché proprio tornando a pedalare su questa bici, in età adulta, s’è accesa in me una passione che stavo affossando nel divano, eccitandomi al massimo per le corse in tv. Se ho ben capito, anche a lui l’avevano regalata, il che vuol dire che un giorno dovrò regalarla anch’io.

È tutta italiana, fatta di pezzi che, ci giurerei, sono stati fatti in Italia. Quelli che erano stati sostituiti con rammendi di fortuna, li reintegro a poco a poco con gli originali. Ha i puntapiedi con le cinghie di cuoio, le leve del cambio sul tubo del telaio, i fili dei freni esterni al manubrio, la sella di pelle con le borchie, la borraccia di alluminio rivestita come un salame. Come rapporti, monta davanti 53 e 42, di quei tempi in cui gli uomini erano tali anche in salita, mentre dietro concede un massimo di 23 denti, da me incrementati fino a 28 per non rischiare l’infarto.

La adoro. Più invecchia e più migliora, io me ne accorgo e gli appassionati pure; ogni tanto qualcuno mi affianca e la sbircia e mi chiede se la vendo, io vorrei raccontargli la faccenda dello zio ma sorrido e scuoto il capo e cambio marcia perché possa ascoltare la musica, poi mi lascio superare.

È la bicicletta dei miei spostamenti quotidiani, che spesso mi accoglie in sella con un paio di jeans, il gambale destro arricciato, una molletta per non sporcarlo con la morchia della catena. Per andare al lavoro, nella giungla di via Firenze e poi nel breve tratto di ciclabile che mi spetta, tra il muretto che domina l’argine e una lingua di giardinetti spennacchiati; i bimbi che giocano, le ragazze che corrono, i nonni trainati dai cani; le puttane che risalgono la scarpata con la preda spompata, i pescatori che la scendono con gli stivali ascellari.

Non ho idea di che razza di pesci si possano tirar fuori, di là dentro. Un tempo si diceva che dal colore del Bisenzio s’intuiva la moda della stagione successiva, per via degli scarichi industriali di chi le stoffe le tinteggiava alla fonte: il fiume blu, il fiume rosso, il fiume verde. Oggi è tutto bigio. O in certe stagioni proprio nero, buio pesto di sera quando ritorniamo a casa, che è quasi ora di cena. E allora attacco sul manubrio una lucina elettrica, bianca, e sul reggisella un’altra rossa, intermittente, unici espedienti tecnologici sulla mia bicicletta vintage. La bicicletta con cui ho riscoperto la gioia del pedalare, che per me contiene tutti i colori del mondo.

L’altra è moderna, in carbonio, rossa e bianca, leggera, pensata per l’attività amatoriale di un cicloamatore provetto come me, disegnata bene, con tagli originali, piuttosto reattiva restando confortevole. Mi piace perché l’ho scelta io, e mentre la prima è piovuta dal cielo, questa è figlia di cataloghi studiati e negozi battuti, dubbi e consigli, preventivi e conteggi di salvadanaio. Ha i pedali a sgancio rapido, il cambio sul manubrio, i fili integrati, le ruote a profilo medio, la sella ergonomica, due borracce di plastica, una per bere e l’altra per gli attrezzi; un contachilometri wi-fi che tiene il conto della velocità media e massima, della strada percorsa nel giorno e nell’anno, di altri inutili parametri. È tutta italiana, per scelta, ed è fatta con pezzi che, ci giurerei, sono stati fabbricati dall’altra parte del mondo per poi essere assemblati qui. Monta un gruppo pignoni che va dall’11 al 25 e davanti una compact 34/50, di quest’epoca in cui anche i rammolliti giocano ai fenomeni. È la mia bicicletta. È la bicicletta delle uscite più lunghe, delle imprese fantasiose, quella che mi accoglie in sella strizzato in una tutina impietosa che evidenzia ogni lonza, ogni pelo, il casco colorato e i guanti mozzi, le tasche piene di ciò che spero sia l’occorrente: la barretta di cereali e un documento, tre monete e il santino di san Michele, il telefonino che tanto non piglia o non potrò rispondere, stramazzando in salita.

Sono le mie biciclette. Che aprono gli orizzonti, allungano il passo e accorciano il respiro, mi fanno sentire vivo. Sono le stesse biciclette che risvegliano la contraddizione, chiudendo il cerchio con un’altra passione mia, meno sportiva ma altrettanto forte: sono loro a portarmi sulle strade del vino, laddove maturano le uve e lavorano gli uomini che producono il nettare che più sa conquistarmi; tra i vigneti e le cantine, nei saliscendi delle gradazioni alcoliche, a spiare le variazioni dei colori e le imperfezioni dei filari, fiutando gli effluvi delle fermentazioni e i mucchi di vinacce scaricate al sole.

Un bicchiere di vino è un altro tipo di fuga.

Che non ha niente a che vedere con il bere per dimenticare. È piuttosto bere per ricordarsi chi siamo e quanto è bello stare qui. È una fuga che vuol trovare qualcosa. Che può guardare all’indietro, tracciare la storia di una bottiglia e di un posto, di una tipologia d’uva e di vinificazione, delle persone che ci hanno messo il cervello e la fatica, i risparmi, l’energia degli anni migliori, talvolta di una vita intera; hanno lavorato duramente, sperimentato, combattuto, provato e riprovato, hanno perso e vinto, sono arrivati fin qua.

È saperli abbracciare. È immaginare il sole e le piogge di quell’annata, a quelle latitudini, a quelle altitudini, e quanto erano fredde le notti e quanto era secco il vento, quanto era limpida l’alba; rivedere i giorni della vendemmia con i sorrisi e gli sbadigli, la schiena e le braccia che dolgono, i dubbi, gli errori, la beffa del tempo che magari grandina e stronca tutto nel giro di due ore.

È la storia delle case, delle cantine, delle grotte, delle botti che hanno contenuto e accompagnato quel nettare per anni, dandogli e ricevendo un qualcosa, a ogni istante; è la storia del qualcosa che sanno raccontarci le etichette appiccicate sulle bottiglie: sempre troppo, sempre poco; è il perché di certi nomi e di certi disegni belli, brutti, indovinati o tirati a caso.

È la storia di tanta umanità.

E d’altro canto è anche un piacere semplice, primitivo: ficcare il naso in un calice pieno, respirarne ogni nota di profumo e farlo ancora e poi ancora e poi assaggiarlo, berlo, gioirne, riprovare più tardi e sentire che va mutando, e sapere che sarebbe stato diverso se quella bottiglia l’avessi aperta l’anno scorso, o ne avessi aspettati altri due. Il vino che nasce, prende vigore e poi cresce e matura, invecchia, si siede e si stanca, muore, e tu che devi scegliere in quale frangente incontrarlo, indovinarlo un po’.

Un bicchiere di vino è le finestre che nella mente si aprono mentre lo bevi, la fantasia che accende. È il calore che sa darti, l’amore che viene più facile. È i gesti, i suoni del rituale: la capsula da incidere e togliere, lo stridio del cavatappi nel sughero, lo schioppo, il frusciare fluido nel calice.

È la forza di un’opera contadina assoluta, il connubio idea­le tra la terra e l’uomo.

È succo d’uva che va mutando in aceto per una spontanea sequenza di processi chimici – l’essere umano che puntualmente s’intrufola e cerca di domarla, deviarla, pur di avere qualcosa di decente da mettere in tavola.

Ecco, forse è meno ridicolo sintetizzarlo così.


Emiliano Gucci, Sui pedali tra i filari. Da Prato al Chianti e ritorno




Emiliano Gucci è nato a Firenze nel 1975, vive e lavora a Prato. Ha pubblicato i romanzi Donne e topi (Fazi 2004), Sto da cani (Fazi 2006), Un’inquilina particolare (Guanda 2008), L’umanità (Elliot 2010), Nel vento (Feltrinelli 2013), le raccolte Firenze carogna (Pagliai 2009) e Più del tuo mancarmi (Noripios 2014), oltre a numerosi racconti tra cui L’orso (e-book, Feltrinelli 2012).




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