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Alla scoperta del cuore selvatico di Roma con Antonio Canu

Antonio Canu, Roma selvatica

Alla scoperta del cuore selvatico di Roma
con Antonio Canu

Roma selvatica

Volpi, gabbiani, pappagalli, testuggini, pipistrelli, granchi, cormorani, storni. E ancora falchi, rospi, ramarri, scoiattoli, barbagianni, farfalle. E poi querce, alberi del paradiso, palme, capperi, viole, papaveri e molto altro. Roma, come ogni città, ha il suo cuore selvatico: sta a noi scoprirlo.
Roma selvatica di Antonio Canu è un diario naturalistico urbano dove protagonisti sono animali e piante, la loro storia, il loro arrivo, la loro scoperta, i luoghi inaspettati e vicini che abitano.


Abito in un palazzo della periferia, nel quadrante nord-est di Roma, in un quartiere che in pochi anni è lievitato oltre l’immaginabile. Qui, poco al di là del palazzo dove vivo, prima non c’era nulla, solo una grande distesa di verde.
Oggi del paesaggio originario – quella campagna romana che tanti scrittori e pittori hanno raffigurato soprattutto tra l’Ottocento e il Novecento – resta qualche traccia, qualche ricordo, a dire il vero sempre più vago. In pochi anni, le colate di cemento e di asfalto hanno trasformato irrimediabilmente quello che il territorio aveva assorbito con lentezza ed equilibrio nel tempo. Si potrebbe affermare che è la normale evoluzione di una grande città come Roma. O, di contro, che è l’ennesima occasione persa per pianificare in maniera sostenibile ed equilibrata, tenendo conto dei valori dei luoghi e delle esigenze di chi ci vive.

Dal terrazzo di casa, al terzo piano, ho ancora una visuale libera da costruzioni vicine. Caso, o fortuna, ha voluto che proprio a due passi dal mio palazzo sia stata scoperta un’area archeologica, immersa nel verde, che di fatto è rimasta isolata dal contesto dei condomini e delle strade. Dall’altro lato dell’appartamento, che guarda a nord, le chiome di un filare di pini nascondono le costruzioni, sullo sfondo, di un quartiere (o meglio borgata, come si chiamano a Roma) nato senza regole sui resti di una città storica, Fidene.

Frequento molto i terrazzi di casa. E non sono il solo, a parte i miei familiari. Nelle due mangiatoie che ho allestito per i piccoli uccelli, soprattutto quando è molto freddo – sempre più raramente, a dire il vero – c’è un via vai di passeri che si esaurisce con l’ultimo granello di cibo. Le «mie» mangiatoie sono frequentate soprattutto da questi simpatici volatili, un tempo molto comuni. Lo sono ancora, ma molto meno di quanto possa sembrare. Oltre ai passeri, le mangiatoie sono frequentate da occhiocotti – un uccello simile alla capinera, con un anello di colore rosso intorno all’occhio – e più raramente da pettirossi, merli e altri uccelli comuni nel cortile condominiale.

L’ecosistema terrazzo dipende molto da come viene allestito. Non ho il cosiddetto pollice verde e le piante nei vasi si selezionano da sole, costituendo comunque una coltre vegetale dove trovano riparo o riposo insetti di vario genere. Un anno, tra le maglie vegetali, ha nidificato una coppia di cardellini. Un vero caso, anche perché la coppia si è dovuta adattare alla nostra presenza. Nei buchi della ringhiera fanno il nido le vespe e altre utilizzano le cannucce di un pendolo. Con i primi tepori si avvicina qualche farfalla, che a volte si posa per riscaldarsi al sole. Sul mio terrazzo si sono posate allegre cedronelle, eleganti macaoni, timide vanesse.

Sulle ringhiere del terrazzo stazionano a volte i piccioni. A dire il vero questo avviene raramente: ho notato infatti che questi uccelli preferiscono occupare gli spazi dal quarto piano in su. Come se esistesse, invisibile, una barriera naturale. È capitato, però, che un paio di volte nidificassero tra i vuoti del balcone che guarda a nord. È avvenuto quando siamo stati fuori per tempi più lunghi del solito. E così abbiamo assistito al volo del giovane piccione.


Nel cortile del palazzo ci sono spazi verdi, con alberi e arbusti di vario genere. Una magnolia, una palma, un paio di melograni, una decina di tigli, alcune conifere, tra cui ombrosi pini domestici e sgraziate tuie, cespugli di rose da giardino. Gli uccelli che frequentano quest’area sono ballerine bianche, merli, pettirossi. A volte ho visto il verdone. Gli alberi di conifere sono invece la casa per le cince e soprattutto per il piccolo codibugnolo, l’ospite a me più gradito. Un ciuffo di piume e penne, del peso di 6-10 grammi, che si muove ciondolando dai rami. Sugli alberi si posano anche le cornacchie, altra presenza comune nel quartiere. Così come i gabbiani reali, i cui versi mattutini richiamano scogliere e mari profondi, fino a quando all’inganno si sostituisce la sveglia di casa e inizia un nuovo giorno. E solo allora ne scorgi il volo o la sagoma candida sopra i cassonetti dei rifiuti.

Gli animali che invece vedo con meno frequenza sono i pipistrelli. Un tempo erano di casa, a far scorpacciate di insetti, vicino ai lampioni delle strade. Mi sarebbe piaciuto accoglierli nelle bat box da appendere sul terrazzo, ma ho dovuto rinunciare per le ferme obiezioni degli altri membri della mia famiglia.

Il parco vicino casa, chiamato delle Sabine, è ciò che resta della campagna dopo la costruzione del nuovo quartiere. Mi limito a raccontare qualche aspetto naturalistico, anche se ci sarebbe molto da commentare su quale doveva essere il risultato di questa nuova urbanizzazione e sui rischi di perdere ulteriori spazi di verde.

Del parco, frequento i viottoli e adoro i campi abbandonati. Qui si rifugiano le cosiddette specie infestanti, che regalano fioriture straordinarie. Bellissime e invernali quelle della camomilla, che dipingono di bianco i saliscendi erbosi, tanto da sembrare spruzzate di neve. Qui ho scoperto anche specie non comuni, se non rare, come il gittaione, uno dei tanti cosiddetti fiori di campo, di quelli che un tempo si trovavano nei campi di grano. Qui ho trovato, dietro una curva, un ciuffo di papaveri dai petali rosa, così delicati da nascondersi allo sguardo dei passanti. Al parco ho fatto incontri imprevisti con il cuculo (di sera, al tramonto), con stormi di gruccioni – gli uccelli più colorati della nostra fauna – che volavano in gruppo, magari pensando a future nidificazioni, con un bel biacco, che si muoveva sinuoso lungo un viale.

Ma è la collina su cui sorge l’area archeologica che più di altro mi attrae. Un poggio, ricoperto di rovi, robinie e altri cespugli dove sono presenti i resti di una villa romana. Ho letto che la costruzione risale ad un periodo tra la fine dell’età repubblicana e le prime fasi di quella imperiale. I ritrovamenti di ceramica a vernice nera fanno supporre che il sito fosse abitato già dal III secolo a.C.

Proprio lì, da qualche anno osservo, quasi quotidianamente, un nucleo di volpi. Le ho viste correre, nascondersi, cacciare, giocare. Tra la vegetazione bassa o alta, secondo la stagione. La loro pelliccia rosso fulvo risalta nella rara neve. Una volta ho trovato un cucciolo morto sul marciapiede vicino.

Altra presenza familiare, spesso a caccia sopra la collina della villa romana, è il gheppio, il più piccolo dei nostri falchi. Anche lui non disdegna come posatoio qualche ringhiera, sfreccia tra i palazzi, si ferma a «spirito santo» per cacciare.


Insomma non fa più notizia vedere una volpe in città. E nemmeno gabbiani, cornacchie, gheppi, per non parlare di passeri, merli, piccioni, storni, rospi. Perfino testuggini o pappagalli esotici sono ormai accettati come nuovi concittadini. Ma questa è solo la parte emergente di un processo più complesso e solo in parte conosciuto.

Quello che viene definito l’«inurbamento» di animali è un fenomeno che negli ultimi decenni è cresciuto progressivamente e interessa tutti i centri urbani, grandi o piccoli che siano. Se è vero, come accade purtroppo ogni giorno, che metropoli e cemento stanno sottraendo spazi sempre più ampi agli ambienti naturali – cioè un inurbamento passivo –, accade pure che pezzi di natura trovino rifugio in città. Così avviene che chi vive nelle aree urbane, cioè la maggioranza della popolazione mondiale, si trova a convivere con quel mondo da cui si è allontanato per volontà o necessità. Ovviamente, anche quella degli animali non è una scelta intenzionale, ma un’opportunità. E non riguarda tutte le specie, ma soltanto quelle che trovano le condizioni ambientali ed ecologiche adatte. Che poi sono: un clima favorevole soprattutto d’inverno, cioè più caldo; l’abbondanza di cibo, tra avanzi e rifiuti d’ogni genere; una differenziazione di habitat che richiama quelli naturali; la maggiore disponibilità di ore di luce grazie all’illuminazione artificiale; una maggiore sicurezza perché ci sono pochi predatori e non c’è la caccia.

Anche le piante trovano casa in città. Possono essere indigene, oppure introdotte per caso o volutamente, esotiche e ornamentali.

Ci sono poi le cosiddette specie sinantropiche, quelle che di fatto dipendono dall’uomo o che ne sfruttano la presenza. Le piante sinantropiche sono le specie opportuniste, quelle dette infestanti, che attecchiscono nei luoghi più marginali, come i bordi delle strade o le aree abbandonate. Sono piante molto adattabili e che si riproducono velocemente. Quanto agli animali, conviviamo da molto tempo con ratti, piccioni e invertebrati di vario genere.

La città è un insieme disordinato che accoglie spazi naturali sopravvissuti o ricreati con i quali si relaziona, traendone benefici e ospitandone gli abitanti. C’è la natura delle aree relitte, cioè quelle che sono state inglobate dal perimetro urbano ma che conservano anche se solo in parte le caratteristiche originarie; ci sono le aree create dall’uomo, cioè i parchi e i giardini pubblici; c’è la natura spontanea, quella che cresce in ogni spazio libero, spesso imprevedibile, sull’asfalto, tra le mura antiche, nei vuoti tra il cemento. Quello dell’inurbamento, e in generale della natura in città, non è più considerato un fenomeno secondario ma va acquisendo un progressivo riconoscimento nella pianificazione territoriale, anche in funzione educativa e perfino di conservazione.

Esiste poi un valore sociale, culturale, oltre a quello ecologico. La natura in città è luogo di svago, è testimonianza del passato, è fonte di servizi ambientali fondamentali. Le aree verdi possono, ad esempio, mitigare gli effetti del clima, che in ambito urbano si differenzia dal territorio circostante. In città la temperatura è più alta, anche di tre gradi; la radiazione solare è ridotta del 20%; c’è una minore velocità del vento, almeno del 10-30%. Le piante sono perciò necessarie a raffreddare l’aria, a favorire gli scambi di energia. Inoltre, la vegetazione fa da spugna durante le precipitazioni, evitando un ruscellamento maggiore di quanto già avviene. L’acqua in parte filtra attraverso il suolo, in parte viene assorbita e, tramite evapotraspirazione, rilasciata nell’atmosfera.

Le aree verdi assorbono i gas serra e quindi contribui­scono al loro controllo. Lo stesso fanno per le altre sostanze inquinanti, prodotte dal riscaldamento degli edifici e dal traffico delle automobili. Possono anche concorrere ad abbattere il livello d’inquinamento acustico e in molti casi pure quello visivo.

Le aree verdi sono luoghi per il benessere fisico e psicologico degli abitanti.

L’ecosistema urbano, come del resto ogni ecosistema, può essere definito come l’insieme delle relazioni che intercorrono tra le componenti fisiche e quelle biologiche all’interno della città. Relazioni che ovviamente comprendono, più che altrove, la presenza dell’uomo. Può sembrare una forzatura parlare di ecosistema urbano, anche perché è un sistema non in equilibrio e non sostenibile. C’è un eccessivo consumo di risorse dall’esterno e un altrettanto eccessivo rilascio di rifiuti che tornano all’esterno. Il termine però rende l’idea, fa capire che anche una città è, a suo modo, un sistema vivente.

Questo libro è dedicato alla vita selvatica a Roma. Ma potrebbe essere la storia di qualsiasi altra città. Anche se Roma, va detto, è davvero un caso particolare. Quantità e qualità di specie a parte, ogni città ha il suo cuore selvatico. Sta a noi scoprirlo, o riscoprirlo. Ci sentiremo meno soli, meno poveri, meno tristi. Nel caso di Roma, è un’altra pagina della sua grande bellezza.

Questo libro non è una guida, e nemmeno uno scritto scientifico: voglio subito precisarlo. Così si troverà qualche informazione o annotazione non proprio aggiornata; qualche descrizione parziale o non approfondita; qualche dimenticanza. Il libro vuole essere piuttosto uno stimolo a far conoscere l’altra Roma, e più in generale ogni altra città, quella che molti non immaginano nemmeno che esista.

Non è nemmeno un libro denuncia dei tanti aspetti negativi che in qualche modo riguardano il cosiddetto verde in città. Potature degli alberi se non tagli drastici e spesso inutili; aiuole asfaltate per far spazio a parcheggi; sostituzione di specie spontanee con altre ritenute più decorative o resistenti; immissione di sostanze chimiche per controllare apparentemente le specie infestanti. Situazioni spesso trascurate o che passano in subordine rispetto a chi fa la voce grossa per lamentarsi di alberi lungo le strade pericolosi perché cadenti, foglie a terra che marciscono e rendono scivolosi i suoli, foglie e rami che intasano i tombini. Per non parlare degli escrementi degli storni e dei piccioni, dell’invadenza di cornacchie e gabbiani.

È evidente che una grande città non è un ambiente naturale. Eppure con una buona gestione si possono conciliare tutti gli aspetti, sia di funzionalità per chi ci abita, sia di accoglienza e convivenza di chi per scelta, o per caso o per volere di altri, in città ci vive e vorrebbe rimanerci.

C’è molto di personale in questo libro: scrivendolo, mi sono accorto che è anche un lungo ricordo della mia vita nella Roma degli ultimi cinquant’anni. Una città che non mi ha mai fatto perdere il contatto con la natura. La Villa Ada vicino casa, le rive dell’Aniene, i parchi naturali a una manciata di minuti, sono la Roma selvatica in cui sono cresciuto.


Antonio Canu, Roma selvatica





Antonio Canu, ambientalista, esperto di aree naturali protette, giornalista pubblicista, è presidente di WWF Oasi. Oltre che coautore di numerose opere divulgative.


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