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La montagna dentro: Hervé Barmasse si racconta

Hervé Barmasse: La vetta del Cervino in un autoscatto il 13 marzo 2014,  durante il primo concatenamento invernale delle 4 creste

La montagna dentro
Hervé Barmasse si racconta

La montagna dentro

Hervé Barmasse è protagonista di scalate e avventure estreme. A sedici anni abbandona lo sci agonistico dopo un terribile incidente e deve reinventarsi. Il Cervino lo vede crescere e diventare uomo. Dopo ogni viaggio, dopo ogni salita su cime inviolate in terre lontane, ritorna alla sua montagna, scalandola in ogni stagione dell’anno e inventando nuove vie. In La Montagna dentro Hervé racconta se stesso, la sua storia, la passione, la fatica, l’emozione delle scalate. L’alpinista viene dopo l’uomo, che pure affronta imprese straordinarie. Queste pagine non sono la scontata esaltazione di un campione dell’estremo, piuttosto il racconto di cosa c’è dietro l’avventura dell’alpinismo, dove il coraggio delle decisioni è sempre intrecciato alla fragilità e alla paura. In parete, come nella vita.


Figlio dell’inverno

Sono nato all’ospedale di Aosta il 21 dicembre 1977, il giorno più corto dell’anno. Mamma era solo all’ottavo mese di gravidanza, ma io avevo fretta di vedere il panorama.

Mio padre non ha assistito alla nascita. Era in montagna. Mentre mia madre partiva per Aosta scortata dai nonni di Valtournenche, lui saliva a Plateau Rosa con Leo Pession e Innocenzo Menabreaz per tentare la parete ovest del Cervino in prima ascensione invernale.

«Tu fai apposta a partorire prima per non lasciarmi andare in montagna», aveva detto a mamma la mattina del 21 dicembre, prima di chiederle scusa. Papà, Leo e Nio erano carichi di attrezzature e speranze. Preparavano da tanto tempo la scalata della parete ovest, una brutta bestia, ma anche bellissima, e lui aveva deciso che sarebbe stato più utile in cordata che in una sala parto.

Lei non era d’accordo. Non lo è quasi mai. Quando è entrata in sala e ha visto l’infermiera che rabberciava con il cerotto la maschera dell’ossigeno ha pensato «questa sera ci sarà un altro orfano sulla terra». Si riferiva a Henri, mio fratello maggiore, che nel pensiero ottimistico di mia madre sarebbe rimasto solo al mondo mentre io e lei morivamo sotto i ferri e papà precipitava dal Cervino. Tutto nello stesso giorno, il più breve e triste dell’anno.

Invece no. Il cattivo tempo aveva obbligato mio padre a scendere a valle e al calar della notte ci siamo ritrovati in una stanza di ospedale a festeggiare.

«Tanto riparti», gli aveva detto. E mio padre aveva cambiato discorso buttandola sul Natale e sulla nostra bella famiglia con un figlio piccolo e uno piccolissimo accanto al presepio: Marco, Anna Maria, Henri e Hervé.

A casa si è sempre adottato un linguaggio affettivo elementare. Nella mia memoria non ci sono baci, carezze e «ti voglio bene». Nel nostro piccolo mondo alpino certe effusioni sembravano bandite. Non ricordo il Natale del 1977 e nemmeno gli altri che ci portarono negli anni Ottanta, i primi registrati nella mia memoria, ma so esattamente come andò. Li vedo, li sento, come fossi ancora lì: la gioia di un figlio nuovo unita all’ansia di una nuova ascensione, che per papà era ragione di vita e per mamma era vita senza ragione.

Durante il tentativo del 21 dicembre i votornèn avevano incontrato la concorrenza – i fratelli Squinobal di Gressoney, Rolando Albertini di Cervinia – e si erano accordati per ritentare insieme. Era un inverno cattivo, il Cervino era infarinato e spazzolato dal vento e dal gelo, ma la Befana aveva portato un intervallo di alta pressione e con essa era risalita la febbre dell’avventura. Con Augusto Tamone avevano messo insieme un gruppo forte di sette guide valdostane, ma abbondando di materiali, viveri e ottimismo avevano perso l’attimo.

Molti anni dopo, nella libreria di casa, ho trovato il numero della «Rivista della Montagna» su cui erano stati pubblicati gli appunti di Arturo Squinobal e di mio padre. Leggendo ho scoperto che avevo rischiato di perderlo. L’articolo parlava di neve, vento, amicizie, lacrime. L’11 gennaio 1978, secondo giorno di scalata, il cielo si era coperto ed era calata la bufera. Allora avevano fatto una lunga cordata da sette e stringendo i denti avevano forzato gli strapiombi della parete ovest. Erano arrivati in cima al Cervino poco prima di notte in una delle tempeste più brutte che mio padre ricordi e lì era girata male:

Non c’è un minuto da perdere – scrive Squinobal –. Siamo molto stanchi e lottiamo per la sopravvivenza. Dobbiamo perdere più quota possibile: sul Cervino si è scatenato l’inferno. Siamo ridotti a maschere di ghiaccio che vagano nel buio. Marco e io arriviamo sotto la testa del Cervino; cerchiamo un piccolo spiazzo al riparo da una roccia. Con le piccozze cominciamo a scavare, stanno arrivando anche Oreste e Leo. Gli altri sono ancora sopra di noi; tra le raffiche si sentono le urla delle manovre. Rolando è l’ultimo a scendere in corda doppia. Di colpo sentiamo un urlo nella bufera. Un corpo vola nel vuoto. Qualcuno grida «tieni!», Marco d’istinto si tuffa sulle corde per bloccare la caduta del compagno. Un masso lo colpisce alle gambe. Rolando non c’è più. La bufera ulula sempre più forte, gli elementi si scatenano, sembra la fine per tutti. Piantiamo altri tre saldi chiodi nella roccia perché il vento non ci scaraventi nel vuoto. Marco è sdraiato nella neve, la tormenta lo sta ricoprendo. Si lamenta per il dolore e il freddo. Ha il duvet completamente squarciato sulla schiena e una gamba probabilmente fratturata.

Il diario di mio padre aggiunge:

Sento come un richiamo disperato e un’ombra scura mi passa di fianco. Una forza istintiva mi spinge verso quell’ombra che è uno di noi... Un masso, trascinato da Rolando nella caduta, si abbatte su di me. Richiami dei compagni, grida. Non si vede più niente. Sento voci piene di sconforto. Qualcuno piange...

Papà ha la gamba rotta e le dita dei piedi insensibili. Il polpaccio e il ginocchio si gonfiano a vista d’occhio. Gli amici lo massaggiano a turno per evitare il congelamento. Hanno montato la tendina ma è una corazza gelata, rigida. Il vento stacca schegge di ghiaccio sui sacchi a pelo. Non devono assolutamente addormentarsi perché sarebbe fatale. Immaginano Rolando Albertini in fondo alla Ovest, ma in quella notte di tempesta è impossibile tentare un soccorso, si deve sopravvivere.

Il giorno successivo, nell’alba lattiginosa scorgono una figura senza vita sepolta dalla neve. Albertini è morto.

Dobbiamo scendere o è la fine – scrive Arturo –. Con la corda rimasta formiamo la cordata. Nio scende per primo, conosce la cresta del Leone palmo a palmo. Lo segue Marco, calato da me, mentre Oreste, subito dietro, assicura tutti e tre. Leo e Augusto chiudono la fila. Davanti a noi c’è la spalla che conduce al Pic Tyndall: è in condizioni spaventose.

Devono essere le nove del mattino. Nio tenta di superare l’intaglio: sotto i ramponi la massa di neve fresca mette a nudo un lastrone di ghiaccio vivo. Nio vola nel vuoto sul versante ovest. Fortunatamente la corda va in tensione e Nio si ferma. Ritorna sulla cresta e attacca pieno di rabbia.

Marco si trascina su una gamba sola e procede a cavalcioni. Il suo fisico è sottoposto a uno sforzo continuo. Compie miracoli. Il gelo è tremendo; le mani sono insensibili e bisogna batterle con forza sulla piccozza per fare affluire il sangue; l’angoscia di un altro bivacco fa perdere ogni speranza, ma la volontà di arrivare a casa è talmente forte che tutti diamo il meglio e teniamo duro.

Arrivano miracolosamente alla capanna Carrel alle sette di sera, è buio pesto. La porta del rifugio è bloccata da un metro di neve e devono scavare per farsi strada. Entrano e passano la notte a sciogliere neve e frizionare le dita congelate. La bufera continua implacabile e il cielo non si apre mai. Devono aspettare, sperare, resistere. Restano bloccati in rifugio per tre giorni e tre notti, fino a domenica 15 gennaio 1978, quando un elicottero svizzero approfitta di una schiarita per portarli in salvo. Papà vola in ospedale.

Io ho appena compiuto tre settimane, mio fratello ha quasi tre anni. Cresciamo dentro il romanzo domestico del Cervino, che è miscela di amore e odio, attrazione e rifiuto. Un conflitto di famiglia. Papà ha ereditato la passione dal nonno, che non voleva farne una guida ma alla fine gli ha trasmesso il gene. Mamma non sapeva niente delle montagne, e non voleva saperne; si è trovata in mezzo per amore. Lei viene dalle campagne del Canavese, in Piemonte, dove le cime sono un fondale da cartolina e la Valle d’Aosta è la galleria del vento. Un tempo ci scendeva il fiume di ghiaccio che ha fabbricato l’anfiteatro morenico di Ivrea, adesso ci soffia dentro la brezza dei quattromila. Senza saperlo mia madre ha respirato per vent’anni il fiato di mio padre, l’aria dei suoi sogni, finché l’ha incontrato e si è innamorata.

Il paese di mia madre, Colleretto Giacosa, è leggermente sollevato sulla collina con la Valchiusella in testa e la pianura di sfondo. Nello stesso paese, cent’anni prima, nacque lo scrittore Giuseppe Giacosa, il librettista della Bohème, della Tosca e di Madama Butterfly.

Da bambino, durante le vacanze scolastiche scendevo dai monti della Valtournenche, nella pianura del Canavese.

In quattro mesi di campagna c’era tutto il tempo di perdersi in un presente e in un orizzonte separati, fatti di grilli, terra, cieli larghi e tramonti senza fine. L’orto, il fieno, la vendemmia. A Colleretto si viveva alla giornata, ma dentro un rituale secolare in cui ogni gesto aveva scopo e senso. Anche la nostra vacanza.

Certe mattine nonna preparava la micca di pane, farcita con salame e burro, e andavamo al torrente Chiusella, a pescare e fare il bagno. Nonna conosceva bene quell’acqua cristallina di quel torrente amico sulle cui sponde era cresciuta; sapeva bene da dove veniva e soprattutto dove andava quell’acqua di montagna: a dissetare i campi e i frutteti della pianura. Il sole nasceva ogni giorno per abbronzarci le spalle e maturare il grano, e dopo la trebbiatura i nonni si dedicavano al granturco che aveva bisogno di altra acqua e altro sole.

In cascina non si sprecava niente, nemmeno le preghiere, e si aspettava che la natura mantenesse le sue promesse. Per me Colleretto era un abbandono totale, stupefacente: raccogliere gli attimi del giorno per trovarsi la sera, padroni di un mondo nuovo. Nei boschi vicino a Cretaz e nei campi dei nonni maturavo il mio amore per la natura, il bisogno di selvatico e quell’abilità dell’istinto che distingue il contadino dal cittadino, il viaggiatore dal turista, la guida dal cliente.

Tutti nasciamo nudi e poi ci ricopriamo di abiti e maschere per adattarci a questa società. Ma se ripenso alla mia infanzia, so che si può vivere senza. Io l’ho fatto. Basta ignorare il futuro e perdersi nel presente. Vivere alla giornata come si faceva da bambini insieme alle rane, alle lucciole e alle cicale, parlare la lingua dei cani e delle volpi e immergersi nel fango; tornare indietro a catturare i gamberi di fiume abbagliandoli con la lanterna, guidare il trattore del nonno come un pilota di Formula uno, affrontare il temporale quando gli altri si chiudono nelle case, rincorrere il pallone nelle sere africane in cui la terra suda sotto i piedi. Tornare a casa affamati e stanchi, ma paghi e felici.

«Ti serve qualcosa?», chiedeva nonna mettendomi a dormire.

«No», rispondevo, perché avevo il mondo con me.

L’inverno portava altre magie. Per me erano le vacanze di Natale, per il nonno era il rito del maiale, simbolo di prosperità e condivisione contadina. L’uccisione della bestia aveva il senso dell’estremo raccolto: il sole dell’estate e le cure delle stagioni l’avevano ingrassato per il sacrificio invernale. In inverno si raccoglievano la fatica e la pazienza di un ciclo solare. Il maiale era il dono dell’anno passato e l’assicurazione per quello a venire.

Dell’animale non andava perso niente. Era festa di abbondanza ed economia, allo stesso tempo. Il nonno era il gran cerimoniere: macellaio e farmacista insieme. Recideva i doni, ordinava le interiora, insaccava le carni, preparava le spezie, le dosava. Io guardavo e memorizzavo.

Quando il nonno mi ha finalmente permesso di manovrare col braccio la macchina tritacarne mi sono sentito un gigante. Più tardi mi ha passato un coltello e ha detto: «Staccala bene». Intendeva la cotenna dalla carne. Infine mi ha insegnato a miscelare le spezie ed è stata la lezione ultima, il viatico del maestro salumiere. Stavo diventando grande e Colleretto svaniva nel mio futuro di sciatore.

Alla fine dell’ultima estate, prima di iniziare l’inverno tra le file dello Sci Club Cervino, sono tornato a Valtournenche un po’ più straniero del solito. Mi toccava riconquistare gli amici come sempre, ma quell’autunno c’era di più: dovevo riprendere il mio mondo o lasciarlo per sempre. Uno che nasce ai piedi del Cervino ha solo due strade davanti a sé: salire in montagna o scendere a valle. Non c’è una terza via, e se c’è non funziona mai. Chi sale è un montanaro come i suoi simili, chi scende è un valligiano in fuga, per me un avventuriero, per altri un traditore. Bisogna comunque scegliere.

Hervé Barmasse, La Montagna dentro




È difficile riassumere in poche parole le avventure alpinistiche di Hervé Barmasse. Cime inviolate, pareti vertiginose, nuove vie, traversate di immensi ghiacciai e soprattutto solitarie estreme. Viaggiando in terre lontane come il Pakistan, la Patagonia, la Cina, il Nepal, o sulle Alpi, le sue scalate riportano fedelmente ai principi dell’alpinismo: avventura, esposizione al rischio e ricerca del nuovo fino a diventare l’alpinista che sul Cervino detiene il primato tra nuove vie, prime ascensioni solitarie e prime invernali. Per questo motivo la sua carriera è paragonabile a quella dei grandi alpinisti del passato. Alcune delle sue avventure hanno prodotto due film, Linea Continua (2010) e Non così lontano (2012), di cui Hervé è regista.

www.hervebarmasse.com





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