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Renzo Mazzaro: Veneto anno zero

Renzo Mazaro: Veneto anno zero

VENETO ANNO ZERO
Renzo Mazzaro

Veneto anno zero

L’inchiesta più lunga sulla corruzione nel Veneto, con l’importo più alto di tangenti mai raggiunto in Italia, dimostra con prove schiaccianti che il Mose, l’opera mastodontica progettata per fermare l’acqua alta, è costruito su una montagna di mazzette e di sprechi. Ma per ‘far fuori’ un miliardo di euro non basta essere voraci, bisogna sentirsi onnipotenti. E infatti due onnipotenze gestivano il grande affare del nuovo secolo: quella tecnica del Consorzio Venezia Nuova e quella politica articolata per centri di potere fino ai più alti livelli dello Stato.
Veneto anno zero
di Renzo Mazzaro: un’inchiesta giornalistica della migliore tradizione per capire come si è arrivati a questo punto e, soprattutto, se è possibile uscirne.

Ecco come tutto è inziato.

Il terremoto annunciato

«Mi no me movo da qua. Sto male». Giancarlo Galan è disteso sul letto. Per evitare l’arresto si è fatto trasportare al secondo piano della barchessa di Villa Rodella. Lo stabile è autonomo rispetto al corpo principale della Villa, dove abita. Galan e la moglie l’hanno attrezzato a bed-and-breakfast. Al secondo piano si arriva con quattro rampe di scale molto strette e la barella non ci passa. Impossibile portarlo giù. Il medico incaricato dal Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria, guarda perplesso l’illustre malato: «Onorevole, lei è appena stato dimesso dall’ospedale, in qualche modo sarà arrivato qui sopra. Allo stesso modo può anche scendere di sotto».

Nossignore, l’ex presidente del Veneto non vuole saperne. Comincia una trattativa surreale, l’avvocato da una parte, i finanzieri e il medico dall’altra. Alla fine Galan approda al piano terra su un lenzuolo tenuto teso, per quanto riescono, da due infermieri e quattro sottufficiali della Guardia di Finanza, perché l’importanza del politico sarà anche in declino ma la stazza fisica resta imponente. Lo mettono nell’autolettiga che lascia Villa Rodella dall’uscita posteriore, sotto un improvviso acquazzone, diretta verso il carcere di Opera, in Lombardia, poco distante da Milano. Davanti all’ingresso principale della Villa, aperto per creare un diversivo, aspettano inutilmente i fotografi. Non ci sono immagini dell’arresto di Galan. La dignità del Parlamento è salva. L’estetica un po’ meno.

È la sera di martedì 22 luglio e sono da poco passate le 22. La cabala associa questo numero a momenti carichi di tensione. Tocca dar ragione agli esoterici: qui la tensione è elevata al quadrato, perché sta finendo un’epoca, benché dentro un lenzuolo. Cala il sipario sul ventennio cominciato nel 1994, quando Giancarlo Galan con la segretaria batteva le redazioni dei giornali e delle tv per annunciare la nascita di Forza Italia e la sua personale discesa in campo, come candidato presidente della Regione Veneto scelto da Berlusconi.

Un mondo intero va a gambe all’aria. Crolla un sistema di relazioni ristrette, di collusioni tra politica e affari, costruito con fatica nella legislatura 1995-2000 e dilagato nel decennio successivo grazie al patto tra Bossi e Berlusconi. L’alleanza con la Lega aveva aperto un’autostrada al centrodestra nel Veneto, tutto era diventato possibile per Giancarlo.

Eppure è un film già visto. L’arresto di Galan è politicamente in linea con quello del suo predecessore Franco Cremonese, incarcerato nel luglio 1992, processato e condannato due anni dopo, per le tangenti sui lavori della terza corsia dell’autostrada Padova-Venezia e della bretella con l’aeroporto Marco Polo.

È in linea con il predecessore di Cremonese, Carlo Bernini, il primo per il quale si scomodò l’appellativo di doge: Bernini riuscì a scansare il carcere ma non il processo e la condanna, poco dopo Cremonese, anche lui per corruzione. Quattro anni inflitti ad entrambi, ridotti poi in appello.

Perfino il predecessore di Bernini, il primo presidente del Veneto Angelo Tomelleri, incappò in un’inchiesta giudiziaria e si autosospese per un anno. Comportamento dignitoso, raro oggi come le mosche bianche, tanto più che doveva rispondere “solo” di «uso ritenuto non legittimo dell’autovettura dell’Amministrazione della Provincia di Verona», come scrisse rassegnando le dimissioni il 21 aprile 1972. Fatto commesso prima di diventare capo della giunta regionale, quando saltellava dalla presidenza della Provincia in cui era stato eletto a quella dell’Ente delle Venezie che non aveva mollato. Anche all’epoca era difficile schiodarli dalle poltrone. Per fare presto si faceva scarrozzare di qua e di là con l’auto blu. Ma l’anno dopo venne assolto e la Dc, che l’aveva sostituito con il trevigiano Pietro Feltrin, gli restituì la presidenza. Poteva permetterselo, governava con un monocolore. Altri tempi.

L’assoluzione di Tomelleri non toglie un singolare primato del Veneto: quattro presidenti inquisiti su quattro. Con una crescita esponenziale della capacità di delinquere, visto che il Tribunale del riesame si è permesso di definire Giancarlo Galan «personalità allarmante caratterizzata da una particolare, pregnante e radicata negatività»; autore di «iniziative direttamente rivolte agli imprenditori interessati alla realizzazione di opere nel Veneto, tese a sollecitare in capo a loro dazioni di denaro»; in grado di «approfittare di qualunque occasione, anche di mera convivialità, per avanzare richieste e pretese, sfruttando le cariche istituzionali». Un quadro che per i giudici dimostra «l’assoluto asservimento dell’Ufficio di Presidenza della Regione Veneto agli interessi privatistici del Galan, finalizzato ad alimentare la sua consolidata corruzione». Non è la sentenza del processo che non arriverà mai, perché Galan sceglierà il patteggiamento, ma il Tribunale del riesame è pur sempre parte terza, tra difesa e accusa.

Quest’ultima stima in un miliardo di euro la cresta fatta ai finanziamenti del Mose dal 2003 in poi, per il «fabbisogno sistemico» come l’ha ribattezzato l’ingegner Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, la più importante azienda del Consorzio Venezia Nuova, arrestato il 28 febbraio 2013. Il sistema era quello costruito da Giovanni Mazzacurati, per trent’anni ai vertici del Consorzio, prima come direttore generale e poi come presidente. «Capo supremo», lo chiamavano i suoi collaboratori. «Grande burattinaio», lo definisce il pm Paola Tonini nella richiesta di misura cautelare eseguita il 12 luglio 2013, con la seconda ondata di arresti. Baita e Mazzacurati erano il gatto e la volpe del sistema truffaldino architettato attorno al Mose, salvo trasformarsi da compagni di merende in principali accusatori, quando lo scandalo viene scoperchiato.

Al «fabbisogno sistemico» si assoggettavano tutte le imprese. Il denaro saltava fuori fatturando lavori inesistenti o sovrafatturando quelli veri: una quota veniva retrocessa al Consorzio, che pagava tutti. A partire dal Magistrato alle acque, che doveva funzionare da controllore diretto dei lavori e invece era al soldo del controllato. E continuando con la giunta regionale, che a pagamento spianava la strada ad ogni snodo delle procedure. E poi più su.

Nell’estate 2014, quando la terza ondata di arresti investe i politici, risultavano effettivamente erogati per il Mose poco meno di 5 miliardi di euro. Un miliardo di cresta su cinque, significa che l’impatto della corruzione dal 1992 ad oggi è passato dal 2-3% di Tangentopoli al 20%. Con l’ulteriore differenza che il denaro delle tangenti è quasi tutto incamerato dai singoli: «Ai partiti abbiamo dato poca roba», confessa Baita. La maxitangente Enimont, rimasta nella memoria degli italiani come la «madre di tutte le tangenti» e a cui i magistrati danno la caccia per tutti gli anni Novanta, ha stime controverse ma si può ritenerla di 70 miliardi di lire, circa 35 milioni di euro. Il Consorzio Venezia Nuova ne distribuiva 100 all’anno in tangenti e finanziamenti illeciti o ingiustificati. Ed è andato avanti per dieci anni. Le inchieste di Mani pulite impallidiscono. Di Pietro «è un lampo giallo al parabrise», per dirla con Paolo Conte. Il sistema si è industrializzato, è diventato un mostro. La classe dirigente si è trasformata in “classe digerente” con una capienza di stomaco a prova di Maalox.

Si sentivano onnipotenti

Per “far fuori” un miliardo di euro spendendo e spandendo in una decina d’anni, non basta essere voraci. Bisogna sentirsi onnipotenti. Due onnipotenze gestivano il grande affare del nuovo secolo, finanziato con i soldi delle tasse: quella tecnica del Consorzio Venezia Nuova e quella politica imperniata sulla giunta regionale del Veneto. Saldandosi insieme, hanno portato i costi del Mose alle stelle.

L’onnipotenza politica non vuol dire solo il presidente Galan e l’assessore Renato Chisso che mettevano al vento gli uffici regionali e li obbligavano a manovrare come chiedeva Mazzacurati. Cosa avvenuta in tutti i passaggi burocratici fondamentali per i lavori del Mose.

Serviva la desistenza del centrosinistra, che poteva sempre mettersi di traverso. Per documentarla non era necessario che il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese e il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni incassassero finanziamenti elettorali illegali da Mazzacurati. L’opposizione di facciata, a coprire scelte consociative, era visibile nel ruolo del Coveco, la centrale delle cooperative di Marghera che sta dentro al Consorzio non per caso. È scritta nei grandi appalti di opere pubbliche, dalle autostrade agli ospedali costruiti in project financing, dove la presenza delle cooperative rosse in associazione d’impresa con Mantovani, Gemmo Impianti, Studio Altieri e pochi altri, è sistematica. In plancia di comando dove sedeva Galan non arrivavano scossoni, né dalla sua maggioranza né dall’opposizione.

L’onnipotenza tecnica viene da più lontano. È il prodotto di una legge del 1984 che prevedeva un soggetto straordinario cui affidare gli studi, la progettazione e l’esecuzione delle opere per il riequilibrio della laguna e la protezione della città dalle acque alte eccezionali. La legge n. 798,Nuovi interventi per la salvaguardia di Venezia, all’articolo 3 stanziava i primi 238 miliardi di lire in tre anni «per studi, progettazioni, sperimentazioni ed opere volte al riequilibrio idrogeologico della laguna, all’arresto e all’inversione del processo di degrado del bacino lagunare e all’eliminazione delle cause che lo hanno provocato, all’attenuazione dei livelli delle maree in laguna, alla difesa, con interventi localizzati, delle “insulae” dei centri storici e a porre al riparo gli insediamenti urbani lagunari dalle “acque alte” eccezionali, anche mediante interventi alle bocche di porto con sbarramenti manovrabili per la regolazione delle maree, nel rispetto delle caratteristiche di sperimentalità, reversibilità e gradualità contenute nel voto del Consiglio superiore dei lavori pubblici n. 201 del 1982». Lo stesso articolo autorizzava «il Ministero dei Lavori pubblici a procedere mediante ricorso ad una concessione da accordarsi in forma unitaria a trattativa privata, anche in deroga alle disposizioni vigenti, a società, imprese di costruzione, anche cooperative, o loro consorzi, ritenute idonee dal punto di vista imprenditoriale e tecnico-scientifico, nell’attuazione degli interventi».

È l’atto di nascita del Consorzio Venezia Nuova come concessionario unico di tutto. Il peccato originale. Ma bisogna intendersi: si veniva da un ventennio di dibattiti, cominciati dopo l’alluvione del 4-5 novembre 1966 quando Venezia fu invasa da un’acqua alta mai vista prima. Il colmo di marea toccò metri 1,94 sullo zero mareografico, oltre 40 centimetri sopra il massimo evento fino ad allora registrato (11 dicembre 1951 con metri 1,51). Per 24 ore le acque non defluirono verso il mare, la città rimase sommersa. L’alluvione colpì tutti i grandi fiumi veneti e l’Arno in Toscana, con il disastro di Firenze.

Si doveva fare qualcosa. Nel 1970 il Cnr Grandi Masse di Venezia presenta cinque idee per la chiusura delle bocche di porto, attraverso le quali la laguna comunica con il mare: Lido, Malamocco e Chioggia. Nel 1975 il Ministero dei Lavori pubblici lancia un appalto-concorso internazionale e un gruppo di studiosi (sei italiani e un olandese) viene incaricato di trarne il meglio. Nasce il cosiddetto Progettone che accoppia opere fisse e sbarramenti mobili alle bocche di porto. Questa accoppiata resiste ancora oggi ai più recenti modelli matematici per valutare gli scambi mare-laguna. Ma il progetto definitivo del Mose approvato nel 2002 «alla fine di un estenuante e contrastato percorso, abbandona quella soluzione». È ormai al lavoro il Consorzio Venezia Nuova, ne fanno parte 26 imprese entrate per chiamata. Poi la porta viene chiusa, chi è dentro è dentro, chi è fuori resta fuori. La Mantovani di Piergiorgio Baita, che nel 2003 subentra a Impregilo, deve pagare per l’ingresso 70 milioni di euro.

Il Consorzio non affida i lavori attraverso gare d’appalto. Non sono previste. È concessionario unico, opera in regime di monopolio e spartisce tutto tra le imprese consorziate. Per giunta lavora senza una progettazione esecutiva, perché il Mose è un prototipo da mettere a punto strada facendo. La legge prevederebbe tre fasi di progettazione: preliminare, definitiva, esecutiva. Per ragioni non spiegate, il Mose si ferma alla fase due: avere in mano solo il progetto definitivo «comporta l’impossibilità di procedere alla realizzazione degli interventi per stralci successivi». Oltre a non sapere con certezza quanto si spenderà. Le imprese vanno avanti «mediante stralci esecutivi approvati di volta in volta e solo in sede locale dal Magistrato alle acque, con la conseguenza che non si possono escludere in fase esecutiva modifiche anche importanti degli interventi approvati in sede di progetto definitivo».

Il manovratore si è tenuto tutto il lasco. I costi sarebbero andati fuori controllo anche senza tangenti, ma la progressione è stata paurosa: i 3 miliardi e 709 milioni previsti il 20 aprile 2005 sono diventati 6 miliardi e 234 milioni il 31 dicembre 2009.

Bisogna aggiungere che la legge del 1984 prevedeva «sperimentalità, gradualità e reversibilità degli interventi», allineando il comportamento ai criteri seguiti per secoli dalla Repubblica Serenissima. Nei lavori del Mose se n’è persa ogni traccia, o non si conoscono i risultati, almeno per la sperimentalità e la gradualità. Quanto alla reversibilità, difficile tornare indietro dal cemento.

Renzo Mazzaro, Veneto anno zero



Renzo Mazzaro, giornalista del gruppo "Repubblica-Espresso", lavora per i quotidiani veneti "Il Mattino" di Padova, "la Nuova Venezia" e "la Tribuna di Treviso" per i quali si occupa di politica e della Regione Veneto, di cui scrive dal 1986.



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