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Il libro delle foreste scolpite di Tiziano Fratus

Tiziano Fratus, Il libro delle foreste scolpitie

«Non c’è luce nitida e profonda quanto
quella che vediamo a occhi chiusi»

Il libro delle foreste scolpite

l libro delle foreste scolpite di Tiziano Fratus è un viaggio nel tempo alla scoperta di sé scandagliando quei luoghi dove le conifere resistono alle avversità d’un ambiente estremo e d’una terra rocciosa, là dove il resto dei viventi ha smesso di sopravvivere. Lariceti, pinete e cembrete dispersi fra quota 1900 e 2200 lungo l’arco alpino, ma anche le cortecce contorte e scolpite dei pini loricati che abitano le creste del Massiccio del Pollino, fra Calabria e Basilicata. E, infine, i pini longevi o Bristlecone Pines sulle Montagne Bianche in California, fra quota 3000 e 3900 metri, gli esemplari più antichi del pianeta (oltre 5000 anni). Un viaggio in paesaggi lunari dove la vita cerca a suo modo la strada per l’eternità. Luoghi dove l’anima si riveste di radici, di sogni, d’immaginazione.


Spingere un seme dentro un pugno di terra

Un tempo agli esuli russi si regalava una scatola di terra. Le spedivano per posta ordinaria. Nessuno avrebbe trovato da eccepire a qualche pugno di terra sfarinata in una scatola. Fuggendo gli esuli si aggrappavano alle lettere, alle fotografie, ai pochi vestiti necessari, forse ad una foglia o ad un fiore schiacciati nelle pagine d’un libro. Ad un’icona dorata. Nessuno pensava alla terra. La semplice terra che si calpestava ogni giorno, la stessa terra che si vedeva fiatare d’inverno sotto la neve o dalla quale spuntavano le primule. Terra scura come la notte e profumata come un meleto in autunno, nel mese del raccolto. Su quella terra da comò si posava un seme, lo si spingeva a fondo con l’indice, giù. Poteva essere un seme d’acero, di melo, una ghianda di quercia o un pezzo di patata. Se non lo innaffiavi troppo spesso c’erano discrete possibilità di veder spuntare la vita, in quella manciata di terra buia come la solitudine che gli esuli e i profughi allevano quotidianamente.

Nelle ultime settimane di lavoro di questo libro sono tornato a Erto, il paese dello scrittore e scultore Mauro Corona, sopra ciò che resta del disastro del Vajont che si è fatto meta turistica e spettacolo della memoria. Mangiavo il frico, il formaggio fritto tipico, accompagnato da polenta e funghi di stagione, gli ultimi. Sul muro di fronte all’osteria si leggono alcune scritte, la più vistosa recita «Dio ci salvi dagli sciacalli del Vajont», e sotto, in piccolo, intorno ad una finestra, un verso del poeta russo Josif Brodskij, esule: «Se c’è qualcosa che può sostituire l’amore questa è la memoria». Mentre terminavo di gustare il piatto, tre giovani scherzavano in dialetto con le cameriere. Gentilmente, ma anche con quella schiettezza gonfia d’ironia tipica del montanaro di queste come di altre vallate alpine, uno di loro mi rivolge la parola, mi parla in italiano come i vecchi d’una volta facevano con i bambini, o con i foresti: «Si fa per scherzare». Lo guardo e rispondo: «Intanto non vi capisco, parlate straniero». Non è suonato simpatico ma in cuor mio era una battuta. È una delle piaghe della mia stirpe: pare che non prendiamo mai nulla sul serio, in verità ci prendiamo e prendiamo ogni più piccolo aspetto della realtà sul serio: troppo sul serio. Ha riso soltanto l’anziana signora poggiata sui gomiti, dietro il bancone. Questa distanza di senso un esule la vive tutta la vita. È probabile che la sua vita sia suddivisa in due stagioni di colore nettamente distinto: la vita prima e la vita dopo, prima e dopo essere diventato “esule”. Una parola sottile, che spesso si dimentica. Improvvisamente ci si ritrova a convivere con questo nuovo uomo, o questa nuova donna, che prima non conoscevi e che adesso sei tu. Ha preso il tuo posto, come uno di quegli extraterrestri che in un vecchio film di fantascienza ti sostituivano mentre dormivi. Sono uscito dall’osteria e mi sono avvicinato ad un pezzo di prato, a fine via, dove l’abitato si interrompe e inizia di netto il paesaggio della montagna bellunese. Ho stirato alcuni fili d’erba. Da bambino ci soffiavo dentro e li facevo fischiare. Ci riprovo ma senza successo. Poso le mani sulla terra: fredda, ma non umida. La guardo. Provo ad annusarla. Ne prendo un pizzico e lo sfarino passandolo fra le mani. La terra non è soltanto un pezzo di paesaggio fuori della porta di casa.

Sono arrivato ai ferri corti con l’umanità. Non sono un esule linguistico, etnico o politico, non sono sfuggito alle lingue feroci d’una guerra o d’una carestia. Sono orfano della famiglia naturale che mi ha messo al mondo. Il bambino silenzioso e placido, cristallino come la goccia che pensiamo precipitare nel silenzio assoluto d’uno specchio d’acqua, al fondo della nostra anima, s’è trasformato. La crisalide ha mangiato la libertà di movimento del bruco. In questi tre decenni che sono respirati via tanti Tiziano si sono illegnati intorno all’originale, a quel bambino dagli occhi grandi e i capelli a caschetto neri. Li posso vedere, proprio come si fa con la geometria interna, e profonda, d’una sezione di albero. C’è l’adolescente innamorato del Giappone con l’orecchino al naso e le magliette a ideogrammi, che adorava il cinema, la musica, la cultura di quel frammento lontano d’umanità. C’è il giovane inurbato a Torino che ascoltava soltanto musica neo-funebre e malinconica inglese, Slowdive, Cocteau Twins et similia, eterodossamente vestito di nero. C’è il poeta, che ha fondato la sua piccola factory, il suo festival indie in versi forse anche fin troppo sciolti, che girava il pianeta a divorare ogni stilla di vita per cristallizzarla in poesie.

Poi è arrivato il buio, il ragazzo che diventava uomo s’è incattivito, l’implosione della famiglia di cui era parte ha iniettato nel sangue dosi crescenti di cattivezza, come recitano ingialliti vocabolari, appartenenti all’era in cui la lingua italiana non aveva scelto di diventare provincia anglofona. Così, mentre quelle tre anime che erano una famiglia hanno iniziato a sopravvivere in altrettanti punti dispersi della mappa, le loro lune hanno reciso le comunicazioni, fors’anche le radici ma non i ricordi. Ho lottato con quell’uomo e lotto tuttora ogni giorno, con lui. Per ristorare l’anima e ricominciare a vivere ho cercato la foresta e intendo fisicamente: mi ci sono immerso, l’ho documentata, finché inavvertitamente mi sono accorto di averne allevata una dentro di me. Qui, proprio in questo io bislacco che governo maldestramente, che inciampa dentro i propri stessi pensieri, nelle parole che lo tengono in piedi. Ho imbastito una risposta alle tante domande che si affollavano, s’è incarnata nel concetto di «Homo Radix». Per anni ho pensato e costruito porti franchi nei quali trovare finalmente ospitalità. Poi ho capito di vivere la vita dell’esule, è un esule che ha preso il posto di chi c’era qui dentro allenando lo straniero. Le mie mani sono quelle d’uno straniero. Il mio sguardo è quello d’uno straniero. Il mio cammino è quello d’uno straniero. Il mio modo di comunicare con la gente è quello d’uno straniero. Vivo da straniero. Uno straniero che s’è appostato in un frammento di mondo e respira. È lui che spesso pensa, è lui che spesso muove le idee e genera progetti. Ha preso il mio posto. Un nuovo anello.

Non ho terra bergamasca in una scodella o in un vaso di coccio. Affondo le mani in un orto e in giardino, ma la terra non è mai mia. Né mai lo sarà. Mantengo in tasca qualche castagna matta e qualche seme, occasionalmente galbuli di cipresso o coni di sequoia. Ce ne sono dispersi nelle tasche dei pantaloni, nelle giacche e giacchini che indosso a seconda di dove debba andare. Come ha scritto il poeta lombardo Edoardo Zuccato, «ho vist ’na frasca in di venadür di man, / ul cör ca ’l pó crudà ’me ’n pomm madür». Traduco: «ho visto una foglia nelle venature di una mano, il cuore che può cadere come una mela matura». Attraverso continuamente boschi e foreste, torno a trovare annosi e nodosi tronchi di larice e di castagno, di melaleuca e di ulivo. Ci dicono che viviamo in un’epoca in cui è già stato scoperto tutto, o quasi. Non penso sia vero. Ogni umano ha la possibilità di scoprire, di abitare il tempo che gli è concesso come se fosse il primo scalatore ad aprire le vie alla cima del K2, il primo navigatore che approda nelle Indie Occidentali o il primo astronauta che mette piede sulla superficie lunare. Tutte le volte che un uomo o una donna incontrano un grande albero vetusto o attraversano una foresta scolpita è come se inventassero un continente che non c’era. È come se spalancassero la carta geografica e disegnassero i confini d’un Nuovo Mondo. Il loro Nuovo Mondo. Nel mio Nuovo Mondo mi reco a portare pensieri e qualche mezza parola alle conifere che ho segnato nella mia Italia per cercatori d’alberi, ritorno almeno una volta all’anno ai ficus di Palermo, ai faggi degli Appennini. Qui ho provato ad affondare nuove radici, ma la terra intima, nella quale spingo a fondo i semi, sono anzitutto le pagine dei libri che scrivo. Questa è la mia terra esule, le ghiande si chiamano parole. Non ho mai trovato una terra più buia di questa, ma nei giorni buoni, nelle ore luminose, nemmeno più profumata di resine, più dorata al tramonto, più promettente all’alba. Nonostante tutto, i piedi trovano sempre la via di casa.

Le migliori biblioteche sono in quota

Ringrazio Dio che il mondo sia a colori, ma la fotografia la preferisco in bianco e nero. Come dice Sebastiano Salgado, «non mi serve il verde per mostrare gli alberi, né l’azzurro per mostrare il mare o il cielo». Gli arboreti di città, i boschi, le foreste offrono al nostro sguardo colori intensi, vivaci, che si fanno largo e reclamano, quasi pretendono attenzione. Al contrario, procedendo in montagna i colori si attenuano, il tono deciso lascia spazio al pastello, l’uniformità di colore tende a concentrarsi soltanto in alto, nel cielo; anche le conifere che arrivano a sopravvivere qui sopra, sul tetto del mondo abitabile, si fanno timide, le loro chiome si riducono, tendono a richiudersi su se stesse, a occupare meno spazio visibile. Ed è qui, fra queste sfumature, che si trovano le migliori biblioteche, oltre i duemila metri. Alcune sono in Italia, lungo l’arco alpino, penso al bosco dell’Alevè in Val Varaita, ai superstiti dell’Alpe di Tramin in Alto Adige, in Valfurva nel Parco dello Stelvio e all’Alpe Savoney in Valle d’Aosta.

Altre radicano le cime e i pianori del roccioso Pollino, dove un esercito di loricati vetusti racconta storie antiche e sottili come ombre, e da dove gli occhi che tutto ascoltano e vorrebbero assaporare possono ammirare i due mari opposti, il Tirreno e lo Ionio. Altre sono lontane, lontanissime, oltreoceano, sulle solitarie White Mountains in California, dove respirano le più annose creature del pianeta. Oppure nelle Gorges della Restonica, nel cuore montuoso della Corsica, fra le immense radici nella colossale Foresta dei Cedri di Dio in Libano, e ancora sul Monte Olimpo in Grecia, dove le divinità hanno radici e non scagliano frecce, a Kumgangsan o Geumgangsan (la montagna dei diamanti) in Corea del Nord, dove s’esibiscono in danze sofisticate, fra pareti di granito, esemplari di Pinus densiflora. I librai di cui ascolto i consigli sono pinosàuri e altre conifere contorte, combattenti silenziosi che resistono laddove il resto della vita s’è fermata o non è mai arrivata. Loro sanno cos’è l’eternità, l’eternità nascosta nei millimetri compressi e resinosi che l’esistenza è in grado di sperimentare. La forma più evoluta d’eternità che noi possiamo immaginare e toccare.

In inglese esiste un neologismo di recente conio: chrononaut, crononauta, ovvero colui o colei che viaggia nel tempo. In qualche modo anche i miei libri per «cercatori d’alberi secolari e monumentali» sono scritti da un crononauta e sono rivolti ad altri crononauti. Sono usciti giochi e romanzi di fantascienza in proposito, ma forse il libro più fedele a questa linea lo ha realizzato un’artista/viaggiatrice americana che si chiama Rachel Sussman: The Oldest Living Things in the WorldLe più vecchie cose viventi nel mondo, noi diremmo «creature viventi» ma in inglese spesso si rivolgono agli alberi come a cose. Anche ai piedi del General Sherman Tree in California, il più grande albero per volume della Terra, un cartello lo indica come «living thing», «cosa vivente». La Sussman, che è fotografa e curiosa, ha girato il mondo per documentare gli esseri viventi che hanno almeno duemila anni d’età.

Osservare il mondo dalla stazione orbitante, il cielo che si gonfia di nubi, l’aurora boreale che elettrizza i cieli sopra il grande Nord, vedere il pianeta scorrere sotto e scomparire nel buio che tutto confonde e annienta. Questo ci spaventa, a noi piccoli uomini fatti di carne, di sangue, di cartilagini e saliva, di speranze e sogni, di ambizioni e dedizione. Che il nostro piccolo battito ci sfugga via senza poterlo afferrare. E magari senza lasciare una traccia. Una traccia che dovrebbe sopraelevarsi su quella che altri miliardi di uomini e di donne proprio come noi, ma al contempo ciascuno unico e irripetibile, tentano di incidere, di imprimere, di sentire. Ma chi è quel «noi», nell’ordine magistrale dell’universo che marchingegna intorno e dentro o attraverso? Che già procedeva miliardi di anni fa e ancora lo farà per un tempo che non siamo nemmeno in grado di visualizzare? È anche per abbozzare una risposta a tutto questo che mi sono messo in viaggio in cerca delle radici degli alberi-elefante, gli alberi che hanno memoria millenaria, che tentano d’ingannare i piani di Cronos.

Spesso mi chiedono se quando sono in viaggio ad alberografare sia da solo. La risposta è sì. La solitudine non soltanto è desiderabile, ma necessaria. Non per sfiducia nei riguardi delle persone più vicine, affatto. Quanto perché – qualsiasi viaggiatore potrà confermarlo – la solitudine è la condizione che permette d’entrare in uno stato di grazia. Si aprono i varchi. Si spalancano le soglie. Aria nuova entra in quell’incavo metafisico che occupa il nostro centro. Non si tratta di fare commercio di facili parole e formule da santoni prêt-à-porter, semplicemente di conoscere la natura degli umani. Restare soli per due o tre giorni ti consente di coltivare il silenzio intorno, di prepararti all’ascolto, qualsiasi significato si voglia attribuire a questa immagine. Sono diventato uomo e lo divento ogni giorno di più scalpellando via blocchi di solitudine. È lei che forgia nei nervi e nelle debolezze, che non sono poche e non accennano a diminuire. La solitudine può innescare forme di dipendenza. E come tutte le dipendenze a tratti è auspicabile, a tratti assume gli odori di una peste, di una malattia infettiva grave, che ti schiaccia, ti deforma, ti umilia. La solitudine può ferire. La solitudine, come è successo a mia madre, può trasformare un meccanismo di difesa in una parabola biblica dell’Antico Testamento: pur conoscendo la legge di Dio, fuggendo ti giri verso la città e diventi statua di sale.

Tiziano Fratus, ll libro delle foreste scolpite





Viaggiando in Europa, Asia e Nord America Tiziano Fratus (Bergamo, 1975) ha coniato i concetti di ‘Homo Radix’ e ‘alberografia’ che hanno dato vita a una serie di libri, mostre fotografiche, itinerari disegnati in varie città e regioni, oltre alla rubrica “Il cercatore d’alberi” che firma sulle colonne del quotidiano “La Stampa”.

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