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I "figli del nemico". Ingiustizie e abusi negli orfanotrofi

Il Brefotrofio di Città di castello che dava asilo all'infanzia abbandonata - Fonte: www.storiatifernate.it

Abbandonati, discriminati, illegittimi.
Ingiustizie e abusi negli orfanotrofi per i "f
igli del nemico"
di Michela Ponzani

Figli del nemico

«Questo libro - scrive Michela Ponzani in Figli del nemico. Le relazioni d'amore in tempo di guerra 1943-1948 - parla della storia dei "figli della Wehrmacht" in Italia, concentrandosi sui racconti individuali delle donne che lottarono per farli nascere e per crescerli al proprio fianco, o che si videro costrette a darli in adozione a famiglie sconosciute, fino a far perdere loro un’origine biologica troppo scomoda da ricordare. Al centro della narrazione stanno le loro memorie sepolte da decenni, cariche di emozioni molteplici, fatte di tensioni, motivazioni e scelte che caratterizzarono le relazioni affettive, i rapporti d’amicizia e i matrimoni misti con i militari di un esercito dapprima alleato e poi "nemico", molto tempo prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e ancora durante l’occupazione tedesca in Italia.»
Attraverso le lettere private e i diari oggi conservati nell’Archivio Segreto Vaticano e nell’Archivio delle Nazioni Unite, Michela Ponazani riporta alla luce storie sconosciute e sorprendenti. Storie come quella di Imperia e di sua figlia Maria Rosaria.

Imperia R. è una ragazza di appena 23 anni, «impiegata da anni presso la procura di Piediluco (Terni)», che in piena occupazione decide di sfollare con la famiglia nelle campagne intorno a Città di Castello. La scelta si rivelerà fatale per la sua vita futura, perché proprio nella parrocchia di quella cittadina umbra, uscendo una domenica mattina dalla chiesa dopo la funzione religiosa, Imperia conosce il suo grande «amore di guerra», come lei andato lì per pregare e forse per trovare un po’ di conforto alla distruzione che imperversa tutt’intorno. Si chiama Werner Finsterbusch, è un ingegnere tedesco di Lipsia, e tra i due nasce un’immediata simpatia, fatta di confidenze e dialoghi: a Werner piace fermarsi a chiacchierare con quella ragazza «dagli occhi neri» e lentamente il sagrato della chiesa dove si sono incontrati diventa il luogo dei loro appuntamenti. Inizia così una passione fatta d’incontri clandestini, di giornate passate tra la tenerezza degli abbracci di Werner, che pare proteggerla dai bombardamenti e dalla fame. Imperia sa che forse quell’amore è destinato a una fine drammatica; eppure, prima della partenza di Werner per il Nord, richiamato dal suo esercito in ritirata, la donna dà alla luce la loro prima e unica figlia, Maria Rosaria. Partito per il fronte da un giorno all’altro, Imperia non conoscerà mai la sorte del suo fidanzato. E complice anche l’ostilità della sua famiglia, che vuole sbarazzarsi di quel marchio d’infamia rappresentato da Maria Rosaria, la donna decide di lasciare sua figlia alle cure di un brefotrofio.

Spera che la bambina possa avere cibo e medicinali e vivere in condizioni accettabili; ma spera anche d’avere un giorno la possibilità di andarsela a riprendere. Con quell’abbandono la donna crede davvero di poter garantire alla sua piccola quelle cose che lei, sola e senza lavoro, con un fidanzato disperso in guerra, non potrebbe mai darle. Non sa che in realtà la bambina ne soffrirà terribilmente, per tutta la vita. Entrata il 1° gennaio 1945 nel brefotrofio di Città di Castello, Maria Rosaria viene sottoposta a un’educazione estremamente rigida, quasi paramilitare, in cui non mancano umiliazioni quotidiane e persino punizioni fisiche. «Stavamo male, eravamo piccole, e non potevamo nemmeno ribellarci perché le botte erano tante. Allora stavamo zitte e basta».

Le educatrici che lavorano in quel triste luogo sanno perfettamente che la bambina è «figlia di un tedesco», e forse per punirla di quell’origine disonorevole la mettono a lavorare come ricamatrice all’età di appena 6 anni. «La mattina ci svegliavano verso le 7 e ci facevano pulire le scale con l’acqua gelata, una volta a settimana. Se il cibo non bastava dovevi fartelo bastare [...] Poi facevamo i ricami; ci mettevano a lavorare per le contesse che volevano far fare i corredi alle [loro] figlie».

La piccola Maria Rosaria, che alla fine sua madre non riprenderà mai con sé, viene picchiata, sottoposta a ingiustizie e maltrattamenti di natura fisica di vario genere. Ma sono le vessazioni psicologiche a pesare di più nella sua memoria, anche a distanza di tanto tempo. «Me lo ricorderò in eterno [...] Facevamo il bagno una volta a settimana e quando il sabato sera ci cambiavano le mutandine, se erano sporche, te le mettevano in testa per far vedere alle altre bambine chi era pulita e chi sporca».

Nelle parole della donna resta ancora oggi un malcelato rancore per quella madre che forse avrebbe anche potuto darle una possibilità, perché «in fondo la famiglia di mia madre se la passava bene».

Di certo, lo Stato non avrebbe potuto rispondere in alcun modo alle esigenze di quella piccola e triste bambina da un punto di vista affettivo.

Michela Ponzani, Figli del nemico. Le relazioni d'amore in tempo di guerra 1943-1948




Michela Ponzani, consulente dell’Archivio storico del Senato della Repubblica italiana, collabora da anni con l’Istituto storico germanico di Roma. È stata Visiting Fellow al Remarque Institute della New York University e ha fatto parte del gruppo di ricerca della Commissione storica bilaterale italo-tedesca, istituita nel 2008 dai Ministeri degli affari esteri di Italia e Germania. È autrice di numerosi saggi e studi sulla Resistenza e sull’Italia repubblicana.


*Nella foto: Il Brefotrofio di Città di castello che dava asilo all'infanzia abbandonata - Fonte: www.storiatifernate.it



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