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Di quando il calcio era un meraviglioso giuoco


Di quando il calcio era un meraviglioso giuoco
Enrico Brizzi

Il meraviglioso giuoco

La scintilla scocca sul finire del XIX secolo. E tra il nostro Paese e il football è subito amore, il più duraturo, il più viscerale, il più struggente. Nel libro Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed  eroi del calcio italiano 1887-1926 Enrico Brizzi ripercorre l’infanzia del calcio accompagnandoci in un viaggio emozionante ai confini del mito. 

Qui ve ne proponiamo una tappa significativa, quella che racconta di come il 'meraviglioso giuoco' sopravvisse all’inaudito massacro della Grande Guerra, per divenire fenomeno di massa nella prima, turbolenta, metà degli anni Venti.


I calciatori vanno alla guerra
La guerra decima la Prima categoria – Un ex del Genoa salva l’equipaggio di un dirigibile – Nasce il mito del XX Autoparco – La leggenda continua

La Prima guerra mondiale spazzò via dalle strade d’Italia un’intera generazione. Le classi d’età richiamate al fronte fra il 1915 e il ’18 si sovrapponevano fatalmente a quelle dei ragazzi impegnati nella Prima categoria, per lo più nativi dell’ultimo decennio del XIX secolo. Fu così che le società si trovarono a fare i conti con la sparizione di larga parte del proprio parco-giocatori, partiti a servire la patria.

Furono numerosissimi i pionieri del football in Italia che consumarono la propria giovinezza fra le trincee del Carso, l’Altopiano di Asiago e le vertiginose postazioni d’alta quota fra i nevai delle Dolomiti, nella catastrofica ritirata di Caporetto e nella strenua resistenza offerta invece dal Regio Esercito tra Pasubio e Grappa.

Fra i primi a sperimentare gli effetti della nuova vita in grigioverde ci fu il “Kaiser” Attilio Trerè, che rimase ferito sull’Isonzo, nel corso di uno dei molteplici attacchi italiani alla “trincea delle frasche” difesa dai soldati ungheresi; il Rossonero riportò offese così gravi che non avrebbe mai più potuto giocare.

Nel novembre 1915 rimase ferito gravemente anche il dottor Spensley, aggregato ai corpi sanitari britannici sul fronte occidentale: colpito mentre soccorreva un ufficiale germanico nella “terra di nessuno”, il padre del Genoa si spense dopo un mese di agonia. Era già caduto, nel corso della prima estate di guerra, il tenente Luigi Ferraris, ex centromediano del Grifone ch’era partito volontario lasciando un impiego sicuro come ingegnere alla Pirelli: a lui, nel 1933, sarebbe stato dedicato lo stadio di via del Piano.

Molti altri ragazzi della “compagine decana” finirono inghiottiti dalla furia distruttrice della guerra: non seppero mai di aver vinto il Campionato del 1914/15 il portiere Gnecco, il terzino Casanova, l’ala Marassi e l’“avanti” Sussone. Il Grifone, insomma, perse praticamente metà della prima squadra fra campi di battaglia e ospedali militari delle retrovie, ma caddero anche dirigenti e riserve, per un totale di venticinque soci. Cifre in linea con quelle di tanti altri club che, da Nord a Sud, nel 1918 si videro costretti a ripartire praticamente da zero, promuovendo in prima squadra i “boys” delle giovanili.

***

La strage non faceva distinzione di censo e ghermiva gli ottimati come i proletari. Si moriva in tutti i modi: fatti a pezzi dalle mitragliatrici austriache, sopraffatti dalle ferite negli ospedaletti da campo, minati dalle infezioni che dilagarono fra le truppe negli ultimi mesi di guerra.

Basta pensare alla Lazio, squadra più forte dell’Italia centro-meridionale: finì disperso nel corso della infernale battaglia di Jamiano il calciatore-falegname Alberto Canalini, che insieme al fratello Giuseppe aveva costruito le prime porte da calcio mai viste a Roma; morì invece per i postumi di una malattia polmonare contratta nelle retrovie il nobile portiere Lorenzo Gaslini, figlio del ricco agronomo fondatore della Latteria Lombarda, che aveva cominciato la guerra come sergente dei granatieri e l’aveva proseguita in qualità di pilota d’aerei.

Furono 650 mila le vittime italiane della Grande Guerra e quasi un milione i feriti, molti dei quali gravemente mutilati; ad altri 600 mila uomini ammonta il conto complessivo dei dispersi, in buona parte prigionieri dei quali non si ebbero più notizie.

Fra le vittime più illustri dal punto di vista sportivo, la “bandiera” nerazzurra e della Nazionale Virgilio Fossati, partito sottotenente per il fronte del Carso, promosso capitano sotto le armi e caduto in combattimento; lo sguardo sagace e i baffetti da toreador del mediano-allenatore dell’Inter erano celebri presso tutti gli sportivi del Paese. Morirono sul Carso anche “Dino” Goggio, che aveva fatto in tempo a vestire una sola volta la maglia della Nazionale, e l’astigiano Forlano, a segno per il Milan nel primo derby di sempre.

Ebbe maggior fortuna uno dei compagni di Fossati, la “Ballerina” Aebi, che rinunciò a far valere la cittadinanza elvetica, partì volontario e riuscì a tornare a casa sulle proprie gambe, tanto che avrebbe giocato nell’Inter ancora una manciata di stagioni.

Morirono invece Guido Della Valle, fondatore del Bologna divenuto ufficiale d’artiglieria, e i compagni in rossoblu Guido Alberti, Bianchi, Brivio, Pifferi e Sala.

***

Nel novembre del 1917, l’Italia era in ginocchio: la guerra all’Austria-Ungheria sembrava perduta senza rimedio. Dopo undici battaglie condotte a suon d’assalti suicidi nella valle dell’Isonzo, la dodicesima era stata fatale al Regio Esercito guidato dal generale Cadorna: il nemico aveva sfondato le linee, le armate in grigioverde si erano scompaginate, e il numero di prigionieri caduti in mano austro-ungarica ammontava a oltre 250 mila.

Dopo due anni e mezzo di avanzamenti ridotti e sanguinosissimi, i “tugni” avevano preso in pochi giorni la nostra capitale di guerra, Udine, con l’intero Friuli, il Bellunese e tutto il Veneto a est del Piave. Li avevano preceduti un milione di profughi civili, terrorizzati all’idea di cadere in mano alle soldatesche croate, bosniache e ungheresi di Francesco Giuseppe.

Cadorna aveva impostato la guerra a suon di errori strategici: obiettivo ultimo delle carneficine sull’Isonzo era, nei suoi vaneggiamenti, un deciso sfondamento che ci avrebbe condotti sino a Vienna. Dopo aver sperimentato il più grave rovescio della storia militare italiana, ebbe l’ardire di accusarne i soldati, cioè gli uomini di truppa: era loro la colpa di Caporetto, e non dei graduati. Men che meno degli alti comandi.

Re Vittorio Emanuele III, che pure nutriva per l’insipiente generale grande stima, fu costretto a revocargli l’incarico: era troppo alto il rischio che le truppe ancora in grado di combattere, umiliate dalle parole di Cadorna, si ammutinassero. Era ben conscio di quel che poteva accadere a un sovrano sconfitto, perché in quegli stessi giorni si vedeva vacillare un impero vecchio di secoli: la Russia degli zar, sprofondata nel caos dopo avere ottenuto una “pace separata” dalla Germania. Lì le truppe non avevano perdonato: interi reggimenti si erano messi al servizio della rivoluzione e i bolscevichi stavano insorgendo in tutte le regioni dell’immenso impero di Nicola II.

L’estrema linea di resistenza correva in pianura sulla sponda occidentale del “fiume sacro”, risalendo dall’Adriatico verso l’alta provincia di Treviso, e proseguiva in montagna toccando il Montello, il Grappa e il Pasubio. Se un solo settore avesse ceduto, nessuno avrebbe più potuto impedire agli austro-ungarici di dilagare attraverso il tavolato della Pianura Padana, verso le città grandi e piccole del Nord.

A quel punto, nessuno avrebbe potuto arginare il risentimento delle truppe e sarebbe scoppiata la rivoluzione anche da noi. No, non si poteva rischiare niente del genere: serviva trovare un sostituto a Cadorna e arruolare in fretta i ragazzi della classe 1899 per rimpinguare le armate. Resistere a ogni costo: ne andava della corona d’Italia.

A guidare le operazioni, molti si aspettavano che il sovrano nominasse il “Duca invitto” Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, ma Vittorio Emanuele non volle concedere quest’opportunità al cugino. Al suo posto, scelse un generale fin lì sconosciuto all’opinione pubblica, Armando Diaz. Nessuno, in quel mese di novembre del 1917, avrebbe scommesso che il suo nome sarebbe apparso nel giro di dodici mesi in calce al proclama della vittoria.

Cadde per l’Italia anche chi era nato lontano dalla Penisola, come i fratelli Iberto e Julio Bavastro, cresciuti a Paysandù, sulle rive del fiume Uruguay. Erano approdati a Milano nel 1910, quando Iberto aveva diciannove anni e Julio sedici, per giocare con i Diavoli rossoneri.

Julio si era dimostrato l’elemento più valido tecnicamente: passato all’Inter tre anni dopo, aveva profittato delle sue ascendenze per farsi naturalizzare cittadino del Regno e il nuovo passaporto gli era valso la chiamata alle armi. Indossava già la divisa di tenente dei bersaglieri quando apprese della morte di Iberto, che aveva seguito lo stesso iter burocratico ed era stato ferito in azione nei dintorni di Gorizia. Il tenente Julio Bavastro, che aveva deliziato Milano con le sue prodezze palla al piede, cadde sull’Altopiano dei Sette Comuni nel gennaio 1918, alla vigilia dell’ultimo tentativo austro-ungarico per sfondare le linee italiane e dilagare in pianura.

Alfine si vinse: i resti delle armate nemiche che avevano disceso le valli con orgogliosa sicurezza, ora le risalivano in disordine e senza speranza. Trentino e Venezia-Giulia furono italiane e, per sovrammercato, si spostò il confine al Brennero, includendo nel Regno anche il Tirolo meridionale, dove nessuno parlava italiano. Niente da fare, invece, per la Dalmazia: a sud di Trieste, il trattato di pace ci riconobbe giusto l’Istria e l’enclave di Zara; per Fiume dovette muoversi D’Annunzio coi suoi legionari, e tutto il resto andò alla Jugoslavia, lasciando l’amaro in bocca ai nazionalisti che, da quel giorno, coniarono la definizione di “vittoria mutilata”: lo stesso ritornello revanscista che, nei primi anni Venti, avrebbe fatto la fortuna dei Fasci di combattimento di Mussolini.

La vittoria, più o meno mutilata, era stata ottenuta a prezzo di quarantuno mesi di combattimenti, nel corso dei quali il Regio Esercito aveva cambiato faccia man mano che i coscritti più giovani prendevano il posto di morti e feriti. Avevano pagato un prezzo altissimo anche i civili delle regioni nord-orientali, che avevano cambiato di padrone due volte nel giro di tre anni: di molti borghi abbandonati dalle colonne di sfollati ora non restavano che pochi muri anneriti ancora in piedi fra le macerie, o una singola pianta.

Un pruno solitario su uno sfondo di rovine avrebbe ispirato a Giuseppe Ungaretti, in prima linea durante le battaglie dell’Isonzo, la lirica San Martino del Carso, che descrive le macerie del paesino raso al suolo dai bombardamenti, quindi rammemora i compagni caduti, per concludere: «È il mio cuore, il paese più straziato».

***

Per farsi forza in mezzo a tutto quel dolore, andava sottolineato il valore dei nostri combattenti, dagli “assi” come Francesco Baracca agli umili coscritti senza nome, celebrati collettivamente dalla fiamma perenne del Milite ignoto. Monumenti ai caduti furono elevati in ogni angolo d’Italia, e ancor oggi quei fanti di bronzo con le mollettiere e il fucile “91” ricordano ai nipoti dei loro nipoti chi fermò l’esercito austro-ungarico alle porte della Pianura Padana.

Meno spesso si ricordò che eravamo stati noi ad attaccare le forze imperiali, alleate sino a poco prima, e parve più che mai inopportuno sottolineare che, all’epoca dei primi assalti, avevamo attaccato con mezzo milione di uomini in un settore difeso da appena 80 mila nemici, e nonostante questo ci eravamo andati a impantanare nella guerra di trincea. Serviva celebrare, non fare polemiche sulla criminale insipienza di tanti comandanti.

D’altronde, anche fra loro ce n’erano alcuni che, in guerra, si erano fatti onore: il duca degli Abruzzi Luigi Amedeo, sul ponte della Cavour in qualità di comandante delle forze navali alleate nell’Adriatico, era riuscito a mettere in salvo oltre centomila profughi serbi, fra i quali il grosso dell’esercito; suo fratello maggiore Emanuele Filiberto si era guadagnato alla testa della terza Armata il soprannome di “Duca invitto”, e solo il timore di “Re Sciaboletta” che il cugino acquisisse troppa popolarità gli aveva impedito di assumere il comando supremo; quanto al terzo fratello, lo scapolo conte di Torino, era già stato un eroe nazionale al tempo in cui aveva sconfitto a duello il principe di Orléans, colpevole di avere denigrato le armi italiane dopo la sconfitta di Adua; nel corso del conflitto non aveva smentito la propria fama, dirigendo con onore l’Arma di Cavalleria.

Oh sì, non mancavano gli eroi fra i principi! E, per lisciare il popolo, era bene fargli sapere ch’erano stati eroici anche gli operai, i cantonieri, i pastori. E allora giù un fiume di promozioni, nastrini e diplomi: al culmine di una munificenza che non gli costava nulla, Vittorio Emanuele III decretò che tutti i combattenti sarebbero stati insigniti del titolo di cavalieri di Vittorio Veneto. Tutti cavalieri era come dire nessun cavaliere, ma centinaia di migliaia di ragazzi si sarebbero fregiati per tutta la vita di quel titolo, segno tangibile che la patria aveva riconosciuto i loro sacrifici fra le trincee e i reticolati; quel cavalierato di massa avrebbe assunto un vero rilievo solo molti anni dopo, quando ormai i reduci erano rimasti in pochi.

Per gli atti di valore più insigni erano previste medaglie di bronzo, come quella che andò ad Alessandro Rampini della Pro Vercelli, tenente di fanteria, d’argento – ne ottenne una anche il primo capitano rossonero, il portiere Gerolamo Radice – e, nei casi particolarmente encombiabili, d’oro. Il più delle volte queste erano conferite alla memoria, ma almeno una fu meritata da un ex calciatore giunto incolume alla fine del conflitto, il futuro diplomatico Giuseppe Castruccio. Questi, già in forze alla squadra-riserve del Genoa, era stato protagonista di un’azione tanto eroica quanto spettacolare: si era fatto sospendere nel vuoto per soccorrere l’equipaggio di un dirigibile rimasto danneggiato dalla contraerea nemica, salvando così la vita ai suoi occupanti.

Durante i quarantuno mesi della strage, il calcio non si era fermato del tutto. Aveva chiuso i battenti la Prima categoria, e con lei le serie minori che si disputavano sotto l’egida della Federazione, ma la voglia dei ragazzi italiani di dividersi in squadre e prendere a calci un pallone non si poteva spegnere per decreto: ormai era parte della loro natura e, in fondo, bastava una vecchia palla per fare contenti ventidue cristiani.

Quasi incredibilmente, poi, lo stesso governo del calcio che aveva sospeso all’ultima giornata il Campionato 1914/15, decise di indire una nuova competizione ufficiale per l’anno a venire. La Coppa federale, massimo trofeo del calcio italiano per la stagione 1915/16, si giocò senza nemmeno interpellare le compagini venete, che avevano sede in piena zona di manovre, né quelle del Centro-Sud, che infatti protestarono inviando una lettera sdegnata alla «Gazzetta dello Sport»: quindici in tutto le squadre, divise in cinque gironi, ma ormai molti giocatori non militavano più nei club d’appartenenza bensì in quelli delle città che li vedevano prestare servizio.

Accadde così che due giocatori di primissimo piano come il talentuoso Pietro Lana e “Il figlio di Dio” De Vecchi, colonna della Nazionale, finissero a giocare nel Brescia, o che il Modena si scoprisse una delle squadre più forti d’Italia. Merito del “XX Autoparco”, il reparto nel quale prestavano servizio i nazionali Ara e Leone della Pro, Varese del Casale e altri giocatori della massima serie: furono ingaggiati dai Canarini del “vecio” John Roberts, che quell’anno passarono il turno vincendo tutti gli incontri, non solo contro i concittadini dell’Audax ma anche contro i rivali del Bologna (che aveva fra le proprie fila il genoano Walsingham).

I Gialloblu emiliani arrivarono a un passo dalla Coppa, fermandosi a dieci punti nel girone finale, la stessa quota raggiunta dalla Juve, e appena un gradino sotto il Milan vincitore. Ma ormai non ci si capiva più niente: il cannoniere rossonero Louis Van Hege era stato richiamato al fronte in Belgio, e al suo posto giocava Aldo Cevenini, uno dei giocatori-bandiera dell’Inter.

Ancora più raccogliticci i tornei regionali del 1916/17; nella stagione successiva si toccò l’apice dello sforzo bellico e si giocarono più che altro competizioni non ufficiali, fra i quali merita però una citazione la lombarda Coppa Mauro, se non altro perché si risolse con uno spareggio fra Milan e Inter stravinto 8 a 1 dai Rossoneri.

La maledizione degli Hintermann, ad ogni buon conto, era ancora pienamente valida: i titoli “bellici” dei Rossoneri non sarebbero mai stati equiparati dalla Federazione a quello di campioni d’Italia.

Enrico Brizzi, Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed  eroi del calcio italiano 1887-1926





Enrico Brizzi, bolognese classe 1974, si è fatto conoscere giovanissimo col romanzo d’esordio Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994), seguito da Bastogne (1996) e Tre ragazzi immaginari (1998). In tempi più recenti, la pratica dei viaggi a piedi gli ha ispirato la trilogia composta da Nessuno lo saprà (2005), Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro (2007) e Gli Psicoatleti (2011). Il viaggio compiuto dall’Alto Adige alla Sicilia in occasione dei centocinquanta anni dell’Unità nazionale è oggetto del film Italica 150 (2011). Con L’inattesa piega degli eventi (2008), La nostra guerra (2009) e Lorenzo Pellegrini e le donne (2012), Brizzi ha invece dato vita a un vero e proprio ‘mondo alternativo’, dove il nostro Paese è uscito vittorioso dalla seconda guerra mondiale.

Con Laterza Brizzi ha pubblicato:

La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco

La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio

La legge della giungla

Milo e il segreto del Karakorum

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