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Vi racconto la grande bellezza dell'italiano

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GIUSEPPE PATOTA: VI RACCONTO
LA GRANDE BELLEZZA DELL'ITALIANO

La grande bellezza dell'italiano

Il protagonista delle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull di Thomas Mann, interrogato da un direttore d’albergo in merito alla sua conoscenza dell’italiano, risponde all’interlocutore in questo modo: «Ma Signore, che cosa mi domanda? Son veramente innamorato di questa bellissima lingua, la più bella del mondo. Ho bisogno soltanto d’aprire la mia bocca e involontariamente diventa il fonte di tutta l’armonia di quest’idioma celeste. Sì, caro signore, per me non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlano italiano» (Harro Stammerjohann, La lingua degli angeli).

So bene che l’associazione fra l’italiano e la bellezza che campeggia nel titolo di questo libro è inaccettabile sul piano teorico. Le lingue, in sé, non sono né belle né brutte, quali che siano i criteri assunti per descriverle: sono, e basta. Sul piano storico, però, il collegamento fra questi due termini è alla base di una vulgata che ricorre da molto tempo fra le persone colte di tutto il mondo e che, almeno a partire dal XVIII secolo, è diventata «una certezza di massa da “Guide bleu”» (Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita). Ne hanno dato e continuano a darne ampia testimonianza gli stranieri, intellettuali e non, che dal Rinascimento in poi hanno di volta in volta qualificato l’italiano come «armonioso, delicato, dolce, elegante, fluido, gentile, gradevole, grazioso, liscio, melodico, piacevole, seducente» (Harro Stammerjohann, La lingua degli angeli).


DANTE

Dante, affresco di Luca Signorelli«Gli angeli nel cielo parlano italiano», afferma il personaggio di Mann. In effetti, nell’Inferno della Divina Commedia (il primo capolavoro della nostra tradizione linguistica), la parola bellezza non s’incontra mai. I diavoli accolgono in sé tutto il suo contrario. Quello che arriva nella bolgia dei barattieri portando con sé un nuovo dannato è nero e feroce; sulla sua spalla, magra e sporgente, spiccano ali da pipistrello (Inf. XXI 28-36 e XXXIV 49). I suoi compari hanno nomi sgradevoli, da Malebranche (Inf. XXI 37) a Graffiacane (Inf. XXI 122), passando per Scarmiglione e Draghignazzo (Inf. XXI 105 e 121), e comunicano in una lingua che degrada fino al rumore osceno («ed elli avea del cul fatto trombetta», Inf. XXI 139). Lucifero, nel fondo dell’inferno, è qualificato esplicitamente come brutto (Inf. XXXIV 34).

La bellezza comincia a farsi vedere soltanto nel Purgatorio (in cui la parola che la indica ricorre quattro volte), per poi manifestarsi apertamente nel Paradiso (ben sette volte), anche se i bellissimi angeli, secondo Dante, non parlano né l’italiano né nessun’altra lingua: in quanto puro intelletto – spiega il sommo poeta nel De vulgari eloquentia –, per comunicare non necessitano del linguaggio, che è facoltà esclusivamente umana.

Prima che nella Commedia, Dante aveva usato la parola bellezza nella giovanile Vita nova: in sei occasioni, e sempre per riferirsi all’amata Beatrice. Il regno della bellezza, però, non è né nella Vita nova né nella Commedia. È, invece, nel Convivio, in cui il termine ricorre per ben trenta volte. E in dieci dei trenta casi in cui compare, la parola non è associata a un individuo, all’aspetto fisico o spirituale di una donna, né a Dio o alla sua opera. La bellezza è associata due volte alla lingua latina, due volte all’assetto formale delle parti in prosa del Convivio e ben sei volte all’assetto formale delle poesie antologizzate e commentate in questa stessa opera: le une e le altre – parti in prosa e poesie – scritte in quello che Dante chiama il volgare del sì e che noi, col senno e la terminologia di poi, chiamiamo l’italiano.

PETRARCA

Andrea del Sarto, La dama con il petrarchinoSe una lingua non può essere, in sé, né bella né brutta, un dipinto in cui la si evochi non solo può, ma anzi dovrebbe essere bello, per la natura e la destinazione che lo connotano. E bello al punto di essere giudicato uno dei capolavori della ritrattistica italiana è un ritratto di donna di Andrea del Sarto che indirettamente celebra l’italiano, nella fattispecie quello di Francesco Petrarca. Si tratta di un olio su tavola di 87x69 cm risalente al 1528, conservato presso la Galleria fiorentina degli Uffizi e noto come Dama col Petrarchino. Il quadro ritrae una giovane donna seduta, con le braccia appoggiate ai braccioli di una sedia, la testa lievemente inclinata e rivolta a sinistra, che accenna uno sguardo tenero e ammiccante e un sorriso complice all’osservatore. Il suo vestito, di colore blu genziana, è aperto sul petto, e lascia vedere una camicia bianca lungo la quale corre un laccio che chiude l’apertura. Nel laccio è infilato un piccolo mazzo di fiori. Spiccano le maniche bianche della camicia. La testa è acconciata con eleganza: i capelli sono raccolti in una treccia e decorati da nastri. La donna tiene aperta fra le mani una copia del Canzoniere di Petrarca, su cui inevitabilmente si concentra, per la luce che promana dalla pagina scritta, una parte consistente dell’attenzione di chi guarda (Andrea del Sarto 1486-1530. Dipinti e disegni a Firenze. Catalogo della mostra; Lucilla Pizzoli (a cura di), L’italiano illustrato).

Ma che cos’è un “petrarchino”? Con questo nome si indica un libro, e precisamente una particolare stampa in formato tascabile del Canzoniere di Petrarca pubblicata in prima edizione nel 1501. Un grande successo editoriale da ascrivere al genio, alla competenza e alla creatività di tre italiani: un romano (anzi: di Bassiano, oggi in provincia di Latina) e un bolognese trapiantati a Venezia e un veneziano che, dopo aver vissuto e studiato a Firenze, Messina, Padova, Ferrara e Urbino, nel 1513 si trasferì a Roma, per prestare servizio in una corte (quella pontificia) in cui da quello stesso anno aveva iniziato a regnare un fiorentino. Il bassianese era l’editore Aldo Manuzio; il bolognese era l’incisore Francesco Griffo; il veneziano era il filologo Pietro Bembo; il fiorentino, infine, era Giovanni de’ Medici, divenuto papa col nome di Leone X.

Nel 1500 Manuzio inaugurò una collana di classici in formato tascabile, stampati con un nuovo carattere tipografico inventato dal suo collaboratore Griffo. Questo carattere tipografico da noi si chiama corsivo, ma in una parte del mondo ben più estesa della nostra, composta dalle aree anglofona e francofona, si chiama italic e italique, proprio perché creato da un italiano e usato la prima volta per comporre libri stampati in Italia. Nel 1501 e 1502, in questa serie che aveva già accolto classici latini e ne avrebbe accolti di greci, vennero pubblicate, per le cure filologiche di Pietro Bembo, due opere non in greco né in latino ma in italiano (o, come si diceva allora, in “volgare”): le Cose volgari (cioè il Canzoniere) di Francesco Petrarca e le Terze rime (cioè la Commedia) di Dante.

L’edizione tascabile del Canzoniere di Petrarca – il “petrarchino” – divenne ben presto, come si direbbe oggi, un best seller e uno status symbol, un oggetto discusso e desiderato prima ancora della sua effettiva comparsa sul mercato editoriale (Giuseppe Frasso, Appunti sul Petrarca aldino del 1501, in Vestigia. Studi in onore di G. Billanovich, a cura di Rino Avesani e altri; Paolo Trovato, Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570)). La smania di alcuni aristocratici (e aristocratiche) di averne una copia fresca di stampa ricorda le code notturne che precedono, presso i negozi della Apple, il primo giorno di vendita al pubblico dell’ultimo modello dell’iPhone. Il 26 luglio del 1501, pochi giorni prima dell’uscita del libro, Lorenzo da Pavia pregò per lettera Isabella Gonzaga, ansiosa di avere in anteprima un esemplare in pergamena dell’opera, di pazientare ancora qualche giorno. «Il Petrarca – scrive Lorenzo – ancora non è finito di stampare: mi hanno detto che sarà pronto fra dieci giorni (“mano deto che fra X giorni sarà finito”); in carta pregiata ne hanno stampati solo una quindicina di esemplari, ma se fossero stati cento li avrebbero già piazzati tutti» (“non ano fato in carta bona se non cerca a 15, li quali li avevano alogati se fosano C”; si cita da Vittorio Cian, Un decennio della vita di M. Pietro Bembo (1521- 1531)).

Della donna ritratta da Andrea del Sarto (da molti identificata nella figliastra: cfr. Novella Macola, I ritratti col Petrarca, in Le lingue del Petrarca, a cura di Antonio Daniele) vale la pena segnalare un altro particolare. Sulla pagina aperta del suo “petrarchino”, la dama indica col dito due sonetti del Canzoniere: il 153 e il 154. Il secondo, neanche a farlo apposta, si chiude con un richiamo alla bellezza, direttamente evocata dal francesismo beltà che compare nell’ultimo verso: «or quando mai / fu per somma beltà vil voglia spenta?».


BOCCACCIO

Per il terzo degli scrittori che sarebbero stati identificati per secoli come “le tre corone”, vale a dire il Giovanni Boccaccio autore del Decameron, la bellezza sembrerebbe aver poco a che fare con la lingua. Boccaccio, infatti, dichiara di aver scritto le sue novelle in uno stile “umilissimo e rimesso”, cioè basso: dunque, verrebbe fatto di pensare, lontano dalla bellezza potente della Commedia e dalla bellezza raffinata del Canzoniere. Ma quella di Boccaccio è solo una dichiarazione di modestia, e la modestia è solo apparente, perché humilis et remissus erano esattamente i due aggettivi latini con cui Dante, qualche tempo prima, aveva qualificato il modo di esprimersi della sua Commedia, alla quale in tal modo Boccaccio equiparava il suo Decameron.

A riconoscere definitivamente la bellezza della lingua del Decameron sarebbe stato, centocinquant’anni dopo la morte del suo autore, qualcun altro: quello stesso Pietro Bembo in cui ci siamo imbattuti parlando del Canzoniere di Petrarca e delle Terze Rime di Dante. Nelle sue Prose della volgar lingua (1525) – un’opera destinata a diventare, nel giro di una generazione, una specie di bibbia grammaticale dell’italiano – Bembo definisce la lingua del Canzoniere il modello perfetto dell’italiano in versi, e la lingua del Decameron il modello perfetto dell’italiano in prosa. In quest’opera, sosteneva Bembo, Boccaccio aveva esibito una lingua e uno stile così ricchi di belle figure e di modi vaghi (cioè ‘piacevoli’) da garantirgli una fama che sarebbe durata secoli: «esso è così di belle figure, di vaghi modi e dal popolo non usati, ripieno, che meraviglia non è se egli ancora vive, e lunghissimi secoli viverà» (Pietro Bembo, Prose della volgar lingua, in Prose e Rime di P. B., a cura di Carlo Dionisotti). Una profezia che si sarebbe avverata.

LA BELLA LINGUA

La persuasione che fa dell’italiano una lingua bella – anzi: la bella lingua per eccellenza (Dianne Hales, La bella lingua) – ha una qualche ragione d’essere sul piano estetico e culturale? Non sarò io a rispondere a questa domanda. Lascerò che lo facciano, dopo la lettura di questo libro, gli studenti, gli insegnanti e – ultimi, ma non per importanza – tutti i lettori interessati alla storia dell’italiano, cioè le tre tipologie di destinatari a cui ho pensato nello scrivere il mio lavoro.

Gli studenti, in particolare, non si sentano intimoriti prima ancora di averne varcato la soglia. La comprensione di questo libro non richiede né conoscenze pregresse né competenze specifiche nel campo dell’italiano antico: i suoni, le forme, le parole, i legami sintattici e i ritmi della nostra lingua di ieri (che secondo molti non è lontana da quella di oggi) sono tutti illustrati e spiegati. E quando non sono spiegati nel testo (il che accade raramente), lo sono in un glossario che si trova in fondo al libro, al quale rinvia un asterisco. I testi in versi sono sempre accompagnati da una parafrasi in italiano corrente, quelli in prosa sono corredati da glosse tra parentesi quadre che chiariscono il senso delle parole, delle espressioni o delle frasi più complesse. I riferimenti ad altri libri, che si trovano tra parentesi, sono sciolti e spiegati nella Bibliografia finale.

Sono un insegnante, e credo che il compito dell’insegnante sia quello di rendere facili le cose difficili. La grande bellezza della lingua italiana – e in particolare dei classici che per primi l’hanno forgiata – è qualcosa di cui tutti dovrebbero godere. Per questo ho scritto questo libro.
E ora vi invito a cominciare con me questa visita guidata.

Giuseppe Patota, La grande bellezza dell'italiano


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La grande bellezza dell'italiano

Prontuario di grammatica

Giuseppe Patota, professore ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università di Siena-Arezzo, è accademico corrispondente della Crusca e socio corrispondente dell’Accademia dell’Arcadia. Ha al suo attivo circa cento pubblicazioni scientifiche, didattiche o divulgative dedicate alla lingua italiana, alla sua storia e al suo insegnamento. Alcuni suoi lavori sono stati tradotti e pubblicati in Francia e in Giappone. È direttore scientifico del Dizionario Italiano Garzanti e collabora da tempo con la Rai alla realizzazione di programmi dedicati all’insegnamento dell’italiano.





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