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I pacifisti della Grande Guerra

Dizionario storico della Prima Guerra Mondiale - Part risvolto copertina

Ci fu chi disse «No»
I pacifisti della
Grande Guerra
di Bruna Bianchi

Dizionario storico della Prima guerra mondiale

La partecipazione alla Grande guerra trasformò radicalmente l’Italia, come e più che tutta l’Europa. Nacque allora il Paese che conosciamo. Le voci del Dizionario storico della Prima Guerra Mondiale, curato da Nicola Labanca, parlano di combattenti, di armi e di battaglie. Di mobilitazione, di lavoro, di donne. Di propaganda e di politica, di governi e di opposizioni. Ma non solo: parlano di religione, di arte e di letteratura perché un senso bisognava trovarlo alla guerra totale. Quella che segue è la voce "I pacifisti" di Bruna Bianchi.



La dissoluzione del pacifismo europeo

Il giorno in cui Jean Jaurès veniva assassinato, il 31 luglio 1914, un centinaio di rappresentanti delle società per la pace d’Europa si riunirono d’urgenza a Bruxelles nel tentativo di porre un argine al conflitto. Mentre Henri-Marie La Fontaine, Presidente del Bureau international de la paix (Bip), pronunciava il suo discorso d’apertura, giunse l’annuncio della mobilitazione della Germania; l’incontro si concluse poche ore prima dell’invasione del Belgio e i delegati si affrettarono a far rientro in patria prima della chiusura delle frontiere. Alfred Fried e Ludwig Quidde, gli esponenti di maggior rilievo del pacifismo tedesco, per timore delle persecuzioni, fuggirono in Svizzera, ma evitarono di pronunciarsi sulla responsabilità della Germania nello scoppio del conflitto.

Dal canto loro, i pacifisti francesi non esitarono a manifestare la propria indignazione per la violazione della neutralità del Belgio e a porsi dalla parte della «giustizia», ovvero a schierarsi contro il militarismo tedesco e, salvo alcune eccezioni, si arruolarono volontariamente.

La Fontaine riparò a Londra e da lì il 25 settembre lanciò un ultimo disperato appello ai pacifisti europei, Quello che i pacifisti dovrebbero dire, in cui invocava l’antico spirito di collaborazione e ribadiva gli obiettivi per i quali il movimento si era impegnato negli anni precedenti: l’abolizione delle industrie di guerra, la trasformazione degli eserciti in milizie, l’instaurazione di tribunali per punire le violazioni dei diritti umani, il controllo parlamentare della politica estera e il disarmo. L’appello cadde nel vuoto. In poche settimane le organizzazioni internazionali che si erano sempre definite i baluardi della pace – il Bip così come l’Internazionale socialista – si dissolsero. La maggior parte dei pacifisti, che mai avevano negato la legittimità delle guerre difensive, considerarono i rispettivi Paesi ingiustamente aggrediti e si schierarono con i propri governi. Il tentativo dei pacifisti d’anteguerra di coniugare pacifismo e patriottismo era fallito.

I premi Nobel d’anteguerra, a eccezione di La Fontaine, si dichiararono a favore del conflitto e le società per la pace videro crollare ovunque i propri aderenti o si sciolsero. In breve tempo la rete organizzativa internazionale si disgregò. L’unico tenue legame tra i vari esponenti del pacifismo ufficiale negli anni del conflitto sarebbe stato rappresentato dalla Organisation centrale pour une paix durable costituita all’Aia nel 1915 che avrebbe escluso per statuto l’elaborazione di proposte per affrettare la conclusione del conflitto.

L’Italia verso l’interventismo

Lo scoppio del conflitto colse il pacifismo italiano in un momento di particolare debolezza. Nel settembre 1911 l’adesione alla Guerra di Libia di alcuni autorevoli esponenti del movimento causò un vero e proprio terremoto a livello internazionale. I leader storici del pacifismo europeo riprovarono la condotta degli amici italiani e nel 1912 apparve un libro bianco a cura del Bip dal titolo In Rei Memoriam, una raccolta di tutte le dichiarazioni contro la guerra libica da parte dei collettivi pacifisti di tutta Europa, pubblicata e divulgata con l’obiettivo di dare testimonianza della vitalità del movimento pacifista, della prontezza della sua protesta contro le derive belliciste e colonialiste.

La figura al centro delle controversie era stata quella di Ernesto Teodoro Moneta, l’unico italiano insignito del premio Nobel per la pace (nel 1907). Egli aveva combattuto sulle barricate nelle Cinque giornate di Milano e partecipato alle battaglie risorgimentali con Garibaldi. Nel 1887 aveva fondato l’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato, la più importante società pacifista italiana, e dal 1898 dirigeva il suo organo: «Vita internazionale».

Nella convinzione che per affermare il regno della giustizia e della pace fosse necessario fare della propria patria un Paese libero e forte, Moneta aveva sempre sostenuto la congruenza tra patriottismo e pacifismo.

Dopo la frattura causata dalla guerra libica, nell’estate del 1914, il movimento pacifista italiano ritrovò una fragile e temporanea coesione nella decisione della neutralità. Il 5 agosto, sulle pagine dell’organo dell’Unione lombarda Moneta scriveva che i pacifisti italiani si sarebbero attenuti alla neutralità, qualsiasi direzione avesse preso la guerra. A Torre Pellice, a una assemblea pubblica della Società per la pace fondata da Edoardo Giretti, oltre 500 persone votarono una mozione in cui si auspicava che l’Italia rimanesse neutrale e così fecero altre società minori. Ancora il 5 settembre, sulle pagine della «Vita internazionale» in un articolo dal titolo: Ancora e sempre la neutralità, Moneta scriveva: «la neutralità ci unisce, la guerra ci dividerebbe». Ma già all’inizio di settembre nella rivista apparvero segnali che facevano presagire l’imminente presa di posizione interventista.

Di lì a poco, alla riunione del novembre 1914 venne approvato un ordine del giorno che attribuiva agli Imperi Centrali la causa della guerra, condannava le violazioni dei trattati internazionali e delle norme del diritto delle genti, invocava l’avvento di una pace generale e durevole che portasse al riconoscimento di tutte le nazionalità oppresse e trionfasse sul militarismo. Plaudendo all’intervento di Salandra alla Camera, Moneta affermò che la neutralità dell’Italia doveva essere «poderosamente armata e pronta ad ogni evento» per difendere i propri interessi e la sua supremazia indiscussa sull’Adriatico.

Anche altri pacifisti, che pure avevano condannato la Guerra di Libia, si unirono, uno dopo l’altro, al coro di coloro che chiedevano l’intervento.

Nel gennaio 1915, dopo l’ultimo incontro a livello internazionale dei pacifisti tenutosi a Berna il 6 e il 7 gennaio 1915, anche Edoardo Giretti trasse la convinzione che l’Italia avesse il dovere di entrare in guerra.

A partire dal giugno 1915 l’impegno dei pacifisti italiani, e in particolare dell’Unione lombarda, fu interamente rivolto a sostenere lo sforzo bellico. Il 21 marzo 1915, nella relazione all’assemblea generale della società pacifista da lui fondata, Moneta affermò che gli scopi che essa si era data, i quali comparivano nello statuto, ovvero la diffusione dei sentimenti umanitari, l’affratellamento dei popoli e la soluzione arbitrale delle vertenze, dovevano essere messi da parte.

Se il sogno pacifista non si era realizzato lo si doveva imputare al militarismo tedesco che frenava il progresso umano. Moneta si scontrò anche con i pacifisti tedeschi e in particolare con Ludwig Quidde, che il 2 giugno 1915 sul «Berliner Tageblatt» aveva deplorato l’ingresso dell’Italia a fianco dell’Intesa. Nella sua Risposta al pacifista tedesco apparsa il 5 agosto sulla «Vita internazionale» il pacifista milanese accusava Quidde di essersi fatto difensore del militarismo tedesco, e da ciò traeva la prova che «tutta la Germania [era] invasata dal sogno di un impero che [doveva] sovrastare a tutto il mondo».

Qualche mese prima, nel febbraio, sempre sulle pagine della «Vita internazionale», accuse simili a quelle rivolte da Moneta a Quidde erano state rivolte dalla socialista Regina Terruzzi a Clara Zetkin.

Nel 1917, l’anno più difficile del conflitto, il fervore patriottico di Moneta trasse nuovo e più forte impulso dal malcontento popolare. Le manifestazioni per la pace che si svolgevano in ogni paese furono definite «assurde e vane» e anche la Nota pontificia fu aspramente criticata in un editoriale del 20 agosto 1917. Nel 1918 Rosalia Gwis Adami, collaboratrice di Moneta, fondatrice della Società della gioventù italiana e del periodico pacifista «Giovine Europa», in uno scritto dal titoloNella mischia, polemizzava violentemente con Romain Rolland. Al pacifista francese, divenuto un simbolo e un punto di riferimento per tutti i pacifisti radicali, ella rimproverava di essersi allontanato dalla lotta. Varcando i confini della Francia, Rolland aveva cessato di essere cittadino francese per diventare cittadino di una umanità astratta e alle astrazioni umanitarie ella opponeva una visione della guerra in cui la deumanizzazione dei tedeschi si univa alla erotizzazione della morte e del sangue. I toni dello scritto non differivano da quelli della propaganda patriottica con i continui riferimenti all’atavismo dei tedeschi, ai «bruti teutonici», agli «uomini macchina» schiavi della disciplina che solo una guerra purificatrice avrebbe potuto trasformare in esseri umani.

E mentre la «Vita internazionale» si abbandonava a un crescendo di entusiasmi patriottici, denigrando i «pacifisti imbelli» e screditando le personalità di maggior rilievo, «La Pace», il periodico pacifista diretto dal giovane socialista Ezio Bartalini, veniva chiuso d’autorità. Da allora coloro che rimasero fedeli alle proprie convinzioni pacifiste, in Italia come negli altri Paesi europei, furono colpiti da provvedimenti repressivi: le sedi vennero chiuse, le pubblicazioni censurate, le abitazioni perquisite, i passaporti ritirati.

Nuove aggregazioni

Se molti pacifisti radicali, apostrofati come traditori e nemici della patria, si chiusero in un doloroso isolamento, molti altri cercarono sollievo allo sgomento nella compagnia «dei propri fratelli spirituali», ovunque si trovassero, in patria o all’estero.

In ogni paese, infatti, gruppi di pacifisti raccolti intorno a nuove organizzazioni o riviste tentarono di tenere in vita le aspirazioni e i sentimenti internazionalisti, diedero risonanza a tutte «le voci libere» che si levavano dai Paesi in guerra, sostennero l’obiezione di coscienza, misero in discussione gli orientamenti del pacifismo d’anteguerra, elaborarono proposte per affrettare la conclusione del conflitto e posero le premesse per un nuovo pacifismo radicale che si svilupperà nel dopoguerra. Fino a tempi recenti la storiografia non si è soffermata su questo laboratorio di idee e ha dato maggior rilievo alla dissoluzione del movimento; la maggior parte delle ricostruzioni generali, infatti, si arresta al 1914 o tratta di sfuggita il periodo di guerra come una parentesi.

Strumento fondamentale per la conservazione dei legami tra i pacifisti di diverse nazionalità furono le riviste. In Svizzera, fulcro dell’antimilitarismo e delle avanguardie artistiche, nacquero alcuni nuovi periodici: «Demain», «La Nouvelle Internationale», «La Feuille. Journal d’idées et d’avant-garde», «Les Tablettes», altri mutarono radicalmente il proprio carattere per divenire strumento di propaganda pacifista, tra questi «Coenobium» diretto da Enrico Bignami a Lugano, ma stampato e distribuito in Italia. Fondatore del periodico socialista «La Plebe» (1868-1883), Bignami era stato il primo divulgatore di Marx ed Engels in Italia per avvicinarsi in seguito al socialismo integrale di Benoît Malon. Sostenitore di un’evoluzione graduale e pacifica verso il socialismo, nel 1868 aveva aderito alla Union de la Paix promossa da Felice Santallier, una delle prime e più radicali società della pace. Lasciata Milano nel 1898 per sfuggire al mandato di cattura che colpì tutti coloro che erano sospettati di aver fomentato i moti contro il caropane, si era stabilito in Svizzera ed era entrato in contatto con Romain Rolland.

«Coenobium»

La rivista di Bignami contribuì ad attenuare il senso della dissoluzione, a infondere speranza nella vitalità del pacifismo, un’«idea che non voleva morire», a mantenere i contatti a livello internazionale. «Coenobium» diede voce a tutti coloro che in ciascun Paese si opponevano alla guerra, informò i lettori italiani dell’attività delle nuove organizzazioni pacifiste sorte nei vari Paesi durante il conflitto, raccolse, con la collaborazione di Rolland, testimonianze della volontà di pace da parte di donne, madri, semplici soldati, si impegnò in un’intensa opera di traduzione di scritti pacifisti, di interventi, comunicati, discorsi parlamentari censurati nei Paesi belligeranti, tentò di contrastare la campagna di odio della propaganda.

Nell’autunno 1914 Enrico Bignami avanzò la proposta di una Lega dei neutrali. «Ultimo rifugio e ultima risorsa per la pace», la Lega aveva lo scopo di dimostrare che la neutralità non era apatia, mancanza di coraggio o senso di impotenza. La mobilitazione per l’armistizio – nelle speranze di Bignami – sarebbe culminata in un grido per la cessazione del massacro «così formidabile da scuotere la terra».

La Lega non prefigurava un’associazione di pacifisti, ma un’alleanza di governi per affermare il diritto delle genti, per la limitazione degli armamenti e l’adozione obbligatoria degli arbitrati. Incoraggiato dalle numerose adesioni alla proposta da parte di personalità politiche, intellettuali, professionisti, nel dicembre 1914 il Comitato provvisorio della costituenda lega decise di trasformarsi in Comitato internazionale con compiti non più soltanto di propaganda, ma di vero e proprio coordinamento di coloro che si stavano impegnando per affrettare la pace e per la costruzione di un nuovo assetto politico internazionale. Anche Bignami, infatti, auspicava la formazione degli Stati Uniti d’Europa, non già come un ideale che per realizzarsi aveva bisogno che si concludesse il «ciclo delle guerre» per l’indipendenza e il rafforzamento degli Stati nazionali – come sosteneva Moneta –, ma come un impegno del presente, nel mezzo del conflitto, fondato sul senso della fiducia che un messaggio di pace avrebbe potuto infondere nelle coscienze e quindi negli stati. La rivista pertanto diede voce a varie proposte per la conciliazione e la mediazione internazionale, pubblicò scritti e discorsi del filosofo britannico Lowes Dickinson sulla futura Società delle Nazioni e le deliberazioni del congresso delle donne all’Aia che includevano la proposta della «mediazione continua». Nel settembre 1915 sulle pagine della rivista comparve il manifesto di William Jennings Bryan in cui il segretario di Stato per gli Affari esteri degli Stati Uniti spiegava al popolo americano le ragioni delle sue dimissioni, ovvero il rifiuto da parte del Governo di assumere un ruolo di mediazione, documento che i giornali d’Europa non avevano voluto pubblicare.

Dopo l’ingresso dell’Italia in guerra, la rubrica Guerra alla guerra!, inaugurata nel 1913, rivestì un ruolo centrale nella rivista. Essa ospitò il pensiero e le dichiarazioni di socialisti, delle personalità più influenti del pacifismo, come Ruyssen, La Fontaine, Norman Angell, delle varie società della pace e si dimostrò particolarmente attenta «alle forze spirituali che opera[va]no nella vita tedesca». Alla fine del 1914 venne pubblicato l’intervento di Liebknecht al Reichstag che non era stato inserito nel verbale parlamentare e l’appello di Clara Zetkin su «Gleichheit» che era stato censurato.

Chiusa d’autorità nel maggio 1916, la rubrica poté riapparire nel 1917 con un titolo ben meno incisivo: Dalla guerra alla pace. La censura infatti si abbatté sulla rivista come su nessun altro periodico di lingua italiana.

Guerra e cristianesimo

L’inconciliabilità tra guerra e cristianesimo è tema a cui «Coenobium» prestò costante attenzione. Già il 31 agosto 1914 apparve un articolo di Giuseppe Banchetti, A chi la colpa?, in cui il pastore valdese puntava il dito contro i «patriotti» che consideravano «l’amore, la concordia, il cristianesimo» estranei al realismo della politica, all’idea di grandezza e di forza. La questione della legittimità morale della guerra, infatti, causò tensioni e lacerazioni anche all’interno del mondo riformato e tra i cristiani indipendenti. È il caso di Gennaro Avolio che, su «Coenobium», e soprattutto sulla rivista da lui fondata «La nuova riforma», condusse una decisa battaglia pacifista criticando aspramente la Chiesa e il Papa. È il caso del matematico di Nettuno Luigi Trafelli che nel 1917, nello scritto XX secolo dopo Cristo. Ubi Christianus?, affermava che la Chiesa e il Papa non avevano il diritto di dirsi cristiani perché non avevano dato testimonianza né con la parola né con l’azione della verità evangelica, ovvero del divieto assoluto di uccidere.

Avvalendosi della collaborazione del barnabita Alessandro Ghignoni, anche «Coenobium» espresse la propria ripugnanza all’idea avanzata dalla «Civiltà Cattolica» che la guerra derivasse dalla volontà divina.

In due articoli comparsi nell’estate 1915, Il cristianesimo e la guerra Non uccidere!, Alessandro Ghignoni affermò che il cristiano non poteva accettare alcuna forma di violenza, tanto meno la violenza organizzata dello Stato. Opponendosi alla guerra, il cristianesimo si opponeva all’ordine costituito, all’assetto politico e sociale in cui gli esseri umani erano spogliati di ogni autonomia. Secondo lo spirito evangelico, scriverà su «Bilychnis» l’anno successivo, lo Stato è nulla, l’individuo è tutto e, se le Chiese erigevano barriere, il Vangelo costruiva ponti.

I temi trattati da «Coenobium» trovarono talvolta corrispondenza nella rivista «Bilychnis» fondata nel 1912 dalla Scuola teologica battista di Roma e diretta dal pastore Lodovico Paschetto. Avvicinavano le due riviste l’attenzione ai valori etici del cristianesimo, l’aspirazione a una rinascita spirituale di ispirazione evangelica, l’interesse per una religiosità ancorata alla realtà sociale. Nel gennaio 1915 «Bilychnis» si arricchì di una nuova rubrica dedicata alla guerra e coordinata da Giovanni Pioli. Sacerdote cattolico, già collaboratore di «Coenobium» con lo pseudonimo di Dr. Aschenbrödel, era stato influenzato da Tolstoj e aveva abbandonato il sacerdozio per dar vita a un modernismo radicale. Nel secondo dopoguerra Pioli sarà tra i più tenaci difensori dell’obiezione di coscienza e guiderà la sezione italiana della più importante organizzazione pacifista sorta nel dopoguerra, War Resisters International, che rifiutava ogni forma di partecipazione alla guerra e affermava il primato della nonviolenza. A questo tema nel 1951 Pioli dedicherà il volume La rinunzia alla violenza: Leone Tolstoj, Mahatma Gandhi.

Tolstoismo e obiezione di coscienza

Già durante il conflitto, in ogni paese, il pensiero tolstoiano divenne fonte di ispirazione per numerosi pacifisti. In quegli anni drammatici, nella disperazione per tante giovani vite stroncate, nel malessere morale causato dal dilagare dell’odio, nel disorientamento di fronte al crollo delle antiche convinzioni e speranze, il messaggio semplice di Tolstoj «non resistete al male» risuonò nelle menti di molti uomini e donne come una nuova rivelazione. Un’influenza che non condusse a un aumento nel numero dei seguaci, ma che si estese al di là del settarismo religioso e oltre i confini della Russia, e che condusse a un mutamento durevole nel modo di pensare e di agire contribuendo all’affermazione di un pacifismo radicale fondato sulla nonviolenza.

In Italia, Enrico Bignami, Luigi Trafelli, Giovanni Pioli, Giuseppe Banchetti, Fanny Dal Ry, collaboratrice del periodico «La Pace» di Ezio Bartalini, e Maria Montessori si dissero influenzati da Tolstoj.

Il tema della disobbedienza e dell’obiezione di coscienza apparve sulle pagine di «Coenobium» già nel febbraio 1914 in un articolo di Carlotta Calvi, Come si potrà abolire la guerra?, in cui l’autrice prendeva a modello i quaccheri e i seguaci dello scrittore russo.

Contrariamente a quanto accadde in Gran Bretagna, in Italia non fu riconosciuta alcuna forma di obiezione. I richiamati che si rifiutarono di indossare la divisa furono sottoposti a processo o ricoverati in ospedale psichiatrico; tra i pochi che vollero sfidare apertamente le autorità troviamo alcuni tolstoiani. È il caso di Luigi Lué, zoccolaio di San Colombano al Lambro, che si era accostato alle idee dello scrittore russo nel 1901 e che nel 1917 si oppose alla chiamata dichiarando apertamente davanti ai giudici le sue convinzioni di tolstoiano. Apprendiamo di un altro giovane obiettore tolstoiano dalla corrispondenza tra Augusto Turati e Anna Kuliscioff. Un terzo obiettore, Giovanni Gagliardi di Castelvetro Piacentino, che durante il confitto si rifiutò di rispondere alla chiamata, patì la reclusione in carcere e in manicomio dove gli fu attribuita la «diagnosi [di] misticismo tolstoiano». Accusato di spingere i soldati in licenza a non fare ritorno nelle file dell’Esercito, temuto perché, «con lo scopo di evangelizzare», avvicinava molte persone a cui esponeva le sue convinzioni «contrarie agli ordinamenti nazionali», fu trattenuto in manicomio fino alla primavera del 1919 «perché giudicato pericoloso per attività antimilitarista». Pochi mesi dopo, il 13 ottobre, fu nuovamente arrestato e condannato a due anni di confino a Ventotene per «propaganda religiosa evangelica contro la guerra».

Casi isolati, che tuttavia sollevarono le più grandi preoccupazioni; lo dimostra l’allarme provocato, all’inizio del 1918, dalla diffusione dello scritto tolstoiano Ai soldati, agli operai che, come si legge in un’informativa di polizia, «con la più rude chiarezza invita[va] ampiamente alla diserzione».

Molto più numerosi gli obiettori che si rifugiarono in Svizzera, a Zurigo, Ginevra e Losanna dove le riviste sorte durante il conflitto, in particolare «Les Tablettes», davano risonanza al pacifismo nonviolento di matrice tolstoiana.

Il pacifismo femminista

Le idee e le proposte delle pacifiste femministe trapelarono in Italia sempre attraverso la rivista di Bignami. Essa diffuse i temi della riflessione di un nuovo femminismo, fondato sulla convergenza tra pacifismo e suffragismo, tra i valori della maternità, della nonviolenza e della giustizia sociale; pubblicò brani tratti dai testi di Olive Schriner, Women and War, e di Marcelle Capy, Une femme dans la mêlée. Nell’ottobre 1914 comparve l’appello di Clara Zetkin Alle donne socialiste di tutti i paesi che in Germania aveva condotto al sequestro di «Gleichheit», la rivista che Zetkin dirigeva dal 1892 e, alla fine del 1915, quello di Louise Saumoneau, Al proletariato femminile di Francia. Nel febbraio del 1915 apparve un articolo di Ellen Key, scritto espressamente per la rivista, «Santa insurrezione». Né mancarono le voci delle pacifiste italiane: Alma Dolens (Teresina Pasini dei Bonfatti), Anita Dobelli Zampetti e Rosa Genoni.

Colpite dalla repressione e dalla censura, le pacifiste italiane si rivolsero prevalentemente all’assistenza ai profughi, all’infanzia, alle famiglie impoverite dalla guerra. Sui caratteri di quest’attività si soffermò Anita Dobelli Zampetti nei suoi rapporti inviati alla rivista «Jus suffragii». Il lavoro di aiuto delle pacifiste voleva distinguersi da quello «angusto» delle nazionaliste e che si proponeva di cambiare le leggi che mantenevano le donne in condizioni d’inferiorità nella vita civile e lavorativa; era attività pacifista, «spirito inventivo dell’amore» e di ricostruzione della vita.

«Coenobium» diede inoltre ampia risonanza al Congresso dell’Aia e nell’estate del 1915 ne pubblicò le risoluzioni che lo stesso Wilson definì «le migliori proposte in assoluto avanzate fino a quel momento». Le risoluzioni affermarono la necessità della mediazione permanente, della partecipazione delle donne a tutti i diritti e a tutte le responsabilità civili, definirono i principi democratici che avrebbero dovuto ispirare la politica interna ed estera degli stati, l’organizzazione dell’economia e dell’educazione e la futura Conferenza di pace.

Il congresso, cui parteciparono oltre mille donne di diversi Paesi, fu un evento di grande rilievo per il pacifismo a livello internazionale. Presieduto da Jane Addams, la femminista e riformatrice più «venerata» d’America, esso pose le premesse per la nascita della Women’s International League for Peace and Freedom (Wilpf), una organizzazione viva ancora oggi, impegnata nell’elaborazione e nella pratica di un pacifismo fondato sulla nonviolenza. Le pacifiste della sezione italiana della Wilpf, Rosa Genoni e Anita Dobelli Zampetti, considerate sovversive e sostenitrici del nemico, furono tenute sotto stretta sorveglianza. Eppure, nonostante le azioni repressive, i divieti, le perquisizioni, Dobelli riuscì a portare avanti il suo impegno a favore dei figli illegittimi (che per normativa non ricevevano sussidi) affinché ricevessero gli aiuti statali e Genoni riuscì a tenere riunioni e conferenze presso l’Università popolare di Milano, a diffondere scritti pacifisti che, nascosti nelle pagnotte, raggiunsero i campi di prigionia. Nel 1916, dopo la proibizione di una manifestazione delle mogli dei prigionieri contro la Croce Rossa, ritenuta responsabile del mancato recapito dei pacchi ai campi, Genoni lanciò una campagna di raccolta di firme per la liberazione di tutti i prigionieri.

Dopo Caporetto anche la sorveglianza su Bignami si intensificò; egli fu privato del passaporto, la sua attività a favore dei prigionieri italiani soppressa, il «Coenobium» ostacolato in ogni modo. L’anziano pacifista tentò di far stampare la rivista a Bellinzona, ma nel 1918 non uscì un solo fascicolo. Ostilità e ostruzionismo non cessarono nel dopoguerra e dopo pochi numeri nel 1919 la rivista cessò definitivamente le pubblicazioni.

A differenza di quanto avvenne in altri Paesi, nel dopoguerra il pacifismo italiano non si risollevò; la morte di Bignami nel 1921, il ritiro dall’impegno da parte di Alma Dolens, il divieto a Genoni e Dobelli di partecipare agli eventi internazionali indebolirono una minoranza che già durante la guerra era stata gravemente ostacolata. L’avvento del fascismo sospinse definitivamente i pacifisti nella clandestinità. Nel 1921 la scrittrice Vernon Lee, che in quel periodo si trovava in Italia, riferiva all’ufficio internazionale della Wilpf del clima di odio che si stava diffondendo nel Paese e che non avrebbe consentito all’organizzazione pacifista di svilupparsi. Dal 1922 le comunicazioni tra la sezione italiana e l’ufficio internazionale cessarono.

Anche all’interno della War Resisters International l’Italia era pressoché assente. Nei vari congressi dell’organizzazione che si tennero tra le due guerre i «fratelli italiani» saranno sempre ricordati come dei prigionieri, «dietro alle sbarre» o «dietro alle loro frontiere». Nel 1937, nel resoconto sull’attività svolta, l’Italia è menzionata come il Paese con il quale era più difficile mantenere i contatti.

Eppure il movimento non era annientato; l’impegno profuso durante il primo conflitto mondiale, l’esempio coraggioso di obiettori e nonviolenti, il paziente lavoro di conservazione dei legami con i pacifisti di tutto il mondo, la riflessione critica sul pacifismo d’anteguerra, sulle caratteristiche dei conflitti moderni, sul difficile connubio tra pacifismo e patriottismo, sul nesso tra militarismo e oppressione delle donne, sarebbero stati fonti di ispirazione per il movimento che si sarebbe sviluppato nel dopoguerra. L’inizio della lunga lotta per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza e la nascita di una nuova organizzazione pacifista femminile, l’Associazione italiana madri unite per la pace, nel 1946, la costituzione, per iniziativa di Giovanni Pioli, della sezione italiana della War Resisters International nel 1947, avrebbero aperto una fase nuova nella storia del pacifismo italiano.

Bruna Bianchi, "I pacifisti" in Nicola Labanca (a cura di), Dizionario storico della Prima guerra mondiale


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Bruna Bianchi insegna Storia delle donne e Storia del pensiero politico e sociale contemporaneo all'Università Ca' Foscari di Venezia. Studiosa della Grande guerra, ed in particolare dell'esperienza bellica di soldati e ufficiali, si è occupata del pensiero pacifista e della deportazione della popolazione civile nel corso delle due guerre mondiali. Fa parte della rivista telematica "DEP. Deportate, esuli, profughe".

Dizionario storico della Prima guerra mondiale
Testi di Andrea Baravelli, Elena Papadia, Filippo Cappellano, Marco Mondini, Daniele Ceschin, Fabio Degli Esposti, Paolo Pozzato, Fabio Caffarena, Fabio De Ninno, Irene Guerrini e Marco Pluviano, Luca Gorgolini, Hubert Heyriès, Mariano Gabriele, Pierluigi Scolè, Piero Di Girolamo, Andrea Scartabellati e Felicita Ratti, Beatrice Pisa, Maria Concetta Dentoni, Bruna Bianchi, Roberto Bianchi, Matteo Ermacora, Stefania Bartoloni, Antonio Gibelli, Carlo Stiaccini, Mauro Forno, Maria Paiano, Renate Lunzer, Monica Cioli, Fabio Todero, Alessandro Faccioli, Oliver Janz, Nicola Labanca.


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