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Francesco Antinucci: Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso

Spezie
Una storia di scoperte, avidità e lusso
Francesco Antinucci


Spezie

Fin dal primo ciclo scolastico ci insegnano che c’è una “età delle scoperte”, un tempo in cui l’Uomo, mosso da un’insaziabile voglia di sapere e di scoprire, si avventura sull’orbe terracqueo varcando quell’unica uscita dal chiuso e sicuro bacino del Mediterraneo – non a caso ben segnata da una strettoia di soli 14 chilometri – che è stata per millenni il confine oltre il quale non si poteva andare: nec plus ultra, vi aveva scolpito Ercole sopra. È chiaro che coloro che lo facevano, gli aspiranti “scopritori”, dovevano avere un notevole coraggio: si parla di loro come di una specie di eroi del mare le cui imprese sono appunto le famose “scoperte”.

Solo molto più tardi – all’ultimo dei cicli scolastici – la “età delle scoperte” viene accostata, più o meno timidamente, a un altro fenomeno a essa contemporaneo: il cosiddetto “mercantilismo”. Si comincia così a capire che sotto l’eroismo degli scopritori-navigatori c’è qualche altra cosa: un potente meccanismo economico. Che l’andare per mare verso l’ignoto era in realtà un andare in posti lontani ma ben precisi, dove sarebbe stato possibile acquistare particolari merci che una volta riportate in patria avrebbero consentito un notevole guadagno: se si finiva con lo scoprire qualcosa di nuovo era o per caso o per errore.

Quella che non viene ben messa in luce a scuola è la dimensione del fenomeno, che si trattasse, cioè, di un’attività economica capace di generare una porzione sostanziale di quello che oggi chiamiamo “prodotto interno lordo” di un paese e che quindi contribuisse in maniera determinante a rendere possibili (o impossibili) gli eventi di cui la storia si occupa: se il re X muove guerra al re Y come se la paga questa guerra? E il suo esito non dipenderà da chi, quanto e come finanzia queste costosissime attività?

Allo stesso modo, non viene chiarito bene quali fossero queste merci che procuravano un tale guadagno da giustificare un’attività ad altissimo rischio (e non solo economico, ma anche vitale) e, soprattutto, del perché tali merci godessero di questo stato. Già, perché si sarebbe portati a pensare che debba trattarsi di merci particolarmente utili, ma anche difficili da reperire o procurarsi e/o fortemente localizzate: insomma qualcosa come il nostro odierno petrolio. Si resta perciò di stucco quando ci si rende conto che la maggior parte di questi prodotti e, soprattutto, i principali, i più commerciati non servono assolutamente a niente.

Per lungo tempo – decine di secoli – il prodotto più trasportato di questi che oggi chiameremmo “a elevato valore aggiunto” è stato il pepe: una sostanza che non ha alcun valore nutritivo, né curativo, né conservativo, né serve ad alcuna altra funzione. Lo stesso vale per tutte le altre spezie che il carico di pepe accompagnavano. E allora come è possibile che questi prodotti muovano l’economia del mondo (e, come vedremo, di tutti i mondi, antico, medioevale, moderno) e, in conseguenza di ciò, determinino gran parte della sua storia? E, cioè, in sostanza, perché l’uomo desidera tanto – anzi, sopra ogni cosa – prodotti che sono totalmente inutili?

Perché in realtà essi assolvono a una funzione ancora più importante di quelli utili: se quelli utili servono a mantenerlo in vita – più o meno comodamente –, questi servono invece a rappresentarlo, a proiettare nel mondo una certa immagine di sé, un’immagine evidentemente altamente desiderabile: quella di un uomo ricco, che può permettersi cose che solo pochi possono e dunque al vertice della scala sociale. Queste merci sono lo strumento della rappresentazione all’interno di un sistema comunemente chiamato “lusso”. Noi ci occuperemo di un aspetto di questo vasto e variegato sistema: quello della cucina.

Ci sono diverse motivazioni per privilegiare questo aspetto. Prima di tutto la sua importanza: la merce più ricercata e più importata per quasi 2000 anni è costituita dalle spezie, cioè da prodotti commestibili. Ma le spezie non si possono mostrare e offrire in quanto tali – non si può dare ai propri ospiti un cucchiaio di pepe o una stecca di cannella da mangiare – esse vanno opportunamente impiegate in una preparazione culinaria che le renda accettabili al palato. Questo porta all’elaborazione di un sistema cucina all’interno del quale esse vengono impiegate. Sistema che diventa esso stesso – sia nell’impiego di simili materie costose sia nel suo stesso modo di elaborare e presentare le preparazioni (attraverso la forma chiave del “banchetto”) – veicolo primario della rappresentazione. Sistema, come vedremo, altamente elaborato che non si riscontra invece in altri domini dove pure sono presenti merci di lusso (come, ad esempio, il sistema della moda), motivo che lo rende meritevole di un esame specifico anche indipendentemente dal suo ruolo.

Ecco quindi il contenuto di questo libro. Esamineremo innanzitutto l’importanza del commercio di spezie, cercando di dare un’idea quantitativa dei valori in gioco nelle diverse epoche storiche, epoche scandite proprio dalle modalità di questo commercio. Avremo così occasione di mostrare come molti degli eventi cruciali della storia – incluso nascita e scomparsa di potenze e imperi – siano essi stessi determinati, il più delle volte addirittura in maniera diretta, da questo commercio. Esamineremo in parallelo l’utilizzo delle spezie, e cioè il modo in cui il loro consumo viene reso possibile all’interno del sistema cucina. Ne risulterà nel complesso un effetto a “cascata”: un potere economico che, ieri come oggi, determina gli eventi del mondo; potere economico che, per un lungo periodo, è a sua volta determinato dal commercio di spezie; spezie che sono ricercate a qualunque prezzo per la funzione rappresentativa che permettono. In base alla ben nota proprietà transitiva della causalità, ne consegue che è l’insopprimibile desiderio dell’uomo di rappresentarsi (e non quello di vivere o sopravvivere, come spesso si insegna) che determina, in fine, la storia del mondo.

Francesco Antinucci, Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso


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Francesco Antinucci è Direttore di ricerca all'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR. Si occupa di linguaggio, apprendimento, percezione e comunicazione, soprattutto in relazione alle nuove tecnologie digitali. Ha svolto parte della sua attività di ricerca negli Stati Uniti, al Dipartimento di Psicologia dell'Università di California a Berkeley, alla School of Information della stessa università e al Palo Alto Research Center (PARC) della Xerox. Ha lavorato con le nuove tecnologie fin dal loro inizio sviluppando numerose applicazioni multimediali e di realtà virtuale.


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