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La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi. Vero! Marco Revelli

Claude Vignon - Creso riceve un tributo da un contadino lidio (1629)

La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi. Vero!
Marco Revelli

“La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi”. Vero!

Per un certo mondo che conta le politiche egualitarie sono un grave handicap per l’economia e un pericoloso ‘azzardo morale’: un grado di diseguaglianza è necessario per garantire lo sviluppo economico. Nella stessa ottica, un elevato tasso di inquinamento iniziale, nella fase del decollo, sarebbe accettabile perché destinato a essere riassorbito con la crescita del benessere e il miglioramento delle tecnologie. A oggi, le diseguaglianze hanno continuato a crescere, la crisi economica globale è gravissima e lo stato ambientale del pianeta continua a peggiorare.
Marco Revelli smonta pezzo a pezzo l’hardware teorico dell’ideologia neoliberista.


La relazione tra disparità di reddito e sviluppo economico è complessa. Un certo grado di diseguaglianza è parte integrante di un’economia di mercato e degli incentivi richiesti per l’investimento e lo sviluppo. Ma la diseguaglianza può anche essere distruttiva per lo sviluppo, ad esempio amplificando il rischio di crisi o rendendo difficile per i poveri investire in istruzione. Anche l’evidenza empirica è stata ambivalente: alcuni ritengono che lo sviluppo medio per lunghi periodi di tempo sia più elevato con maggiore eguaglianza iniziale; altri trovano che una accentuazione dell’eguaglianza oggi tenda ad abbassare la crescita a breve termine.

Così si legge nell’introduzione di una “Nota di discussione” (datata aprile 2011) dello staff del Fondo monetario internazionale.

La scelta con cui si confronterà la prossima generazione non sarà tra il capitalismo e il comunismo, o tra la fine della storia e il ritorno della storia, ma tra la politica della coesione sociale basata sugli scopi collettivi e l’erosione della società per mezzo della politica della paura.

Queste, invece, sono le parole conclusive di Tony Judt – il corpo ormai quasi interamente paralizzato dalla Sla, tranne gli occhi e le corde vocali – a bilancio di un Novecento interpretato con spirito insieme analitico e ribelle da grande storico qual era, nel libro Thinking the Twentieth Century, scritto con Thimothy Snyder.

Sono entrambe affermazioni significative, e per molti versi inaspettate, perché, nel quarto di secolo (e anche più) precedente, il discorso mainstream era stato ben altro. Quella di Judt viene dopo un'appassionata – e apparentemente “inattuale” – difesa del welfare, nella sua più autentica versione socialdemocratica: “Stati democratici e costituzionali forti, economicamente interventisti e con imposte elevate, capaci di includere società di massa complesse, senza far ricorso alla violenza e alla repressione”, presentati come una eredità preziosa, a cui “sarebbe avventato rinunciare con leggerezza”.

Quella del Fmi pone invece al centro della riflessione una domanda – se, appunto, “l’ineguaglianza possa essere in contrasto con la crescita economica” – che era stata drammaticamente assente, se non dalla riflessione teorica, quantomeno dalla pratica e dalle politiche del Fondo. E rivela incertezza tra le due tesi contrapposte sull’accettabilità e, persino, la desiderabilità di un qualche grado di inequality: un dubbio affiorante tra le pieghe della crisi e che non traspariva nel passato, quando a prevalere era sicuramente la seconda opzione, quella di chi pensa che “una accentuazione dell’eguaglianza tenda ad abbassare la crescita a breve termine”. È un dubbio (non ancora un ravvedimento) che ancora oggi – sebbene posto – stenta a farsi strada tra le linee chiuse di una pratica che sembra continuare a ripetere, compulsivamente, testardamente e ingiustificatamente, i dogmi disegualitari del passato: si pensi alle “ricette” imposte alla Grecia in più riprese dallo stesso Fmi, dalla Banca mondiale e dall’Unione europea, a dispetto del conclamato peggioramento del suo stato di salute per sindrome farmacologica.

È un’interessante resa dei conti all’interno dell’ideologia dominante nel travagliato fin de siècle, e nella transizione dal “secolo breve” all’ancora indefinito, ma già problematico, nuovo millennio.

Marco Revelli, La lotta di classe esiste l'hanno vinta i ricchi. Vero!


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Marco Revelli è professore ordinario di Scienza della politica presso il Dipartimento di Studi giuridici, politici, economici e sociali dell’Università del Piemonte Orientale. Ha presieduto la Commissione d’indagine sull’Esclusione sociale (CIES) e dirige il Centro interdisciplinare per il Volontariato e l’Impresa Sociale (CIVIS), costituito presso l’Università del Piemonte Orientale. Scrive di argomenti socio-politici, all’incrocio tra storiografia, filosofia politica e scienze sociali.


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