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La guerra grande. Storie di gente comune - Antonio Gibelli

La guerra grande. Storie di gente comune - Antonio Gibelli

La guerra grande. Storie di gente comune
Antonio Gibelli

La guerra grande

Questo libro parla di gente comune, uomini e donne, che vissero al tempo della prima guerra mondiale e furono interamente coinvolti e travolti da quell’evento, che modificò radicalmente il corso delle loro vite: sia che essi fossero inquadrati nell’esercito e chiamati a far parte della grande macchina del conflitto, nelle retrovie, al fronte o direttamente nelle prime linee, e di qui eventualmente rifluiti verso i campi di prigionia; sia che dovessero far fronte – come le donne – all’assenza di padri, figli, fratelli e mariti nella vita quotidiana, nelle cure domestiche e nell’allevamento dei figli, e seguirli a distanza nelle loro peregrinazioni dando loro conforto, trasmettendo notizie, elargendo parole di incoraggiamento.

La prima constatazione che si ricava dalla narrazione delle loro vicende è appunto questa: allora, per la prima volta in Italia e in Europa, le sorti di milioni di uomini e donne comuni furono simultaneamente legate a un unico filo, o meglio a un’unica rete, che le rese in certa misura interdipendenti, intrecciate tra loro, collocate su un comune orizzonte, segnate in gran parte dagli stessi disagi, dagli stessi timori, dalle stesse aspettative, dalle stesse sofferenze. Ciascuno a suo modo, naturalmente, a seconda della collocazione geografica e sociale, dell’appartenenza a un corpo militare piuttosto che a un altro, dell’età, della posizione al fronte o nell’interno, ma tutti sottilmente legati fra loro e al conflitto: gli eventi salienti della guerra dal punto di vista politico e militare – il suo prolungarsi, il suo rallentare o inasprirsi, le vicende dei diversi fronti che provocarono lo spostamento di contingenti di truppe dall’uno all’altro, e le sorti dei diversi contendenti, il loro ingresso o la loro uscita dalla contesa –, tutto si ripercuoteva su tutti, segnandone profondamente l’esistenza, rendendoli attori su un’unica scena, vittime di un unico flagello, protagonisti, sebbene involontari e riluttanti, appunto di un unico evento.

Dal diario di Giuseppe Manetti: gruppo familiare. In La guerra grande - Antonio Gibelli

Una cosa così, per un tempo tanto lungo – oltre quattro ininterrotti anni per l’Europa, oltre tre per l’Italia – non si era mai vista. Bisogna risalire alle guerre napoleoniche e a quella dei Trent’anni per trovare eventi bellici di così lunga durata e di simile portata, tanto determinanti per la vita degli europei: ma anche in quei casi nulla che assomigli alla dimensione, alla capillarità, all’estensione della prima guerra mondiale, come bastano a testimoniare le cifre della mobilitazione, che parlano di oltre settanta milioni di uomini coinvolti nelle nazioni impegnate nel conflitto. Se calcoliamo una media – del tutto ipotetica ma certo non eccessiva se si considerano gli standard demografici dell’epoca – di tre componenti a famiglia per ognuno di questi uomini, siamo oltre i duecento milioni tra uomini e donne direttamente toccati dall’evento, presi nelle maglie della sua rete, negli ingranaggi del suo meccanismo, nella coazione delle sue regole, nella sua capacità di determinare i destini individuali.

Milioni di Tedeschi – uomini, donne e bambini – patirono la fame per il blocco subito dagli imperi centrali, mentre milioni di donne contadine italiane sopportavano fatiche supplementari per tirare avanti le aziende domestiche; gli uni e gli altri per lo stesso motivo, legati a qualcosa che potremmo chiamare sorte comune. In molte parti d’Europa lontane e diverse fra loro, dalla Galizia austriaca (l’odierna Ucraina) al Friuli, dalle Fiandre al Trentino, in Istria e in Transilvania, nella regione della Somme e sul Carso, si potevano trovare schiere di uomini inquadrati e comandati con metodi simili, che si fronteggiavano stando rintanati in trincee, che si proteggevano dalle esplosioni delle artiglierie, che si lanciavano in assalti disperati dai quali in percentuali molto elevate non uscivano vivi, oppure che giacevano inerti in letti di ospedale o si ammassavano in campi di prigionia sopportando privazioni di ogni tipo. In molte città e paesi d’Europa lontani e diversi tra loro si disperdevano e si addensavano schiere di profughi o di internati – donne, bambini e vecchi – spostati a forza o dal corso degli eventi dalle loro case e dalle loro terre, costretti a vivere in baracche o in abitazioni di fortuna. In molte città e campagne si potevano vedere popolazioni occupate sottoposte alla prepotenza degli eserciti occupanti che umiliavano e vessavano i sottomessi, rapinavano le risorse, insidiavano e violentavano le donne. Tutto ciò aveva un nome solo, guerra mondiale, e tutti erano legati da quell’unico evento, conoscevano le stesse esperienze, raccontavano – quando erano in grado di farlo – e avrebbero ricordato più o meno le stesse cose. Tutti o quasi scrivevano lettere che testimoniavano del loro essere in vita, raccontavano i propri disagi, esprimevano le proprie speranze, una per tutte che la guerra finisse, ossia che quel potere misterioso e ineluttabile che muoveva le loro vite cessasse di avere effetto, che il corso delle cose tornasse ad essere quello di prima.

Pagine e frammenti di lettere di Demetrio D. alla moglie Agnese. In La guerra grande - Antonio Gibelli

Gli uomini e le donne di cui parla questo libro hanno una caratteristica: quella di non essere anonimi. Noi non parliamo dei circa quattro milioni di maschi italiani che fecero per tempi più o meno lunghi l’esperienza del fronte, ma di alcuni di loro, di cui conosciamo nomi e cognomi, il luogo di residenza, la condizione sociale e professionale, spesso anche la composizione della famiglia, le competenze alfabetiche, ed anche se uscirono vivi dal conflitto o se ne furono ingoiati. Non parliamo delle migliaia di volontarie della Croce Rossa che diedero assistenza ai feriti negli ospedali delle retrovie o dell’interno, ma di alcune di loro, di cui, anche in questo caso, conosciamo nomi e cognomi, età, luoghi e ospedali in cui prestarono la loro opera. Nell’un caso e nell’altro possiamo spingerci anche un po’ più in là, esplorare i loro sentimenti, i moti del loro animo, i loro dialoghi con i rispettivi interlocutori, siano essi le mogli per i mariti mobilitati o i pazienti assistiti per le infermiere.

Questa identificazione personale dentro le grandi masse anonime, questa esplorazione all’interno dei soggetti identificati sono rese possibili dall’esistenza di reperti documentari sulle cui tracce ci ha portato un metodo, ma che poi è stato il caso a farci incontrare: parlo del reticolo di parole scritte in forma di lettere e cartoline ma anche, come vedremo, di taccuini e quaderni di guerra, di diari e memorie, che si alzò allora dagli eventi, attraversò le esistenze, ricongiunse le separazioni, in altre parole ricoprì l’Europa in guerra facendo echeggiare sugli eventi stessi, sulla distruzione e sulla morte, sulla violenza e sulla sofferenza, le note del linguaggio umano, delle inquietudini e delle lamentazioni, delle gioie e delle disillusioni, degli avvicinamenti e degli allontanamenti, di questi milioni di esseri umani presi dall’unico vortice, o meglio dall’unica macchina della guerra. Quando abbiamo la possibilità di leggere le oltre trecento lettere che si scambiarono Vittore e Maria B., una coppia di contadini parmensi, lui mobilitato, lei a casa a seguire il lavoro dei campi, l’allevamento degli animali e l’educazione dei figli, noi siamo in condizione di evocare sulla scena della storia, precisamente sullo scenario della prima guerra mondiale, due protagonisti simili a tanti altri ma diversi da tutti gli altri, che ci dicono qualcosa di assolutamente unico e insieme di assolutamente ordinario sulla natura dell’evento. Gente comune dentro un evento fuori dal comune.

Pagine dell'album di dediche alla crocerossina Anna Lazzari. In La guerra grande - Antonio Gibelli

Per fare questo lavoro di scandaglio e di recupero dall’anonimato di gente comune ho attinto alle maggiori raccolte di scritture di guerra esistenti in Italia. Innanzitutto l’Archivio ligure della scrittura popolare (ALSP) di Genova che, malgrado la mia dimestichezza e immedesimazione nella sua struttura, mi ha riservato sorprese, mostrandomi le straordinarie ricchezze di un materiale accumulato nel tempo al di là di quanto ricordassi per averne seguito passo passo l’acquisizione. Molte delle storie raccontate in queste pagine, molti dei personaggi di cui delineo il profilo attingono ad altrettanti reperti conservati nell’ALSP, inediti e mai studiati da alcuno. Tra questi, l’epistolario di Demetrio D. e Agnese G., quello di Giovanni Panattaro, particolarmente consistenti per le dimensioni e rilevanti per la qualità della testimonianza, nonché il quaderno delle dediche dell’infermiera volontaria Anna Lazzari, esempio raro se non unico nel suo genere. In altri casi si tratta di vicende che avevo già presentato in varie occasioni ma su cui sono tornato, rivedendo i materiali a distanza di tanti anni con occhi diversi, resi più sensibili dall’affermarsi di nuovi orizzonti storiografici, ovvero ritrovando intatta la potenza delle suggestioni che già allora mi erano apparse: penso, per esempio, alle figure e ai testi sorprendenti di Carlo Verano, nella cui prosa insieme concitata e tormentata mi era parso di intravedere fin dai primi anni Novanta pagine di grande letteratura sulla guerra totale. Lo stesso vale per le pagine della memoria di Giovanni Pistone, un protagonista che ebbi la ventura di conoscere di persona. Anche per questo devo un ringraziamento speciale a tutti coloro che, alternandosi in oltre venticinque anni di lavoro, mi hanno coadiuvato nell’opera di raccolta e hanno contribuito a far crescere e a consolidare l’ALSP come struttura di conservazione documentaria e di ricerca.

Ho attinto poi al patrimonio di quello che resta il maggiore deposito archivistico di materiali autobiografici in Italia, l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. L’esplorazione dell’Archivio di Pieve e la scoperta dei suoi segreti sono state favorite dal mio essere parte, da una quindicina d’anni, della giuria che assegna ogni anno l’omonimo premio. [...] Tra gli altri, voglio menzionare la memoria di Ubaldo Baldinotti, di cui faccio largo uso in questo libro, e quella di Giuseppe Manetti, da cui rimasi affascinato per la singolare commistione tra saggezza contadina e ampiezza dell’orizzonte ideale, improntato a una sorta di umanesimo pacifista di stampo europeo. Sono perciò molto grato al compianto Saverio Tutino, che mi chiese molti anni fa di far parte della sua avventura, e a tutti i responsabili attuali dell’Archivio di Pieve che mi hanno sempre accolto generosamente offrendomi la possibilità di utilizzare le ricchezze documentarie accumulate.

Un altro punto di riferimento obbligato di queste ricerche rimane l’Archivio di scrittura popolare trentino. Una lunga amicizia mi lega a questa istituzione e a coloro che negli anni l’hanno costruita. Si tratta di studiosi che hanno dedicato a questa impresa una passione e una sensibilità straordinaria, facendo di essa uno dei centri motori italiani più significativi della ricerca sulle scritture di gente comune e in particolare sulle scritture di guerra. Trattandosi di un terreno ampiamente dissodato, il ricorso a figure e testi di area trentina è stato però relativamente modesto. Anche ai responsabili dell’istituzione trentina va comunque, collettivamente, il mio ringraziamento.

Quella che si narra nelle pagine di questo libro non è dunque la storia della guerra, ma la storia di questi singoli uomini e donne comuni, ricostruita grazie alle loro scritture, in senso lato, autobiografiche. E tuttavia noi sappiamo bene, perché lo abbiamo imparato in decenni di lavoro storiografico su documenti del genere, che la storia di questi individui non sarebbe intellegibile senza la storia dell’evento che prese e deviò le loro vite, delle sue dinamiche, delle sue logiche, delle sue tecnologie, delle sue procedure discorsive, logistiche, organizzative, della sua potenza plasmatrice. E, viceversa, che la storia di questo evento sarebbe molto più povera senza la storia delle loro vite. Delle loro e di altri come loro: sonde gettate nel cuore di una vicenda che ha marcato profondamente la storia dell’Europa e del mondo, reperti e tracce di una straordinaria movimentazione, di uno straordinario scuotimento delle esistenze quali furono quelli che presero forma negli anni fatali della guerra grande per antonomasia, tra il 1914 e il 1918.

Antonio Gibelli, La guerra grande. Storie di gente comune


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Antonio Gibelli insegna Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Genova. Fa parte del Comitato scientifico dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne (Somme), dell’Advisor Board di “1914-1918 online. International Encyclopedia of the First World War” e del Comitato scientifico per il Memoriale della Grande Guerra istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. È considerato uno dei massimi esperti di storia della prima guerra mondiale, alla quale ha contribuito con volumi di portata fortemente innovativa


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