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Enrico Camanni, Il fuoco e il gelo

Enrico Camanni, Il fuoco e il gelo - particolare della copertina

La guerra più assurda, nei posti più incantati
Enrico Camanni racconta la Grande Guerra in montagna

Il fuoco e il gelo

Leggendo le storie di vita e di guerra raccolte da Enrico Camanni in Il fuoco e il gelo. La Grande Guerra sulle montagne – crude e vere perché narrate dai protagonisti in prima persona attraverso le lettere e i diari – si scopre un mondo d’insospettata complessità e ricchezza. E di speciale umanità.

La Grande Guerra scaraventa sulle Alpi migliaia di uomini altrimenti destinati a una tranquilla vita di pianura. La guerra trascina il popolo contadino sulle montagne e lo obbliga a scoprire un mondo severo e ignoto, astrusa frontiera nel cuore dell’Europa rurale e industriale. I soldati si accorgono all’improvviso che tra l’Italia e l’Austria ci sono le montagne, che lassù passano i confini delle nazioni, che bisogna morire per delle rocce dove i ricchi andavano a divertirsi.

Si combatte una guerra assurda e nasce una retorica necessaria: gli alpini e la montagna. Serve a dare un senso al nonsenso, aiuta a sopravvivere. I valori di eroismo e altruismo legati al sacrificio dei soldati-alpinisti che si vanno a immolare sull’altare della Patria per difenderne i confini, la leggenda delle penne nere, il maschio gioco della battaglia, il cameratismo montanaro, gli stereotipi del fiasco di vino e del vecchio scarpone segneranno tre generazioni perché metà delle famiglie italiane perderà un padre, un marito, un figlio al fronte, o lo vedrà tornare invalido, oppure pazzo. Il mito dell’Alpe insanguinata conquisterà un ruolo indelebile nel Novecento e offuscherà il ricordo romantico dell’alpinismo dei pionieri. La Guerra Bianca sancisce il passaggio dal riserbo dei pochi alla partecipazione delle masse che, abilmente pilotate dai regimi, riprenderanno la strada delle vette in tempo di pace con i campeggi alpini, le escursioni popolari e i treni della neve.

La Guerra Bianca consacra una montagna tragica e austera, la Madre che non perdona i propri figli ma dona loro l’immortalità. A quell’immagine e a quella memoria il fascismo si appiglierà per fortificare la coscienza nazionale, lodando le gesta esemplari degli alpini-alpinisti. Pochi miti della storia moderna hanno impiegato tanto tempo a sbiadire e a perdere forza, senza mai abbandonarci del tutto, anche se si tratta di un racconto di sofferenza e morte (o forse proprio per quello), anche se è la cicatrice di un sacrificio che lasciò sui ghiacciai e sulle creste del fronte orientale una processione di ragazzi innocenti. «Perché le montagne li fioriscano di rose e fior», cantavano gli alpini per andare avanti.

In centottantamila non sono tornati dalle Alpi, e un terzo se li è presi la montagna stessa. Così l’Alpe omicida di antica memoria è diventata stragista e «assassina»


Camanni, il fuoco e il gelo - cartina del fronte alpino della Prima Guerra Mondiale



Antonio Dimai, una storia esemplare

L’unico vantaggio della guerra di montagna è che il fuoco sale sulle creste e risparmia i centri abitati. Nell’ombelico delle Dolomiti, gli austriaci hanno dovuto rinunciare alla conca di Cortina d’Ampezzo per arroccarsi pochi chilometri più a nord, sulla linea della vertigine che va da Cima Undici al Cristallo scavalcando le Tre Cime di Lavaredo. Sull’altro versante del Boite si sono arrampicati sulle Tofane, sul Lagazuoi e sulle Torri di Fanes. Campo libero in valle, così il 28 maggio 1915 le truppe italiane sono entrate in paese senza uno sparo. Dopo quattro giorni di guerra Cortina sventolava già una nuova bandiera.

La storia è sempre quella, sulle Dolomiti come allo Stelvio e al Tonale. Gli italiani vanno alla guerra convinti di cogliere lo straniero di sorpresa e scacciarlo rapidamente oltre confine – si sentono forti e padroni delle montagne, i generali del Bel Paese –, ma presto scoprono l’amara verità: hanno perso tempo e hanno sottovalutato le truppe imperiali. Non ci si aspettava un nemico così ben equipaggiato, e raffinato conoscitore delle Dolomiti, pronto a rispondere all’offensiva degli alpini dall’alto delle sue postazioni.

Il più stupito è proprio il nemico, come confermerà più tardi il comandante dei Deutsches Alpenkorps: «Al momento stesso della dichiarazione di guerra gli italiani sarebbero potuti penetrare da ogni parte con grandissima superiorità e impadronirsi praticamente di ciò che volevano. Noi ci aspettavamo solo questo, ed eravamo sempre più stupiti nel veder passare due e più settimane senza che si muovessero». E non è solo tempo perso da una parte, è anche tempo ben sfruttato dall’altra. Così il comando supremo austro-ungarico ha modo di studiare per bene le regole della guerra di montagna: chi arriva in cresta per primo di solito ci rimane, perché anche le pallottole rispondono alla forza di gravità. Dall’alto si colpisce meglio e si è meno vulnerabili. Con mentalità rigidamente teutonica, le truppe del Salisburghese, del Tirolo e del Vorarlberg sono state minuziosamente addestrate ai combattimenti in quota, e anche i tedeschi si sono affrettati a creare un corpo alpino speciale, il Deutsches Alpenkorps, con reparti bavaresi, prussiani e badensi. Dal giogo dello Stelvio al Passo di Monte Croce Carnico, quattrocento chilometri di creste sono stati presidiati dagli schützen (i tiratori) e dagli jäger (i cacciatori), tempestivamente annidati sopra i duemila metri anche per risparmiare ai villaggi e alle città del Tirolo le atrocità dei combattimenti.

Cortina è proprio al centro del cortocircuito, crocevia di lingue, dialetti e scambi culturali. Divisi tra vecchie appartenenze e nuove dominazioni, gli ampezzani si trovano d’un tratto nel cuore del ciclone. Sono lacerati: vedono famigliari sull’uno e sull’altro fronte, amici con la divisa del nemico, compagni e fratelli che si sparano addosso. A chi credere? Da che parte stare? In pochi giorni la guerra ha scardinato le identità dei montanari, imponendo leggi contronatura.

È esemplare la storia di Antonio Dimai, il primo salitore della Tofana da sud, che viene avvicinato dai carabinieri nell’agosto del 1915.

«Siete voi il signor Dimai detto Tone Deo
«Sì, sono io.»
«La guida alpina?»
«Sì.»
«Allora fate presto: seguiteci.»
Dimai porta il cavallo nella stalla e dice alla moglie che forse non rientrerà per il pranzo. Tanto c’è poco lavoro, pensa Tone, da quando gli hanno vietato di uscire con la falce e salire sui tetti con il fieno.
Lo scortano sulla piazza di Cortina, dove le truppe occupanti smistano le operazioni in una confusione di muli, cavalli e carri, armi e munizioni, ufficiali imperiosi e reclute disorientate. La piazza è piena come sempre nei giorni d’estate, ma i soldati hanno sostituito i turisti; portano anche loro zaini da montagna, ma hanno dimenticato le bottiglie di champagne.
«Ecco a voi il Dimai, signor ufficiale», dicono i due carabinieri.
L’ufficiale lo accoglie in modo sbrigativo e gli chiede senza tanti preamboli di guidare una pattuglia armata sulla Tofana di Rozes, per la parete più difficile.
«Abbiamo assoluto bisogno di raggiungere la cima dalla parete», spiega. «L’avete fatto in pace, potete rifarlo in guerra.»
Manca poco meno di un anno all’impresa di Gaspard e Vallepiana sul camino sud-ovest della Tofana, ma la parete, evidentemente, è già nei disegni dei comandi superiori. Se non si può aggirare la montagna bisogna prenderla di petto, suggerisce la logica elementare della guerra. Dimai risponde gentilmente che non può salire la parete con i soldati italiani: è troppo rischioso, ha il suo lavoro di guida e poi si considera un cittadino austriaco.
«Storie!», sbotta il graduato. «La voglio qui domattina alle nove.»
Dimai è uomo d’onore e alle nove in punto si ripresenta in paese.
«Allora, è pronta la nostra guida?», domanda l’ufficiale.
«Con tutto il rispetto, signore, io non guiderò i vostri alpini sulla Tofana.»
«Ma questa è diserzione!»
«Questa è la mia decisione.»
Lo ammanettano e lo rinchiudono nella prigione comunale, poi lo caricano su un autocarro e lo portano nel campo di internamento.
«Dove siamo?», chiede Dimai dopo due settimane di viaggio.
«Mazara del Vallo, sul mare di Sicilia!, caro il nostro montanaro.»



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