Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

«Leemage» e la fine del fotogiornalismo. Mario Dondero con Emanuele Giordana

Mario Dondero, Parigi, gli scrittori del Nouveau Roman, davanti alle Éditions de Minuit a Saint-Germain-de-Prés. Da sinistra: Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriac, l’editore Jérôme Lindon, Robert Pinget, Samuel Beckett, Nathalie Sarraute, Claude Ollier (16 ottobre 1959)

«Leemage» e la fine del fotogiornalismo
Mario Dondero con Emanuele Giordana

Lo scatto umano

Lo scatto umano è un viaggio nel cuore della più bella stagione del fotogiornalismo internazionale. Da Parigi a Londra, da New York a Roma, da Budapest a Mosca, da Kabul alle pianure della Cambogia, Mario Dondero svela le storie che stanno dietro le fotografie sue e di altri, il confronto con mostri sacri come Robert Capa, i grandi eventi del XX secolo, dalla guerra di Spagna alla Grande Depressione americana, dalla caduta del muro di Berlino alla guerra in Iraq. Nelle sue parole sottili, ironiche, appassionate, scopriamo chi sono stati i primi fotoreporter, i primi creatori di agenzie, le ferree regole del mercato e quello che impongono. Una storia ricca di persone e umanità.

Nel brano che vi proponiamo l'incontro con Stefano Bianchetti, direttore di «Leemage» (agenzia specializzata in illustrazioni storiche) è un'occasione per una riflessione sulla fine del fotogiornalismo così come lo conoscevamo.


Rue Maître Albert. La stradina del Quartiere Latino sale perpendicolarmente dalla Senna. Dal Marais, dove ci troviamo, la si raggiunge attraversando l’Île de la Cité su Quai de l’Archevêché e immergendosi in quel dedalo di viuzze che porta al cuore del 5e arrondissement, in quello che era il quartiere degli artisti, del maggio e dell’intellighenzia non solo parigina, dove Mario ha trascorso gran parte della sua vita. Passando sul Lungosenna, si vedono ancora le stesse bancarelle che costeggiavano il lungofiume: bouquinistes della rive gauche. Mario vi si fermava spesso, come lui stesso racconta a Simona Guerra ricordando l’arrivo in città: «Non ho neanche un franco in tasca però sono a Parigi, sul Pont des Arts». Poco più in là, c’è il suo bistrot, l’Old Navy di Boulevard Saint-Germain, che esiste ancora.

La sede di «Leemage», un’agenzia specializzata in illustrazioni storiche che vende a giornali ed editori scatti provenienti da banche internazionali di fotografia, musei e privati, è al 7 di Rue Maître Albert, al pianterreno di un bel palazzo con un giardino interno. Nei suoi archivi si trovano capolavori dalle antiche civiltà egiziane, greche e romane (archeologia), di epoca medievale (miniature, sculture), del Rinascimento (affreschi, dipinti, sculture), dell’età moderna (incisioni, primi lavori a stampa, arte satirica) e del XX secolo (fotografie). Ci lavora come ricercatrice Elisa, la figlia di Dondero; ma è tardi e in ufficio c’è solo Stefano Bianchetti che divide la direzione con la moglie, Hyun Joo. Con Stefano dovremmo parlare di agenzie, ma salta fuori molto di più. Finiamo a parlare dell’Italia, del mestiere del fotografo ma, soprattutto, del grande rischio che vada persa l’eredità del fotogiornalismo, che se ne perda la memoria.

Hyun Joo e Stefano Bianchetti, due stranieri a Parigi, hanno ideato e vinto una scommessa: resistere in un mercato dominato da grandi gruppi che, un po’ alla volta, si sono fagocitati le agenzie fotografiche. «Leemage» ha scelto una nicchia in cui proporre eccellenza su storia, arte, musica, letteratura. La fotografia fa la parte del leone, con scatti che documentano i tesori e la storia della civiltà, non solo europea. Vi si può trovare l’immagine di un vaso d’epoca Ming, un ritratto inedito di Napoleone o di Garibaldi, di un personaggio politico del dopoguerra tedesco o italiano.

Dietro questa agenzia c’è un enorme lavoro di ricerca. Spiega Bianchetti: «Quando acquisiamo un archivio, non ci limitiamo a metterlo in una cartella telematica. Guardiamo immagine per immagine e ne curiamo soprattutto la didascalia che, molto spesso, è di due o tre termini soltanto e che qualche volta è persino sbagliata oppure ignora, di un’immagine, la presenza di personaggi apparentemente secondari. In questo modo il nostro cliente, in automatico attraverso la password di accesso al sito, può scegliere la foto che gli serve più facilmente ma, soprattutto, può scovarne un aspetto inedito che altrimenti gli sarebbe sfuggito. La gran parte del lavoro è dunque la ricerca: minuziosa, con controlli incrociati. È solo così che una piccola agenzia può sopravvivere oggi che l’informatica offre tantissimi vantaggi ma anche grandi rischi, legati all’enorme diffusione in Rete di immagini visibili in tempo reale».

Chi non ce la fa a trovare la sua nicchia, chiude. Il fotogiornalismo come lo conoscevamo è messo in crisi dall’istantanea di un improvvisato reporter col telefonino, che batte tutti in velocità. Entrano in crisi i fotoreporter, entrano in crisi le agenzie, cedute, ricomprate, assemblate una con l’altra, così in Francia come altrove. L’esperienza di Bianchetti dimostra che una nuova forma di sopravvivenza è possibile anche per un’agenzia che non si chiami «Corbis» o «Getty» – che anzi sono suoi clienti – e anche per un fotoreporter che deve reinventarsi, come mille volte è accaduto nel mondo della fotografia, un’arte in continua evoluzione e la cui ultima grande rivoluzione è stata il digitale. Ma non è soltanto di questo che Bianchetti vuole parlare.

«Oggi gli archivi sono tutti digitali, un trasferimento di dati iniziato massicciamente nel 1998. Chiunque può farselo in casa, ma per un lavoro ben fatto servono scanner digitali sofisticati e costosi; apparecchiature delicate ma capaci di lavorare su grandi numeri e con risultati perfetti. Il problema è che oggi chi li produceva ha smesso di farli per il 24x36, il formato preferito dai fotografi dell’epoca d’oro del fotogiornalismo. Oggi si può scansionare senza problemi il 6x6 e i formati più grandi, ma non più il 24x36. O meglio: non lo si può più fare industrialmente con buona qualità e a costi competitivi. Se dovessi scansionare un’immagine per volta di certi miei archivi, dovrei dedicarci giornate intere. Ecco perché ormai le agenzie che tenevano in archivio migliaia di pellicole le restituiscono ai fotografi e chiedono loro materiale già digitalizzato».

Il problema, spiega il direttore di «Leemage», non è per chi fa fotografia già in digitale o per i fotografi che ancora usano l’analogico (come Mario Dondero) o che usano entrambi i sistemi. Il fotografo, a casa, è in grado di scansionare e digitalizzare gli scatti oppure può affidarli, in piccoli quantitativi, a un laboratorio: «In pericolo sono quei milioni di metri di pellicola, quelle centinaia di migliaia di scatti – cioè la nostra memoria storica – che rischiano di scomparire perché il loro proprietario non c’è più. Quei materiali non sono digitalizzati e dunque sono destinati a perdersi nel nulla. Certo, non sarà il caso di Doisneau o di Capa e nemmeno delle foto di Mario Dondero, ma quante migliaia di pellicole di fotografi più o meno noti sono in qualche scatolone e documentano magari cose importantissime?».

Del resto quella del supporto tecnico è una vecchia polemica, è la grande preoccupazione degli archivisti, si tratti di libri, foto, brani musicali. La tecnologia viaggia rapidissima e anche se la pellicola è un materiale resistente – ha una vita media mille volte superiore a quella di un cd o di un pc portatile – il problema che Bianchetti pone è reale. E non è l’unico.

«Riguarda il modo in cui si archivia. Per ragioni economiche oggi le scansioni si fanno soprattutto in India. Ma un indiano, con tutto il rispetto per il Paese, quanta conoscenza ha della cultura europea? Quanto gli interessa riprodurre più o meno fedelmente un’immagine? Spesso è un lavoro a tirar via, perché bisogna fare in fretta per rispettare le scadenze. E c’è di più: veniamo all’Europa. Molte aziende, con archivi importanti di immagini, hanno licenziato i vecchi archivisti che sapevano riconoscere alla sola vista l’impronta di questo o quell’autore, situarla in un contesto, ricordarsi il collegamento con un evento. Rimaniamo così con immagini che hanno didascalie tanto essenziali che richiedono un immenso lavoro di ricerca per dare loro una collocazione e una connotazione utili. Ci sono i mezzi per farlo?».

Risalendo verso il Marais resta un senso di amarezza. Poco importa se su ogni ponte della Senna, a qualsiasi ora del giorno o della notte, qualcuno fotografa e molti si baciano. Su uno dei tanti ponti sul fiume di Parigi c’è una lunga sequenza di lucchetti, mania che ha ormai invaso brutalmente tutte le transenne conosciute. Stringono un ferro gelido assieme alla promessa che sarà “per sempre”. La stessa illusione che si prova nel comperare l’ultima nata di una grande casa produttrice di macchine fotografiche. Dopodomani sarà già superata.


Mario Dondero con Emanuele Giordana,
Lo scatto umano
Viaggio del fotogiornalismo da Budapest a New York


__________________

Mario Dondero è uno dei grandi protagonisti della fotografia contemporanea. Ha documentato conflitti, lotte politiche e sindacali, la scena culturale, artistica e politica e i cambiamenti sociali dell’Italia e dell’Europa dal dopoguerra a oggi. Innumerevoli i suoi reportage, le pubblicazioni, le mostre italiane e internazionali, i premi attribuiti e i libri a lui dedicati.


*La foto di copertina è uno dei più famosi scatti di Mario Dondero: Parigi, gli scrittori del Nouveau Roman, davanti alle Éditions de Minuit a Saint-Germain-de-Prés. Da sinistra: Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriac, l’editore Jérôme Lindon, Robert Pinget, Samuel Beckett, Nathalie Sarraute, Claude Ollier (16 ottobre 1959)


{disqus}


Seguici in rete

facebook twitter youtube   
newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su