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Storie di grandi alberi con radici e qualche fronda narrate da Tiziano Fratus

Tiziano Fratus, L'Italia è un bosco (illustr. Emanuele Ragnisco)

Storie di grandi alberi con radici e qualche fronda
narrate da Tiziano Fratus

L'Italia è un bosco

Questo libro è un invito a fermarsi e a perdersi tra i tanti boschi e parchi d’Italia, a lasciarsi andare di fronte al vento forte, quando l’elettrostaticità dell’aria ti avvicina alle altre creature. È un invito a riconoscere altri tracciati rispetto a quelli urbani più consueti, e a ritrovarsi immobili di fronte all’urlo silenzioso di un cielo infuocato al tramonto, quando non sai come abbracciare tutto quel colore che brilla, che luccica, che sprigiona energia, che ti cattura e t’inchioda, che t’apre i polmoni e ti spalanca gli occhi... quel mare dove l’universo che conosciamo nasce e muore ogni santo giorno.

Tiziano Fratus, L'Italia è un bosco


A me piace sempre quando piove. Mi sembra di bere insieme agli alberi.
Francesco Biamonti

Tutti i miei libri sono nati, come le piante, da un seme: che non è mai un’idea, ma un sentimento, un legame con un ambiente e con uno o più personaggi.
Lalla Romano

Tiziano Fratus

Uno dei piaceri dell’esistenza è entrare in un bosco e riconoscere tutte le specie arboree. È come quando vai dal panettiere e chiami il pane col suo nome giusto, magari indicandolo con le dita, ma soprattutto anteponendo un articolo al sostantivo appropriato. Ti presenti, saluti e dici, rallentando, «U n – staccato – m u s i c h i e r e», con l’aria fra una lettera e l’altra. Sembra che la sai molto lunga quando lo dici, tutti in panetteria si voltano a guardarti. È lo stesso quando sei in un bosco, da solo o con qualcuno che ti chiede «Questo come si chiama?». Tu non soltanto lo sai e te lo confermi, mentalmente, ma lo dici ad alta voce, prima il nome comune, ad esempio platano, poi il nome latino, che fa sempre una gran bella figura: «Platano, Platanus x acerifolia».

Mi viene in mente un delizioso film americano visto da ragazzo, col personaggio interpretato da Robert De Niro che faceva la stessa cosa accompagnando in un parco il figlio della donna di cui s’era innamorato: prima il nome comune, quindi la nomenclatura binomiale in latino. Quercia rossa, Quercus rubra. Ippocastano, Aesculus hippocastanum. Robinia, Robinia pseudoacacia. Larice, Larix decidua. Corbezzolo, Arbutus unedo. Come ho scritto in una poesia, anni fa: «C’è una bellezza / da inizio del mondo / nel mettere ordine in cose / che non ti appartengono».

Amo gli alberi e i boschi, li cerco, li attraverso, mi immergo e mi ci perdo. Eppure non ci andrei mai a vivere, solo, reietto ad un’idea del mondo civile, in cerca d’imitazione di azioni fatte da altri, per quanto mitici, scrittori o filosofi o semplicemente umani feriti e addolorati. Preferisco la mia piccola salvezza portatile qui dove la pianura padana si consuma negli ultimi metri e le Alpi metton giù le radici, dove le mani si bucano nella terra dell’orto o mi spargono punte di sangue in bocca. Vengo da un mondo di uomini dove sono nato e in questo mondo mi consumerò, anche se nel sangue allevo abeti e coni di sequoia.

In una lettera del 24 febbraio 1969 Bruce Chatwin descrive la figura del nomade: «Il nomade rinuncia; medita in solitudine, abbandona i rituali collettivi e non si cura dei procedimenti razionali dell’istruzione e della cultura: è un uomo di fede». Ho passato non poche ore su queste parole, come mi è capitato già in precedenza leggendo la splendida prosa di Chatwin nei suoi libri di viaggio, In Patagonia (1977), Le Vie dei Canti (1987), Anatomia dell’irrequietezza (1997), anche il romanzo Sulla collina nera (1982). Il nomade oggi. I miei periodi di nomadismo sono concentrati, e ancora abbisognano di alcuni punti fermi, di mezze vie, mezze strade, mezze case dove riposare la notte e saper di tornare. E di mezza macchina da scrivere (oggi si chiama computer) per registrare e rielaborare ciò che ho visto, toccato, annusato e pensato. Nella mia esistenza le rinunce sono state il pane quotidiano, anche se il mio corpo non parrebbe testimoniarlo. Ho dismesso parentele prossime sanguigne, ho dismesso l’istruzione avendo rifiutato di proseguire gli studi universitari, ho dismesso partiti politici e aderenze varie; sono un uomo che attraversa il paesaggio alla ricerca di connessioni spirituali. Ma alla domanda «sei un uomo di fede?» non saprei rispondere.

[...]

Mio padre era falegname. Sono cresciuto con addosso l’odore del legno lavorato. Per alcuni anni ha gestito una falegnameria con diversi operai. Ricordo quando la mattina il silenzio veniva infranto dall’accensione delle macchine, ricordo le seghe circolari, ricordo le divise blu sempre sporche di trucioli, ricordo le matite rosse per segnare i punti dove tagliare, ricordo le pialle che venivano spinte con forza, lo stanzone dove le assi delle porte e delle finestre venivano incollate a vinavil, ricordo gli odori acri, il fracasso incessante, le montagne di trucioli sulle quali mi arrampicavo col mio cane e ci si rotolava di sotto. Con gli animali ho sempre avuto un rapporto speciale, forse migliore che con gli esseri umani. Quel cane, Briciola, veniva ad aspettarmi alla fermata dell’autobus quando rincasavo da scuola.

Ho il rimorso di non aver appreso i rudimenti del mestiere da mio padre, anche se si tratta d’un sentimento che si smorza quando penso alle mani dei miei: mia madre perse due falangi lavorando in falegnameria, mio padre, costruendo cucine quando ci siamo trasferiti nell’Acquese, quasi tutta una mano. Sono lavori rischiosi, una volta le persone bastava guardarle con un minimo d’attenzione per capire che lavoro facessero e chi lavorava col legno perdeva dita e mani con una certa frequenza. In California sono stato ospite di un pescatore della mia età, Nicholas, come là ancora ne esistono; mi diceva che aveva lavorato anche come tagliaboschi, ma poi era tornato a solcare l’oceano, diceva che quello era un lavoro nel quale si muore in un attimo, in uno schiocco di dita.

Oggi si fa tanta filosofia sul ritorno alla terra e sulla poeticità del lavorare la terra, ma chi ne parla non ha mai dovuto piegare la schiena, non sa quanta fatica e quanti sacrifici si devono fare per avere un raccolto dignitoso. È uno dei tarli della nostra epoca, che l’università e certe scuole formino all’idea che la terra sia diversa da quel che è. Coltivare vigne non vuol dire soltanto brindare con un bicchiere luccicante alzando il mignolo, coltivare mele e frutta non vuol dire soltanto fare mostre sulla biodiversità perduta, lavorare nei boschi non è soltanto chiudere gli occhi e inspirare il profumo delle muffe. Al contrario, la terra è stata sempre e sarà sempre una gran fatica, a suo modo una schiavitù: ecco perché quando l’Italia era un paese di contadini si faceva la fila per abbandonare la campagna ed entrare in fabbrica, non immaginando, forse, di doversi adattare ad un’altra schiavitù in catena di montaggio. Ma certe affermazioni non si possono più fare, viviamo nell’obbligo d’essere ottimisti, incoscienti e un po’ imbranati.

Il bosco è un universo di significati, di citazioni, d’immagini, di sensazioni e di ricordi. È una delle parole più presenti nell’esistenza di tanti. Ma di quale bosco si parla? Del bosco incontaminato, la vecchia e buona selva nera e scura dal sapore medievaleggiante? Oppure del bosco ordinato e antropizzato, ciclicamente ripulito dall’azione forestale, dall’educazione prepotente imposta dalle manere e dalla motosega? Si tratta del bosco fruttifero, produttivo, dei castagneti di collina o dei pioppeti di pianura? O, ancora, del bosco che ci siamo reinventati a pochi balzi dalla soglia di casa, intorno alle ville e ai castelli, alle residenze di campagna e nei parchi pubblici delle città? Si tratta del bosco scientifico, l’orto botanico, nato per produrre medicine e oggi enclave di biodiversità e di ricercatori saccenti? A ben guardare inciampiamo spesso nelle geometrie d’un bosco, anche quando viviamo nelle più grandi città, nonostante l’espansione a macchia d’olio del cemento e della periferia infinita fatta di capannoni e piazzali. Ma al fondo del sentiero mi chiedo: perché cerchiamo con questa insistenza il bosco? Non sarà come quella canzone dei Cure, A Forest, che recita «Mi sono perso nella foresta / tutto solo / la ragazza non c’è mai stata / è sempre lo stesso / sto correndo verso il nulla / ancora e ancora e ancora»?

cartina allegata a "L'Italia è un bosco" di Tiziano Fratus

Come stanno i nostri boschi? Sono in crescita come conferma l’Inventario dei forestali o si tratta semplicemente dell’ennesimo segnale dello spopolamento delle campagne? Quel mondo di stretta interconnessione fra alberi e uomini, che nella nostra letteratura hanno cantato Carlo Cassola, Mario Rigoni Stern, Francesco Biamonti, Mauro Corona, Erri De Luca, è oramai un ricordo e nostalgia o c’è ancora la possibilità che ritorni? E poi, il bosco, quel luogo oscuro e selvaggio che immaginiamo, dentro di noi, nella nostra vita, a cui associamo simboli e visioni, sogni e incubi, libertà e paure, cos’è? Come lo possiamo definire? Quanti boschi esistono? C’è differenza fra un bosco di cirmoli a 2000 metri sulle cime delle Alpi, una faggeta a 800 sui crinali dell’Appennino, un castagneto sui colli modenesi o un uliveto nel Salento? Sono tutti boschi?

Forse bisognerebbe prendersi una giornata di tempo e allungare il passo fino agli altopiani dove Elzéard Bouffier, il pastore di Jean Giono (1895-1970), ha piantato le ghiande a terra e sentire dalla sua voce che cosa ha da dire, lui che quel mondo non l’ha mai abbandonato. O raggiungere in primavera le campagne di Yoshino e ammirare insieme al poeta e viaggiatore Matsuo Bash? (1644-1694) la fioritura dei ciliegi, camminare sotto le fronde grondanti di petali bianchi, come neve che non bagna. O ancora calare nei boschi delle Foreste Casentinesi, fin su all’Eremo di Camaldoli e interrogare san Romualdo (951-1027), muovendoci a piccoli passi per non disturbare (non troppo) la sua meditazione solitaria e aspettare con lui il battesimo del tramonto, mentre le ultime foglie di betulla si staccano dai rami e cadono a terra, in attesa dei primi fiocchi di neve. «Siedi nella tua cella come in paradiso; scaccia dalla memoria il mondo intero e gettalo dietro le spalle, vigila sui tuoi pensieri come il buon pescatore vigila sui pesci», dice la «piccola regola» a cui si votano i camaldolesi.

Oggi che i boschi hanno smesso di vestirci, di nutrirci, di proteggerci, sono diventati palestre dell’anima, è qui che possiamo venire ad alleggerirci, a sgrassare via il nero, l’ossessione, la furia. Provare davvero a vigilare sui nostri pensieri come un pescatore vigila sui pesci di cui si nutrirà.

In Italia s’aggirano silenziosi veri e propri cercatori d’alberi: guardano, annuiscono, misurano, documentano, fotografano, tracciano, pensano, catalogano. Sognano e realizzano nuovi strumenti per amare il paese, tracciano percorsi botanici che illuminano il paesaggio: avvicinano il passato al futuro. La conoscenza botanica non è una forma di sapere scientifico, nozionistico; è innanzitutto un sapere artistico: significa avvicinarsi al disegno di Dio o a quello dello spirito della Madre Terra, a seconda della fede che uno custodisce e coltiva; saper riconoscere una specie, attribuire un nome preciso, distinguere le forme e i colori delle foglie, le geometrie dei semi e dei fiori, le architetture dei tronchi e le manifestazioni grottesche dei grandi alberi antichi. Non è mera scienza: è arte, è poesia, è letteratura!

In Italia esistono persone che camminano, attraversano intere regioni a piedi. Producono un ampio e articolato racconto dei luoghi e delle memorie, proprio come gli aborigeni australiani che per millenni hanno percorso il paesaggio australe lungo le vie del Sogno, come ha cristallizzato su carta Bruce Chatwin nel suo ristampatissimo The Songlines (1987, Le Vie dei Canti). Nel corso degli ultimi anni sono sorte molte iniziative, come il Festival della Viandanza a Monteriggioni nel Senese, il Festival del Camminare in Val Cornia, il Festival dei Camminatori a Bergolo nel Cuneese, Libri in Cammino in Val Grande nel Verbano, il Festival del Camminare a Bolzano, e molti altri.

[...]

Viviamo in un’epoca di ritorno ai boschi, alla campagna, alla natura. C’è un ritorno al limite del religioso, che ci riavvicina a ciò che mille anni fa cercavano gli eremiti come Romualdo, e che hanno via via ricercato e ritrovato i camaldolesi, i francescani, i luterani. Lo testimoniano il grande successo della storia del giovane Chris McCandless descritta magistralmente da Jon Krakauer nel bestseller Into the Wild (da molti conosciuto più per l’altrettanto adorabile film diretto da Sean Penn, con le musiche originali di Eddie Vedder), l’affermazione del viaggiatore francese Sylvain Tesson che ha trascorso sei mesi in una baita sul lago Bajkal scrivendo uno dei più lucenti libri sul rapporto uomo-natura, Nelle foreste siberiane, da cui traggo una citazione che mi ha parecchio divertito: «Il tempo non passa mai quando si ha a disposizione solo Hegel per affrontare un pomeriggio di neve». E Robert MacFarlane, autore di diversi libri, quali Luoghi selvaggi e Le antiche vie, britannico erede di Bruce Chatwin e amico personale di Roger Deakin, altra figura fondamentale per chi cerca anche nei libri frammenti frondosi e nuove radici da abitare (Diario d’acquaNel cuore della foresta).

Mi chiedo però quanto ci sia d’autentico in questa moda. La mia biblioteca trabocca di libri a tema, sulla voglia matta di tornare agli elementi, di assaporare il nerbo di un’esistenza naturale. Secondo alcuni, lo stacco netto non è mai esistito, come comprovano certe esperienze estreme o singolari in uomini quali Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, Jean-Jacques Rousseau, Wolfgang Goethe ed altri. Comunque c’è chi lo fa da esteta, chi da filosofo, chi da professore, chi da giardiniere in pensione, chi da fotografo, chi da scrittore che si è stancato d’inventare personaggi nella sua testa e riscopre l’invenzione del mondo che sta fuori le mura, letteratura anche quella, e di specie antichissima.

Sto covando l’idea che spesso si tratta di natura “in prestito”: la tagliamo su misura, striscioline composte e ordinate che poi depositiamo con cautela su un tavolo trasparente, in accordo con le attuali categorie sociali e filosofiche, ma fors’anche più estetiche e comunicative. Così parliamo di ritrovare noi stessi in un bosco o lungo interminabili cammini tra valli e vette e ci schieriamo compatti contro la caccia, esultiamo per il ritorno del lupo e deprechiamo quei contadini ignoranti e pidocchiosi che si lamentano per la perdita di quattro pecore.

La nostra è una natura addomesticata, da cartolina, che ci serve più di quello che realmente sta là fuori. È tanto semplice capire che nei nostri passi non siamo l’inizio e non siamo la fine di niente: è una constatazione facile da fare frequentando la natura, immergendosi in quel che chiamiamo natura. L’umiltà che ne dovrebbe derivare spesso collide con l’esaltazione dell’ego, che invece oggi la fa un po’ da padrona ovunque: lo si vede nelle persone eminenti, un’intera generazione di anziani che oggi non si schiodano, convinti che senza di loro il mondo non accadrebbe; ma ci sono dentro anche persone della mia generazione, i quarantenni, che per una tara manifesta mirano a replicare l’India pregandiana, quella delle caste, delle élites, e non appena ne hanno l’occasione si trincerano, si elevano, disprezzano coloro che non sono arrivati dove sono arrivati (se lo sono, poi) loro. E così noi che leggiamo, noi che solchiamo la realtà più nei libri che sulla terraferma, filosofeggiamo, e ahimè vogliamo insegnare le leggi della terra a chi in mezzo alla terra c’è sempre rimasto, siano essi agricoltori, artigiani, boscaioli, cacciatori, pastori e così via.

Mentre termino di scrivere questa introduzione lascio che lo sguardo ‘scoiattoli’ fuori dalla finestra, lo lascio migrare dove vuole, e quello si va a depositare sulla cima degli alberi spogli che popolano il bosco, sulla collina di fronte a casa mia. È pieno inverno, fa freddo e la terra è scura e ferma. La nebbia è sospesa sopra il bosco, nasconde molte fronde e ne guasta le geometrie. Per un attimo la mente toglie luce agli occhi e riaccende il ricordo della nebbia che la scorsa estate vedevo correre sulle verdi foreste di sequoia costale, in California. Nebbie di corsa, quelle smosse dai venti del Pacifico. Questa invece è una nebbia che ristagna, quasi intendesse solidificarsi. Avrei quasi voglia di mettermi gli scarponi e di partire, se si potesse attraversare questo pezzo di paesaggio, per andare a fissare quei tronchi dal basso, scorgendo magari il volo d’un merlo o di un cuculo. Amo perdermi in un bosco.

Tiziano Fratus, L'Italia è un bosco

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Viaggiando in Europa, Asia e Nord America Tiziano Fratus (Bergamo, 1975) ha coniato i concetti di ‘Homo Radix’ e ‘alberografia’ che hanno dato vita a una quindicina di libri, mostre fotografiche, itinerari disegnati in varie città e regioni, oltre alla rubrica “Il cercatore d’alberi” sulle colonne del quotidiano “La Stampa”. Fra i suoi precedenti libri si ricordano Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli), Il sussurro degli alberi (Ediciclo) e l’illustrato per bambini Ci vuole un albero (Araba Fenice). Ampia è anche la sua produzione in versi, con traduzioni in otto lingue; fra le sue raccolte la più recente è Un quaderno di radici e foglie. Conduce passeggiate alla scoperta dei grandi alberi. ww.homoradix.com


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