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Rete, servizi e l'inganno del #tuttogratis

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Rete, servizi e l'inganno del #tuttogratis
di Ippolita

“La Rete è libera e democratica” Falso!

Rete aperta non significa Rete libera, perché ha i suoi pochi, potentissimi padroni. Pubblicare in Rete non significa rendere pubblico. La libertà non è gratuita, costa cara. Rete libera e democratica? E dove stanno i dati dei cittadini? Nelle mani di chi? Per cosa vengono usati? E come si può invertire la tendenza alla delega tecnocratica?
Ecco come il collettivo Ippolita in "La Rete è libera e democratica" Falso! prova ad abbattere gli idola che circondano la Rete con argomenti ontologici, epistemiologici e storico-geopolitici. Per esempio quello della trasparenza totale.

La disonestà della trasparenza totale

Come guadagna Google? Più in generale, come è possibile che tutti i servizi della Rete (ovvero del Web 2.0), Facebook e Twitt­er, LinkedIn e WhatsApp, G+ e Skype, tutte le miriadi di giochi e applicazioni, siano gratui­ti? Tale è la promessa della democrazia senza sforzo, della libertà a costo zero, o meglio esentasse (per i padroni digitali).

La moneta con cui paghiamo il prezzo di tutto ciò siamo noi, sono i nostri percorsi, le nostre esplorazioni, la nostra unica e inimitabile impronta digitale, e Google ha anticipato i tempi fornendo un nuovo modello di business che sta cambiando le aziende produttrici portandole a realizzare «prodotti di massa personalizzati». Oggi chi vuole fare profitto si adegua rapidamente.

I servizi che usiamo li paghiamo con qualcosa di più prezioso del denaro: le nostre informazioni personali e quelle dei nostri amici. Ogni volta che utilizziamo i servizi 2.0, così come tutte le altre dozzine di applicazioni collegate, in ognuno di quei momenti stiamo regalando informazioni su noi stessi. Questa pratica si chiama profilazione e ufficialmente viene usata per proporci pubblicità mirate. Se siamo terroristi, pericolosi per la democrazia e la libertà, vengono fornite alle agenzie che ne fanno richiesta, ma intanto ogni nostro movimento viene registrato e il dossier digitale di ciascuno di noi cresce a dismisura.

Noi non abbiamo alcun controllo su quei dati, non sappiamo nemmeno come vengano gestiti ed è curioso che ci si preoccupi tanto del controllo esercitato da parte dello Stato e delle sue agenzie, a partire da quelle fiscali, e così poco del controllo applicato dai nuovi padroni digitali. Il nitore «googliano», così come la trasparenza relazionale che Facebook propone e impone, fa da contrasto al completo occultamento dei sistemi tecnici e dei dispositivi economici.

La trasparenza totale, propagandata come stile di vita onesto, è una trasparenza del nulla, poiché chi è responsabile del servizio si sottrae a qualsiasi confronto. Provate a chiedere conto a Facebook di come tratta i vostri dati; provate a chiedere a PayPal perché vi ha bloccato il conto. Se siete abbastanza influenti è possibile che vi rispondano, ma non prima di avervi fatto firmare un apposito Non-disclosure agreement (Accordo di riservatezza): la trasparenza vale per la massa, non per i sistemi di potere, e l’ingegneria sociale sottesa alla piattaforma rimarrà dissimulata, negata, materia per la tecnocrazia.

Questa vigilanza costante sui flussi digitali in tutto il globo fa girare parecchio denaro. L’industria dei meta-dati e del profiling legato alle tecniche di data mining è tutto ciò che non riguarda il dato in sé, ma il complesso delle informazioni che vi ruotano attorno: chi, dove, in relazione a cosa, in quale stato emotivo.

Oggi si parla di Big Data come del nuovo filone aurifero dell’economia informatica: questo tipo di mercato fa affidamento sull’inconsapevolezza dell’utente, sulla leggerezza con la quale espone le sue informazioni personali, sull’entusiasmo con cui le fa circolare insieme a quelle di coloro che lo circondano, mentre è diventato urgente elaborare una visione complessiva, trasversale, critica, e bisogna insistere sulle pratiche di autoformazione e autodifesa digitale.

Internet non si sta espandendo e arricchendo; Google non sta rendendo il mondo più democratico; Facebook non ci sta rendendo migliori; Apple non ci sta facendo diventare creativi; Amazon non sta ampliando la nostra possibilità di scelta; Twitter non è il nostro orecchio sulle rivoluzioni in corso. Ci sono solo un pugno di protagonisti, i nuovi padroni digitali appunto, i grandi mediatori informazionali, che ricombinano lo spazio in sotto-reti comunitarie sempre più omogenee.

I preziosi meta-dati foraggiano una fetta notevole dei mercati finanziari. Mentre in tutto il mondo infuria la più virulenta crisi economica dopo la Grande Depressione, l’andamento complessivo dei titoli borsistici di natura tecnologica (riassunti dall’indice Nasdaq) è decisamente al rialzo: è dal crollo del 2009 (comunque di portata minore rispetto a quello delle dot com avvenuto nell’aprile del 2000) che la crescita procede senza sosta. Solo i beni di lusso hanno conosciuto una crisi più blanda.

Non è difficile intuire come, una volta costruite le infrastrutture, sia possibile dirigere in maniera eterogenea le masse, instillando desideri indotti (un nuovo iPhone quando non abbiamo ancora finito di pagare quello vecchio), stimolando a fornire sempre più informazioni (il tuo numero di cellulare per accedere «con maggior sicurezza» al tuo account) e così via...

Così facendo si ottiene una vera e propria «formazione a distanza» all’utilizzo di sempre nuove piattaforme e dispositivi: è la nuova Paidèia Commerciale nella quale impariamo a essere cittadini-consumatori. Tale formazione è permanente grazie alla perenne prossimità dei dispositivi: chi dorme con lo smartphone vicino? Chi si disconnette mentre è impegnato in attività ludiche, o persino sessuali?

Nulla di nuovo per chi conosce la pervasività del bio-potere, anche se le modalità con cui la creazione spontanea di senso viene convogliata e messa in produzione sono sempre più sofisticate. Ma il mondo di Internet non è solo messa a profitto della libido, non è uno spazio-tempo consacrato solo al dio denaro, ci sono un sacco di altre cose. Sta a noi cercarle.

[...] Ci vuole un cambio di mentalità, nuovi approcci etici ed estetici, magari a cominciare dall’uso del buon vecchio software libero, che non è la panacea d’ogni male, ma un ottimo inizio.


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Ippolita è un gruppo di ricerca interdisciplinare attivo dal 2005. Conduce una riflessione a 360 gradi sulle ‘tecnologie del dominio’ e i loro effetti sociali. Pratica scritture conviviali in testi a circolazione trasversale, dal sottobosco delle comunità hacker alle aule universitarie. Tra i saggi pubblicati: Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale(Elèuthera 2005); Luci e ombre di Google (Feltrinelli 2007, tradotto in francese, spagnolo e inglese); Nell’acquario di Facebook (Ledizioni 2013, tradotto in francese, spagnolo e inglese). Ippolita tiene formazioni teorico-pratiche di autodifesa digitale e validazione delle fonti online per accademici, giornalisti, gruppi di affinità, persone curiose.
http://ippolita.net



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