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Non c'è alternativa? Salvatore Veca ci spiega perché è falso

Salvatore Veca,

Non c'è alternativa?
Salvatore Veca ci spiega perché è falso

“Non c'è alternativa” Falso!

Sembra che il mantra del "non c’è alternativa" sia destinato a dominare i nostri modi di pensare, nota Salvatore Veca in “Non c'è alternativa” Falso!, nuovo volume della collana Idòla. Non c’è alternativa alle politiche di austerità, al giudizio dei mercati, alla resa al capitale finanziario globale, alla crescita delle ineguaglianze. Non c’è alternativa alla dissipazione dei nostri diritti e delle nostre opportunità di cittadinanza democratica. In nome di un realismo ipocrita, la dittatura del presente scippa il senso della possibilità e riduce lo spazio dell’immaginazione politica e morale. L’esito è un impressionante aumento della sofferenza sociale. Abbiamo un disperato bisogno di idee nuove e audaci, che siano frutto dell’immaginazione politica e morale. Che non siano confinate allo spazio dei mezzi e chiamino in causa i nostri fini.

Robert Musil, nelle prime pagine de L’uomo senza qualità: «Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità».

L’esplorazione di possibilità alternative ha luogo in uno spazio i cui confini sono vincolati dal postulato del senso di realtà. Per questo, abbiamo bisogno di esercizi di immaginazione politica e morale, che chiamino in causa istituzioni, pratiche sociali, scelte collettive, prendendo sul serio, al tempo stesso, il senso della realtà e il senso della possibilità. Anche l’immaginazione al potere ha il suo limite e il nostro modellare possibilità alternative ha il carattere di un ideale o di un’utopia situata e realistica.

Tony Judt, nel libro che è il suo appassionato testamento, Guasto è il mondo: «Per convincere gli altri che qualcosa è giusto o sbagliato ci serve un linguaggio dei fini, non un linguaggio dei mezzi».

L’invito all’immaginazione politica e morale ci induce a mettere a fuoco la questione dei fini e non soltanto quella dei mezzi. Nella trappola di una crisi sistemica e persistente, sembra che le grandi risorse intellettuali, da un lato, e il dibattito pubblico, dall’altro, siano incentrati sulla proposta e sulla selezione a breve termine di mezzi alternativi, sulla base di criteri e di opzioni differenti o apparentemente tali. Tutto ciò, come vedremo, a fini dati e non discussi. A fini dati e sottratti alla controversia, all’inchiesta, alla critica e al dibattito pubblico. Come se i fini fossero inchiodati alla condizione della necessità e della inevitabilità.

Mi chiedo: mezzi per uscire dalla crisi e per fare che cosa? Per riprendere il vecchio giro? Per continuare con le stesse regole, esplicite o soprattutto opache, della crescita illusoria e del gioco sociale al massacro, alla perdita e alla dissipazione dei fondamentali della convivenza democratica e civile? Il punto è che noi abbiamo semplicemente perso di vista lo spazio dei fini. Ma è in questo spazio che si definiscono i lineamenti essenziali, i tratti di modi di convivere, di assetti di istituzioni, di pratiche sociali che coincidono con un progetto, con più progetti. Che rispondono alla domanda essenziale: quale idea di futuro è degna di lode, e perché? Per quali ragioni, per quali motivazioni? Di nuovo, per quali scopi collettivi e per quale disegno sociale?

Conosco l’obiezione. Non c’è più ombra di futuro sul nostro presente. Intrappolati sistematicamente e alle prese con una specie di dilemma del prigioniero persistente, abbiamo dimenticato la differenza fra una singola partita e un torneo. Abbiamo dimenticato la differenza essenziale che dipende dalla ripetizione o, come si dice nel gergo della teoria dei giochi, dalla iterazione del dilemma in una serie di partite fra giocatori nel tempo. È l’iterazione che, estendendo l’ombra del futuro sul presente, può consentire giochi di reciprocità. In questo senso preciso, l’esperienza inversa della contrazione dell’ombra del futuro fa sì che gli esiti delle nostre scelte siano destinati inesorabilmente a sprecare la risorsa della razionalità collettiva e ci inducano a strategie che risultano individualmente convenienti e sono di fatto socialmente e collettivamente fallimentari.

Il futuro non è più quello di una volta, per dirla con Paul Valéry e i suoi eredi creativi che hanno cominciato a scriverlo da un po’ di anni sui muri delle nostre città. È in questo senso che noi siamo come inchiodati e asserviti alla dittatura del presente. Un presente in cui quasi ciascuno di noi, fatto salvo l’1%, ha la percezione di avere solo da perdere. Non c’è alternativa. Lo spazio del possibile è contratto e come dissolto. La densità e la rigidità dei vincoli sono tali che non abbiamo più risorse né intellettuali, né morali, né motivazionali per prenderci per mano e ragionare insieme su forme più decenti di convivenza. Scippati del senso della possibilità e inchiodati nella trappola della falsa necessità, noi abbiamo perso fiducia. Non abbiamo futuro e abbiamo dimenticato o rimosso il passato.

In parole povere: non c’è alcuno spazio per esercizi di immaginazione e di visione politica. Il mio invito all’immaginazione politica, morale e sociale si basa sulla convinzione che l’idea che non vi sia alternativa dipenda dall’ignavia, quando non dall’ipocrisia cognitiva. La necessità è molto spesso l’esito della mancanza di fantasia, come accade nella scienza, nell’arte, nella ricerca della verità e nell’indagine sulle cose politiche e sociali. L’invito all’immaginazione politica prende le mosse dallo smascheramento e dal sospetto critico e illuministico nei confronti della falsa necessità. Prende le mosse dalla voglia di verità e veridicità. E di giustizia.

Mi rendo conto che la falsa necessità è anch’essa uno degli esiti devastanti della lunga crisi. A volte si può avere la sensazione che siamo come intrappolati con le nostre menti in una gabbia invisibile, in un paesaggio i cui tratti hanno una certa inesorabilità. L’inesorabilità delle cose naturali. Le cose naturali sono quelle che sono come sono e, quindi, devono essere così come sono, né possono essere altrimenti. Siamo un po’ come i due giovani pesci della storiella di David Foster Wallace, su cui ha richiamato l’attenzione Nuccio Ordine nel suo appassionato manifesto L’utilità dell’inutile: «Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto, e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?». La pressione della falsa necessità sui nostri modi di pensare ha come effetto quello della storiella dei giovani pesci e del pesce anziano. E il succo della storiella è che «le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere». La realtà più ovvia per gli intrappolati nella crisi sembra quella incentrata sulla credenza thatcheriana per cui «non c’è alternativa».

Ma questa credenza non può essere un alibi per mollare e per rinunciare al senso musiliano delle possibilità. Perché, come cercherò di mostrare, è semplicemente falso che non vi sia alternativa. Non è vero oggi, come non è stato vero ieri. A fortiori, non lo sarà domani.


Salvatore Veca, “Non c'è alternativa” Falso!

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Salvatore Veca insegna Filosofia politica all'Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia.


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