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I padroni dei libri. Il controllo sulla stampa nella prima età moderna

Mario Infelise, I padroni dei libri. Il controllo sulla stampa nella prima età moderna (Part. copertina)
I padroni dei libri
Il controllo sulla stampa nella prima età moderna
Mario Infelise

I padroni dei libri

Non esiste potere privo di una propria politica dell’informazione. La considerazione è tanto più vera da quando l’invenzione della stampa ha trasformato i sistemi di comunicazione in Europa. Tra XVI e XVII secolo, la diffusione del libro, la crescita della lettura e della scrittura in tutti gli strati sociali e l’affermazione delle lingue nazionali posero le basi per un diverso rapporto tra poteri e società. I tempi divennero maturi perché anche i sovrani entrassero in gioco con decisione, provando a far valere i propri punti di vista, talvolta in netto contrasto con quelli della Chiesa che in tale campo rivendicava il diritto alla supremazia.
In I padroni dei libri, Mario Infelise parte dalle vicende individuali degli uomini che ebbero a che fare con il mondo della stampa e del suo controllo: i governanti, i loro funzionari, le gerarchie ecclesiastiche da un lato e gli scrittori, gli editori, i librai dall’altro. Le motivazioni alla base delle ansie di controllo degli uni e le aspirazioni alla libertà di espressione degli altri sono tutte legate a doppio filo all’evoluzione delle tecnologie della comunicazione.
Il fulcro è sulla Venezia tra ’500 e ’600, quando la città costituiva uno dei centri europei della produzione del libro, alimentando una fama di isola di libertà di espressione soprattutto nei confronti dell’autorità ecclesiastica


Niuna cosa rende maggior maraviglia a chi considera la conversazione degl’Italiani che l’osservare questa nazione, accorta, sagace, sottile in tutte le cose, non facile ad assentire senza ragione, esser nondimeno nelle cose della religione tanto trascurata, che non curi di saperla o di vederla, avendo quasi per assioma il non voler saperne altro, come se fosse cosa a lor non pertenente. Onde vi saranno degl’uomini, in altro dottissimi, che però nella religione non sapran nulla, né anco se le cose che credono sieno credibili o no: contenti e persuasi che lor basti a credere quel che crede la romana Chiesa, senza sapere né che, né come. Onde gli aveduti preti hanno avuto bello agio d’accommodar la religione a’ loro interessi, alterandola e formandola come tornava lor commodo, introducendo cotidianamente delle innovazioni, anco molto pregiudiziali a’ prencipi, che passano senza essere pure avertite. Onde mi piacque un detto d’uomo aveduto, che ad un prete disse: “Va pian piano, che farai credere e far ciò che vorrai”.

Paolo Sarpi, Aggiunte alla Relazione dello Stato della Religione di Edwin Sandys, 1625


Nel 1649 la città di Castro, le cui sorti tanto avevano appassionato gli scrittori antibarberiniani degli inizi del decennio, venne rasa al suolo da Innocenzo X e non fu più ricostruita. Ma fu l’aggravarsi della crisi di Candia dopo il 1650 a determinare una radicale trasformazione della situazione. Il nuovo clima politico, indotto dalla necessità di riuscire a contare sugli aiuti della Sede Apostolica, impose la necessità di riconsiderare radicalmente i rapporti con Roma. L’atto più appariscente fu indubbiamente la riammissione dei gesuiti nello Stato veneto nel 1657. In quell’occasione pare che anche Giovanni Francesco Loredan si sia espresso a favore. La nuova situazione determinò significativi cambiamenti anche sui temi del controllo sulla stampa e, per alcuni decenni, venne evitata ogni impuntatura giurisdizionale. In coincidenza si verificò anche una buona ripresa delle attività editoriali che riuscirono a recuperare la via dei grandi mercati cattolici mediterranei puntando, come si diceva, in primo luogo su quei generi, come le opere liturgiche e religiose, che prima della crisi avevano costituito uno dei tradizionali punti di forza dell’editoria veneziana. Il rianimarsi dei commerci contribuì anche a sottrarre le figure più ai margini del mestiere della stampa alle tentazioni del mercato clandestino.

Non fu quindi una svista se nel 1656 i Riformatori dello Studio di Padova finirono implicitamente col riconoscere all’inquisitore del Sant’Uffizio la facoltà di rilasciare licenze di stampa, disponendo che su ogni libro dovesse comparire “così la licenza di detti eccellentissimi reformatori, come quella del padre inquisitor generale”. In altre parole, il parere ecclesiastico che sino allora era detto “fede” inquisitoriale, e che era preliminare, assieme al parere del revisore laico alla concessione dell’autorizzazione alla stampa, diveniva “licenza” e posta sullo stesso piano del permesso dei Riformatori dello Studio di Padova, contraddicendo tutta la legislazione precedente sulla questione.

Non è chiaro cosa spinse i Riformatori, abitualmente molto attenti alle parole che usavano, a modificare disposizioni che erano a cardine della normativa sulla stampa. Se fu, come disse un senatore nel 1695, “un importantissimo sbaglio”, e come tale involontario, determinato tutt’al più da una minore sensibilità verso le prerogative giurisdizionali stabilite dal concordato del 1596 e dalle terminazioni del 1603, o se, come più probabile, fu la situazione complessiva ad indurre a cedere alle pressioni inquisitoriali, come in altri aspetti delle relazioni tra Stato e Chiesa. È del resto certo che i Riformatori che deliberarono sulla questione non potevano essere ignari delle conseguenze che la nuova formulazione avrebbe comportato, per l’esperienza che alcuni di loro avevano maturato nei rapporti con l’Inquisizione nella carica di Savio all’Eresia. Il fatto stesso che il cedimento fosse avvenuto proprio nei mesi in cui si stavano portando a termine le trattative per la riammissione nello Stato dei gesuiti induce a ritenere che la circostanza non sia stata casuale.

A questo primo atto ne seguirono diversi altri di tenore simile che confermano il rafforzamento della posizione dell’inquisitore. Il 23 novembre 1660 il Sant’Uffizio di Venezia, convocato con l’assistenza del savio procuratore Contarini, intimò al priore della corporazione dei librai Stefano Curti di ricordare ai suoi confratelli l’obbligo di stampare sui libri entrambe le licenze, quella dei Riformatori e quella dell’inquisitore. Tale disposizione venne ribadita il 23 giugno 1682 da un altro decreto del Sant’Uffizio. In quell’occasione al priore Conzatti venne raccomandato il rigoroso rispetto della terminazione del 1656 e che quindi “in qualsiasi libro debbano stampare espressamente, oltra alla licenza dei Riformatori, anche la licenza, ovvero l’imprimatur, dell’inquisitore generale”. Spiegando le ragioni del decreto l’inquisitore, il domenicano di Brescia Giovanni Tommaso Rovetta, si soffermò anche sull’uso della formula “imprimatur”, di fronte alle perplessità manifestate da alcuni senatori i quali la ritenevano troppo impositiva e in contrasto con le prerogative del principe. A suo dire, il ruolo del padre inquisitore non poteva limitarsi al semplice rilascio di una “fede”, una sorta di parere preliminare di cui si poteva anche non tenere conto. Era invece suo dovere essere giudice in tema di fede. Tale impostazione era a suo parere confermata da due decreti del Sant’Uffizio veneziano emanati sempre con l’assistenza dei Savi all’Eresia. Quanto al sospetto che il termine “imprimatur” desse “ombra alla pubblica auttorità”, l’inquisitore affermava che non doveva suscitare nessuna preoccupazione poiché non sottintendeva “alcun comando, essendo in arbitrio dell’auttore del libro et dello stampatore il stamparlo o non stamparlo, anzi concesso l’imprimatur dall’inquisitore, se li... Riformatori non ne concedono la di loro licenza, dell’imprimatur non ha alcun effetto”. Era solo una formula usata per “brevità” da tempi immemorabili, sia a Venezia che altrove.

È significativo che anche tale interpretazione non abbia registrato posizioni contrarie da parte del governo. Fu persino avallata dal consultore in iure Bortoletti: “Né si può dire – sostenne – che nella licenza de’ signori Riformatori, venendo insinuata la fede dell’inquisitore, questo basti, poiché altro è fede et altro è licenza di stampare il libro. Il sacro concilio di Trento ordina che ne’ libri si stampi la licenza dell’inquisitore et l’istesso comanda la suddetta terminazione dei Riformatori”. Non doveva poi turbare la Repubblica “quel termine imprimatur” per le medesime ragioni già avanzate dall’inquisitore Rovetta, non ritenute minimamente in contrasto con la legislazione veneziana.

Pochi anni dopo tuttavia le perplessità veneziane contro l’esplicitazione dell’imprimatur presero a manifestarsi con deciso vigore. Nel 1688 i Riformatori dello Studio di Padova su incarico del Senato riferirono sull’uso dell’imprimatur, lamentando l’inosservanza delle norme concordatarie del 1596, vanificate appunto dalla terminazione del 4 febbraio 1656. Definire “licenza” la vecchia “fede” dell’inquisitore era all’origine del problema. La loro posizione venne giuridicamente e storicamente esposta da un parere dei consultori Giovanni Maria Bertolli e Celso Viccioni, i quali sostennero che l’intervento dell’inquisitore consisteva in “un puro esame o ricognizione de’ medesimi libri”, ma non poteva configurarsi come “una vera specie di licenza, permissione positiva, che [i libri] si stampino”. Non era pertanto lecito porre al libro in esame “la licenza sua propria”, oltre tutto definita col termine “imprimatur”. Sull’uso di questa formula inoltre i consultori si soffermavano ampiamente. Non era accettabile l’osservazione che “imprimatur” non implicasse un “senso di comando” e che l’autorità pubblica non ne ricevesse pregiudizio. Veniva quindi recuperata tutta la dottrina d’inizio secolo sul tema e si ribadiva che nella Repubblica l’inquisitore aveva autorità in materia di libri solo per questioni di eresia e religione. Nel suo ufficio quindi l’inquisitore agiva per “delegazione speciale del serenissimo prencipe” e del Senato nell’ambito circoscritto delle materie di fede. Tanto era vero che per tutti gli altri aspetti esisteva la “fede” del segretario dei Riformatori. Non aveva dunque alcun valore la sua pretesa di “essere stato costituito dalla Sede Apostolica, non tanto per riveder i libri, quanto per essercitar la propria autorità sopra le stampe, massime per quello concerne la religione”, poiché la sua figura era differente da quella dei “puri revisori”, i quali erano privi della facoltà di proibire. I consultori non negarono peraltro che le disposizioni di metà Seicento erano in contraddizione con il concordato e neppure che la pratica degli uffici in certi momenti avesse trascurato quelle disposizioni. Come ciò fosse avvenuto ammettevano “sinceramente di non saperlo”. Ritenevano però che fosse giunto il momento di raddrizzare la situazione e di ricondurre l’inquisitore nei limiti previsti per il suo ufficio. In conclusione doveva apparire chiaro che nei libri “non ripugnanti la religione” il suo intervento non poteva andar al di là del rilascio del suo parere. L’imprimatur in ogni caso non era da tollerarsi senza pubblico pregiudizio.

Sulla base di tali osservazioni il 1° settembre 1688 il Senato, expulsis papalistis, approvò un decreto in cui si ribadiva l’obbligo del rispetto delle norme concordatarie, annullando la terminazione del 1656. La questione però non finì qui e si trascinò per diversi anni suscitando anche forti risentimenti nel papa Alessandro VIII, il veneziano Pietro Ottoboni, impegnato in quegli anni nel tentativo di rianimare l’azione repressiva dell’Inquisizione. È indicativo che nel corso delle vivaci discussioni che si tennero tra Venezia e Roma il papa dichiarasse di non sapere “cosa fossero questi concordati”, e che gli pareva “strano”, qualunque cosa essi fossero, che si volessero interpretare “diversamente da quello gl’hanno interpretati quei medesimi che vivevano quando si fecero e tutti gli altri per un secolo intiero”. Stesso fastidio manifestò nei riguardi dell’avversione alla formula “imprimatur” che a suo parere non aveva mai prodotto alcun inconveniente.

In una situazione di mutati rapporti di forza rispetto al 1656, nel 1695 il Senato deliberò di porre fine alla controversia e che in Venezia e in tutto lo Stato il diritto di rilasciare le licenze apparteneva esclusivamente allo Stato, mentre il parere dell’inquisitore doveva essere riservato agli aspetti relativi alla fede cattolica. Al nunzio pontificio non rimase altro che consigliare di “lasciar correre tacitamente” per “lasciar intatte futuris temporibus le ragioni della Santa Sede”, seguendo, come si è visto, una prassi consolidata nei momenti di difficoltà.


Mario Infelise, I padroni dei libri. Il controllo sulla stampa nella prima età moderna


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Mario Infelise insegna all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è a lungo interessato di questioni di controllo della produzione e della circolazione libraria nell’Europa moderna, pubblicando sul tema vari saggi.


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