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Pierluigi Di Piazza: Nel ricordo di Eluana

Pierluigi Di Piazza, Compagni di strada

Nel ricordo di Eluana
Pierluigi di Piazza

Compagni di strada

Ad accomunare le persone che incontriamo nel libro di Pierluigi Di Piazza Compagni di strada sono l’etica del bene comune, la giustizia, l’uguaglianza, la pace, la solidarietà, la libertà di coscienza, l’obiettivo di una politica rinnovata al servizio delle persone e della comunità. Sono personalità innovatrici, a tratti eroiche o rivoluzionarie come don Tonino Bello, don Puglisi e Oscar Romero; sono compagni di strada che, come lui, si sono battuti appassionatamente per costruire una Chiesa povera e socialmente impegnata. Sono uomini e donne noti ma anche persone comuni come gli immigrati del Centro Balducci e persone estranee alla Chiesa come Margherita Hack e il Dalai Lama. Da uomo, prete e animatore culturale, Di Piazza intreccia le loro e la sua storia intorno ai temi più controversi dell’essere oggi cristiani e a quelli che uniscono le donne e gli uomini di buona volontà.


Beati quelli che hanno compassione degli altri,
Dio avrà compassione di loro

Matteo 5,7

La mia vita di uomo e di prete, sempre in mezzo a tante relazioni, incrocia spesso storie di malattia e di dolore, di avvicinamento alla morte e di morte stessa, con un coinvolgimento profondo che comporta una riflessione sul senso ultimo del vivere, del relazionarsi, dell’amare, del dedicarsi e impegnarsi, del soffrire e morire.

Fra le anomalie tutte italiane che riguardano la politica e la Chiesa, c’è quella di far assurgere a questioni di assoluto e irrinunciabile valore una, due, tre vicende per un tempo brevissimo, salvo poi farle scomparire dall’attenzione, dall’approfondimento e dal dibattito.

Impossibile non ricordare la vicenda di Eluana Englaro.

In quei giorni di dibattito arroventato – Eluana è morta il 9 febbraio 2009 –, sembrava che la politica fosse chiamata a una scelta cruciale, come se da questa scelta dipendessero le sorti del Paese. E anche per la Chiesa appoggiare il tentativo della politica di fermare l’attuazione del decreto della magistratura per quella situazione, sembrava – è proprio il caso di dirlo – una questione di vita o di morte.

E poi cos’è avvenuto? Qualche dibattito, ideologicamente preconfezionato più che approfondito nei contenuti, senza peraltro arrivare a una conclusione legislativa per la libertà di decidere riguardo alle terapie. Poi di nuovo il silenzio.

Quante persone nel nostro Paese si trovano nella condizione di Eluana? Quanti i familiari che le accompagnano? E con quali vissuti, con quali prospettive? Quanti ammalati terminali negli ospedali, nelle case di riposo, nelle famiglie vengono aiutati a soffrire e morire nel modo più umano possibile, aumentando le dosi di morfina, quindi di fatto accelerando l’approssimarsi della morte? E chi ne parla? E quanti sono gli incontri negli ospedali e nei territori dove si può partecipare per capire, approfondire, orientarsi e poi, al momento, decidere, non in maniera improvvisata, ma per quanto possibile preparati? E nella Chiesa dove e quando se ne parla? Quasi mai e da nessuna parte, perché è più facile e meno impegnativo rifugiarsi nelle dichiarazioni sui “principi non negoziabili” o esprimersi ancora definendo la morte di Eluana una uccisione.

Ma com’è possibile non parlare di vicende che riguardano migliaia di persone, non lasciarsi provocare, interrogare, coinvolgere? Certo è molto più impegnativo e faticoso, ma significa partecipare alla vita, alle storie delle persone... Significa recepire, ascoltare le sofferenze e il desiderio profondo di poter scegliere, di non essere costretti a subire volontà e modalità altrui, ponendo la questione della relazione con Dio, della libertà di decidere di fronte a Lui.

Ci vorrà un’altra vicenda Welby o un’altra storia come quella di Eluana Englaro per riaccendere il dibattito?

Manca, in modo evidente e colpevole, un’attenzione costante dettata proprio dalla presenza delle storie, che invece sono tenute sottotraccia, nascoste; mentre si dovrebbe procedere imparando, accogliendo, confrontandosi, decidendo, perfezionando via via le decisioni prese.


Ho conosciuto Beppino Englaro in occasione di alcuni incontri pubblici sul tema del fine vita, dai quali ambedue, penso, siamo usciti arricchiti. Ne ricordo uno in particolare, nella chiesa di Cossato vicino a Biella, nella parrocchia di don Mario. Beppino Englaro era in quel periodo in Friuli – a Paluzza, suo paese d’origine – e così abbiamo viaggiato insieme e abbiamo avuto modo di parlare seduti accanto per alcune ore.

Un uomo, per quanto ho potuto percepire, il cui mondo interiore è segnato da una grande sofferenza, ma che possiede una determinazione e un coraggio indomiti nell’affrontare e condurre una dolorosissima vicenda personale attraverso difficoltà, contrasti, attacchi e offese personali. Sedevo accanto a un uomo con una storia così grande e dolorosa che mai avrebbe immaginato di dover vivere; una storia che dalla dimensione personale è stata fatta diventare pubblica, sia nel senso etico che politico e legislativo della parola e nella relazione di amore fra un padre e una figlia.

Parlando con lui, ho capito che Beppino Englaro rispetta chi non condivide la sua decisione e chiede da tutti altrettanto rispetto.

In diversi incontri pubblici ho evidenziato la doverosa, ammirata e riconoscente attenzione alle migliaia di persone che con premura e cura accompagnano i loro familiari in condizioni estreme, fino a quando quella situazione è destinata a finire biologicamente. Questo vissuto profondo non impedisce di considerare con attenzione e rispetto chi, in condizioni altrettanto estreme, sceglie di agire diversamente con una decisione personale o, non essendo più nelle possibilità di farlo, tramite una persona che dia attuazione alla sua volontà. E questo nel cammino della fede, intuita, creduta, cercata, affidata, non contro Dio, ma al suo cospetto, in sua compagnia, affidandosi alla sua accoglienza e comprensione.

Purtroppo nel nostro Paese c’è un grave deficit riguardo alla laicità e al pluralismo delle ispirazioni, delle scelte e dei percorsi; e si considera spesso nemico chi compie scelte differenti senza considerare che le nostre scelte e la fedeltà ad esse dipendono soltanto da noi e dalla nostra coerenza, e non da altri.

Per quanto riguarda la Chiesa, durante una seduta del Consiglio presbiteriale diocesano di Udine, in uno dei miei interventi al di fuori dell’ordine del giorno stabilito, ma espressione delle questioni più vive e dibattute, posi una domanda e feci una proposta sul fine vita. Mi rivolsi direttamente al vescovo e ai preti presenti (una cinquantina) con queste parole:

Lei, Arcivescovo, ha affermato più volte dopo il suo arrivo in diocesi che la vicenda Englaro ha diviso le coscienze. Certo, il dibattito è stato forte, acceso, dilaniante, con posizioni spesso aprioristiche, di negazione reciproca, in verità soprattutto da parte di chi voleva contrastare l’attuazione della decisione.

Noi preti che siamo qui, come pure tutti gli altri, ci siamo assunti il compito di essere un riferimento per le nostre comunità; il tema della malattia, del dolore, della sofferenza, del fine vita, della morte, è molto presente tra le persone, perché è la vita stessa che si incarica di renderlo tale.

Dobbiamo aspettare un’altra vicenda Eluana per riflettere, per approfondire, per orientarci? O è nostra responsabilità, come personalmente ritengo, aprirsi a queste riflessioni fin da ora per poi continuare, con tempi e modi da decidere?

Ho una proposta concreta da fare: invitiamo due medici, ambedue cattolici praticanti, a parlarci in una giornata di studio dedicata a questo tema. Uno è il dottor Gigli, di casa in diocesi e in Vaticano, che nella vicenda Englaro ha assunto una posizione di durissima intransigenza; l’altro è il dottor Borrasio, impegnato a Monaco e Losanna, che riguardo al fine vita, alla nutrizione e idratazione forzate ha una posizione diversa dal dottor Gigli. Ambedue, ripeto, sono cattolici. Sarebbe davvero molto interessante e istruttivo ascoltarli nelle loro motivazioni e nei loro fini, nella loro fede e nell’etica che li conduce nella loro esperienza professionale e scientifica.


Questa mia riflessione e questa mia proposta sono cadute in un silenzio totale, inspiegabile, come se si trattasse di qualcosa di “mio”, di personale, come se quegli uomini e preti lì presenti non vivessero come me questi drammatici interrogativi, come se ci fosse paura di conoscere per non essere messi in questione. Il mio non è, neppure lontanamente, un giudizio sulle persone, ma solo il bisogno di capire il perché di tali atteggiamenti. Purtroppo, anche nelle sedute successive nessuno ha mai più ripreso questo argomento.

Fortunatamente, il conforto è venuto ancora una volta dalla vita, da altri incontri, dall’essere chiamato a introdurre questo tema, a dialogare con i partecipanti a un corso di volontari per l’Hospice per malati terminali di San Vito al Tagliamento; dai dialoghi con Margherita Hack. E proprio a seguito della diffusione del libro che ho scritto con Margherita ho ricevuto, nel luglio 2013, questa lettera straordinaria e commovente da Lisa, un’altra compagna di strada.


Caro don Pierluigi, ho appena finito il vostro libro scritto con la signora Hack. Non posso dire grazie a Margherita perché oggi non c’è più, ma a lei posso dire grazie, in particolare per il passaggio che mi ha colpito di più, quello su aborto, fine vita, testamento biologico; lei infatti ha toccato un tasto molto personale. Meno di due anni fa io e mio marito abbiamo avuto una bellissima bimba, malgrado fosse nata a meno di sei mesi di gravidanza. La nostra Julia è morta dopo due mesi di vita. Da questa vicenda molto dolorosa ho imparato molto. Julia è nata sana, però a quell’età neonatale i bimbi sono molto fragili e la loro immunità è suscettibile. Dopo le terapie di cortisone che aiutano lo sviluppo dei polmoni, è stata colta dalla setticemia, poi una ricaduta successiva le è stata fatale.

Nel momento della morte lei era bella, con le guance rosa, piccola, ma forte, forse più di me. Le terapie di antibiotici non facevano che danni e nulla più; perse l’udito e i suoi movimenti erano più rallentati. Il dottore è stato molto sincero con noi e ci disse che non c’era più nulla da fare: “se faccio di più supero i limiti dell’etica. Potete operare una scelta: la prendete per mano e le diamo la terapia del dolore, le cure palliative; con una sottile dose di morfina deciderà lei quando morire; oppure vivrà nella sua piccola casa di plastica finché potrà respirare per conto suo, poi un organo dopo l’altro finiranno di funzionare, voi sarete solamente spettatori di questa scena orribile”.

Mio marito ed io abbiamo optato per la terapia del dolore, che molti confondono con l’eutanasia. La terapia del dolore ci ha dato l’opportunità di fare da genitori per la prima volta, di tenere la nostra bimba per mano e di cullarla fino alla morte. È stato un passaggio difficile; non ero certa che fosse una decisione cattolica, ma sentivo che era una decisione responsabile di un genitore che non vuole essere egoista e che vuole il meglio per la sua bimba. Julia visse per quattordici ore e quando morì era di una bellezza tale che mi rammenta il ritratto dell’estasi. Se ne andò quando non riuscivo più a vedere che voleva vivere, ma non ce la faceva; le dissi: “Vai cara, puoi andare”; e se ne andò.

Ho chiesto a Dio di portarmela via per non vederla più soffrire e Lui mi ha sentito. Oggi, dopo aver letto la sua opinione, devo dire che mi ha dato un motivo in più per convincermi che la nostra decisione fu la migliore. Se la morte porta il dolore, la sofferenza, lo smarrimento, porta anche la felicità interiore di aver fatto del bene a chi amiamo; queste decisioni portano la serenità; una serenità surreale che non tanti possono capire.

Dopo questa vicenda credo che non sono contro l’eutanasia e basta, che una decisione responsabile, rafforzata con il testamento biologico, sia nei limiti dell’etica.

È facile opporsi all’eutanasia, ma nessuno pensa a quelli che soffrono; questi genitori vivono in un limbo di dolore che non ha fine finché non si raggiunge la pace con la morte.

La ringrazio del suo passaggio che tuttora mi dà forza; ora sto aspettando un altro bebè, eppure Julia ha sempre un posto speciale nel mio cuore. La esorto a continuare a dibattere su questi temi che sono molto importanti. Mi soffermo sul suo passaggio: “L’impegno costante di tutti dovrebbe essere quello di rendere possibile il vivere, soffrire e morire nel modo più umano”.

Questa frase è la più lucida descrizione su come si deve vivere e morire.

La ringrazio. Lisa (Malta)





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