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Jep, un antieroe del nostro tempo? Stefano Jossa

Jep Gambardella, La grande bellezza

Jep, un antieroe del nostro tempo?
di Stefano Jossa

L'autore di Un paese senza eroi. L'Italia da Jacopo Ortis a Montalbano, Stefano Jossa,
ci regala un ritratto insolito di Jep Gambardella, protagonista de La Grande bellezza


Poteva essere un grande scrittore, ma la paura della solitudine e il fascino del successo l’hanno portato a immergersi nella mondanità. È il grande protagonista dei salotti intellettuali, ma non riesce a godere pienamente della sua posizione di potere e disprezza tutti coloro di cui pure si circonda. Di fronte alla vecchiaia e alla morte scopre il senso del limite e la nostalgia del perduto. Non sarà che Jep Gambardella è solo l’ultimo della lunga serie degli antieroi italiani? Dotati di grande forza intellettuale e potenziale di leadership, ma pronti a defilarsi di fronte alla responsabilità di farsi carico della collettività, consapevoli dell’unicità del singolo e del valore dell’individualità, ma anche provvisti di senso del limite e rispetto della differenza, riflessivi e umorali, i personaggi della grande tradizione letteraria italiana, da Jacopo Ortis in poi, si sono tutti sottratti a tentazioni iconiche e mansioni simboliche perché sono conflittuali, sfuggenti, problematici e complessi: troppo se stessi per funzionare come strumenti aggreganti di fronte alla massa, che ha bisogno, in quanto massa, di eroi depotenziati e indifferenti, facilmente omologabili e disponibili all’identificazione simpatetica. Un po’ più di noi, per conservare l’aura, il prestigio e l’ammirabilità, ma in fondo tanto simili a noi, che li sentiamo vicini, ce ne appropriamo e ci proiettiamo in loro: questo sono gli eroi nazionali, cui Jep, ora simbolo d’italianità nel mondo grazie all’Oscar a La grande bellezza, rischia clamorosamente di appartenere.
A questo tipo di eroi, gli uomini rappresentativi celebrati dall’americano Emerson, Curzio Malaparte, agli albori del fascismo, contrapponeva gli eroi-tiranni, che non sono compiacenti verso la massa, ma le si oppongono, la criticano e la sfidano: «il compito di rappresentare è dato ai mediocri, non ai genii – scriveva Malaparte – Vincenzo Monti è più italiano di Dante o di Leopardi, Boileau più francese di Pascal o di Descartes, Swinburne più inglese di Shakespeare o di Shelley, Hauptmann più tedesco di Goethe o di Wagner». All’eroe nazionale, Garibaldi, «eroe decadente e umanitario, ammalato di retorica e di compassioni, tirannello democratico figlio del popolo», che si lasciava addomesticare dagli applausi della folla e si divertiva a brindare alle sagre di paese, Malaparte contrapponeva l’eroe autentico, «il restauratore della tradizione aristocratica degli eroi tirannici, l’uomo nato a far le vendette della legge, a far le vendette della storia e della natura, contro lo stesso popolo che l’ha generato».
L’eroe non deve piacere, ma esercitare con coerenza e integrità la sua missione storica e politica: ecco affacciarsi la sagoma del Duce, ingombrante eroe della coscienza e della volontà, che Gadda provvederà qualche anno dopo a ridurre a epigono di Don Abbondio, «ruggente lïone di tutto coccio stivaluto e medagliuto», che  trascinò gli italiani «alla smargiassata africana … con porger l’otre alla sete degli eroi e de’ martiri», lui eroe meschino che si era affidato al «socio di ferro di cui, vaso di tutto coccio, così ciecamente s’era costituito prigione».

A chi somiglia di più Jep Gambardella come simbolo d’italianità, a Garibaldi o a Mussolini?
A nessuno dei due, per fortuna, perché è fuori, appunto, da ogni ipotesi eroica: è l’eroe del film, inteso come protagonista, ma di eroico, inteso come eccezionale e superiore, non ha nulla, se non un’intelligenza sprecata e una felicità mancata. Dotato di potenziale eroico, allora, ma senza conseguirlo, perché ciò lo imbalsamerebbe e imbriglierebbe.

Chi sono gli eroi, infatti, se non coloro che sono prigionieri del proprio mito, a cui non sono concesse scivolate e consentiti difetti?
A chi gli chiede perché fa quello che fa Superman risponde “For Justice, Truth and the American Way of Life” (per la giustizia, la verità e lo stile di vita americano): esempio supremo d’idealismo condito di nazionalismo, con la proiezione in un universo valoriale che lo esonera da ogni forma d’impegno nelle battaglie reali della società americana (per i neri, le donne, i poveri, ecc.). Perciò Superman non può sbagliare: la felicità promessa dall’America si realizzerà, perché un giorno ci sarà qualcuno come lui che risolverà tutti i problemi e costruirà il paradiso in terra. La felicità è sempre proiettiva, nel futuro, senza domande sul come realizzarla: un atto di fede politica. Superman la garantisce, simbolicamente, ma umanamente è talmente prigioniero di se stesso e della sua missione che a Lois Lane che gli chiede sul balcone di casa, dove lui è giunto in volo, “perché sei qui?”, aspettandosi magari una dichiarazione d’amore o persino un bacio, Superman non può che rispondere “For Justice, Truth and the American Way of Life”.

A giudicare dalle polemiche che ha suscitato il film fin dall’inizio, Jep Gambardella non corre certo il rischio di Superman: non sarebbe facile, insomma, estrapolarne un’italianità condivisa e unanime, capace di farci gioire tutti insieme nella celebrazione del trionfo all’Oscar, come se la nazionale avesse vinto i mondiali di calcio in Brasile. Peccato, perché proprio nell’eccessiva facilità polemica delle reazioni si può cogliere forse una funzione italiana di Jep Gambardella, la sua non-rappresentatività, di cui c’è probabilmente da essere orgogliosi.

I simboli unificanti, come diceva già Francesco Saverio Nitti a fine Ottocento, di fronte alle fatiche dell’Italia post-risorgimentale, sono pericolosi, perché l’eroe nasce dove è «debole il sentimento  della responsabilità individuale», dove è bassa «la cultura individuale», dove manca «quello spirito di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri paesi più educati, o più fortunati»: «Più  la  massa  è  depressa,  più  la  coscienza  collettiva  è  bassa,  più il sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo».  Jep non è simpatico, perché è narcisisticamente compiaciuto di se stesso, perché non ama e non vive, perché è freddo e cinico; ma può esserlo, simpatico, perché è un uomo in crisi, perché s’interroga sulle proprie scelte, perché, soprattutto, è solo, disperatamente solo. Ed è pure un fallito, cosa che non guasta mai, in Italia, a fini di simpatia. Però si trova a guardarsi dentro, scoprendo la contraddizione, tra la felicità e il successo, la fatica e la mondanità,  l’essere sé e il piacere agli altri. Perciò non potrà essere un vero eroe, che deve essere tutto d’un pezzo e coerente fino in fondo. Perciò non può essere neppure un antieroe, colui che staccandosi dalla mediocrità sociale e dal consenso collettivo rivendica la propria genialità attraverso la separatezza, l’esclusione e il fallimento.

Personaggio di confine, che il successo ce l’ha, anche se non è quello che avrebbe voluto, e che riscopre la propria umanità attraverso una meditazione sulla morte, Jep Gambardella si trova accanto a uno Jacopo Ortis, che vorrebbe essere eroe, ma non può, perché «troppo presto ubbidisce al proprio cuore», a un Carlino Altoviti, che avrebbe potuto morire «da eroe», ma si trovò a vivere «da porco», a un Mattia Pascal, che eroe può esserlo dentro, ma mai nel riconoscimento collettivo, o a un Salvo Montalbano, che nel momento in cui deve giocare, per finta, a fare l’eroe neppure ci riesce, perché finisce con la faccia inondata di semi di cocomerelli.

Non è l’antieroismo dell’uomo comune, del mediocre immerso nella quotidianità, del borghese piccolo piccolo, del medico della mutua o del bello e onesto emigrato in Australia che sposerebbe compaesana illibata, a costituire la forza e la potenzialità, ancora, e necessariamente, incompiuta, della tradizione culturale italiana: qui è il fraintendimento cui è stato sottoposto Alberto Sordi per eroicizzarlo, farne figura compiacente e simpatica, l’italiano medio che tende al mediocre. C’è altro, però, da sondare e forse rivendicare: la tensione, umoristica, tra reale e ideale, un’umanità che rifiuta l’altezza della missione ma non rinuncia al senso del rispetto, la necessità del chiedersi dove si è e del darsi da fare per andare altrove. Le feste, Jep Gambardella non vuole solo organizzarle, ma anche distruggerle: non perché disprezzi gli altri, ma perché ha preso coscienza della vanità e vuole cambiare lui stesso. La morte incombe dappertutto, nel film; mentre gli eroi, per esser tali devono essere già morti, e non cambiare più. Al confine tra la vita e la morte sono tutti i grandi personaggi romanzeschi italiani, antitesi degli eroi e degli antieroi, da Jacopo Ortis a Daniele Cortis, da Filippo Rubé al partigiano Johnny.

Proprio Toni Servillo, del resto, in un altro film dell’ultimo anno, Viva la libertà di Roberto Andò, al risveglio la mattina ascoltava la lettura radiofonica del Fu Mattia Pascal. Nella migliore tradizione italiana possiamo ritrovare una linea antieroica che porta da Jacopo Ortis a Jep Gambardella? Se non conduce a inutili celebrazioni nazionalistiche, ma a una riflessione critica sulla nostra storia e la nostra antropologia, l’Oscar al film di Paolo Sorrentino potrà farci inorgoglire, al di là degli schieramenti da strapaese, per quel personaggio scostumato e sfuggente, carismatico e fifone, che ci può portare a rileggerci senza inutili sussulti eroici.


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Stefano Jossa insegna Letteratura e cultura italiane alla Royal Holloway University of London. È autore di

Un paese senza eroi

Un paese senza eroi. L'Italia da Jacopo Ortis a Montalbano
Gli eroi dei romanzi sono spesso diventati eroi nazionali, col compito di rappresentare la comunità tutta all’insegna di un leggendario passato unificante, com’è accaduto a Robin Hood o a d’Artagnan. In Italia, invece, i personaggi letterari si sono sottratti a ogni tentativo di uso iconico e mitizzazione popolare.
Eppure tutta la letteratura italiana tra Otto e Novecento è attraversata dalla riflessione sull’eroe e l’eroismo in una prospettiva nazionale. Le candidature non sono certo mancate: da Jacopo Ortis ed Ettore Fieramosca fino al partigiano Johnny e al commissario Montalbano, passando per Pinocchio, Gian Burrasca e Metello. Persino Mattia Pascal e Zeno Cosini. Nessuno di loro, però, è approdato allo statuto di eroe patriottico: perché? Perché l’Italia ha una debole storia nazionale o perché i protagonisti letterari del nostro paese hanno saputo resistere a ogni tentazione simbolica? Più realistici e moderni di quello che si pensa di solito, i personaggi italiani si riveleranno dotati di anticorpi che li hanno preservati da ogni forma di sacralizzazione.


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