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Silverio Novelli: La deriva del "piuttosto che"

Silverio Novelli, Si dice? Non si dice? Dipende

La deriva del "piuttosto che"
Silverio Novelli

Si dice? Non si dice? Dipende

La grammatica non è piatta: la lingua ha, come i parlanti che la abitano, una sua profondità che è utile e bello cogliere. Nel suo libro Si dice? Non si dice? Dipende Silverio Novelli indica, caso per caso, come muovercisi dentro con la consapevolezza di fare sempre la scelta più felice.
Come, ad esempio, nel caso dell'ormai abusato "piuttosto che".


«La lingua non è il progetto di un lucido architetto, un progetto cosciente di un singolo o di un gruppo. Non esistono sulla terra i costruttori di lingue», scrive Gian Luigi Beccaria. Non c’è nessun omologo di Slartibartfast, l’alieno umanoide che nella Guida galattica per autostoppisti lavora per l’Officina di ingegneria iperspaziale “Il pianeta a vostra scelta”. Slartibartfast fa da guida al terrestre Arthur Dent in una visita a volo d’uccello della Terra due in costruzione, in tutto identica all’originale, che è stato annientato per errore (il film comincia con la distruzione della Terra). Sfilano le immagini dell’operaio su una lunghissima gru, intento a dipingere di rosso l’Ayers Rock in Australia, dei tecnici che rifilano i fiordi norvegesi, degli addetti al pompaggio di acqua salata nelle fosse oceaniche. L’errore verrà cancellato, ciò che esisteva – esseri umani compresi – verrà ripristinato tale e quale era un attimo prima dell’esplosione planetaria provocata dai batracioni Vogon.

Succede invece, nella terrestre lingua italiana, che certi umani comincino a dire una cosa in un modo non previsto dalla norma corrente. E l’errore rompe la consuetudine. L’errore rompe la serie. L’errore rompe la serie che rassicura i consuetudinari. Noi tutti che parliamo e scriviamo, siamo consuetudinari, affezionati alla norma che ci viene tramandata. Talvolta, l’errore di oggi, non quello di una volta e mai più, ma quello che tende a ripetersi, creando per giorni, mesi, anni irritazione e sdegno nei consuetudinari, è destinato a diventare la norma di domani. Chi mai sarà stato il primo? O la prima?

L’Adamo o la Eva dell’errore non si troverà mai, ma la stirpe di Caino, in certi casi, prolifererà, anonima e convinta. Così come prolifera l’uso di piuttosto che nel senso di ooppure disgiuntivi: «Ma bellezza è anche gustare il vero risotto con l’ossobuco alla milanese (il migliore, nel miglior posto), piuttosto che il culatello di Zibello, o il gelato al gianduia di Saluzzo» (Guido Galimberti, «Corriere della Sera», 29 agosto 2012). Come dire, questo o quello sono la stessa cosa, vanno bene l’uno o l’altro o l’altro ancora (risotto, culatello, gelato). La norma dice l’esatto contrario: piuttosto che ha valore avversativo oppositivo, significa ‘invece di’, ‘anziché’, ‘pur di non’: «Fa niente se soffrirò / piuttosto che non averti mai incontrato» (Stadio, Piuttosto che non averti mai incontrato, 2011); «Si farebbe tagliare una mano piuttosto che chiedere qualcosa a qualcuno» (Melania G. Mazzucco, Vita, 2003). Fabio Volo colora di un rosa malinconico il gioco di parole costruito intorno a piuttosto che, usandolo secondo la norma nella seconda accezione possibile, non avversativa, bensì comparativa: «Con lei soffrivo, senza di lei anche [...] Allora mi dicevo: “Piuttosto che niente, meglio piuttosto”. Cioè prendevo quello che poteva darmi e cercavo di accontentarmi» (È una vita che ti aspetto). Qui il piuttosto che vale ‘più che’.

Eppure per secoli, come hanno raccontato Valeria Della Valle e Giuseppe Patota nel loro bel dizionarietto di sgrammaticature intitolato proprio alla «tossina grammaticale» piuttosto che, l’uso disgiuntivo «è sostanzialmente estraneo alla storia della nostra lingua. Inutile cercarne esempi non solo in Machiavelli, Alfieri o Manzoni ma anche – se ci è consentito l’accostamento un po’ spericolato – in Mazzantini, Starnone o Veronesi».

L’uso improprio di piuttosto che è stato notato nella lingua parlata a Torino (da Ornella Castellani Pollidori) e a Milano (da Lorenzo Renzi) già negli anni Ottanta del Novecento. La novità, insomma, cala dal Nord: e ciò non stupisce, perché è da qualche decennio che l’italiano parlato nel Nord Italia viene percepito altrove come varietà di prestigio, da imitare. Una buona mano alla proliferazione di questo uso viene data da quei grandi amplificatori che sono radio, tv e rete.

Castellani Pollidori scrive nel 2002 che l’origine del piuttosto che errato starebbe in una progressiva confusione dapprima con o piuttosto, e in seguito con o, di cui sarebbe divenuto, per molti parlanti, un semplice sostituto. La studiosa aggiunge: «la voga di quest’imbarazzante piuttosto che finirà prima o poi col tramontare». Per ora non sembra che le cose vadano così, tanto che, anno di grazia 2013, Della Valle e Patota hanno proposto – tra il serio e il faceto – una raccolta di firme per l’abrogazione del piuttosto che al posto di o: prima firmataria la giovane Carlotta Mazzoncini, cliccatissima su YouTube con un’invettiva contro l’errore-feticcio.
Questi piuttosto che disgiuntivi sembrano tanti piccoli cloni, come i minuscoli Umpa Lumpa, tutti identici, che eseguono i voleri di Willy Wonka, nella Fabbrica di cioccolato (2005) di Tim Burton, al ritmo di candide e perfide canzoncine. Non cedono il passo e suscitano reazioni stizzite simili a quelle provocate da (equant’altroun attimino e altri attuali tormentoni, che, peraltro, non hanno il difetto di mettere in crisi la chiarezza comunicativa, come invece fa piuttosto che.

Se, a proposito dei miei passatempi, dico o scrivo amo cucinare, piuttosto che leggere, che cosa intendo? Che preferisco il mestolo al libro, il forno al giornale, la grattugia all’e-book? Oppure che mi piacciono sia i fornelli sia le biblioteche e sceglierò di volta in volta a seconda dell’umore? «Combattiamolo – ha esortato dai microfoni della trasmissione di Radio 3 La lingua batte Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca – non solo perché è un errore, ma perché crea ambiguità in molte circostanze».

Piuttosto che
(‘o’, ‘oppure’)



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Silverio Novelli, giornalista e lessicografo, lavora ai contenuti della sezione “Lingua italiana” del portale Treccani.it, rispondendo – tra l’altro – ai quesiti grammaticali inviati dagli utenti. Ha collaborato alla terza edizione del Vocabolario Treccani e, con Gabriella Urbani, ha curato due dizionari di neologismi: Il Dizionario Italiano: parole nuove della Seconda e Terza Repubblica (1995) e il Dizionario della Seconda Repubblica: le parole nuove della politica (1997).


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