Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida

Bauman-Lyon: Sesto potere

Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida
Zygmunt Bauman con David Lyon

Sesto potere

«In questo volume - scrivono Bauman e Lyon - analizziamo, in forma di conversazione, fino a che punto la nozione di sorveglianza liquida possa essere di aiuto nel cogliere ciò che sta avvenendo in quel mondo di monitoraggio, tracciamento, pedinamento, selezione, controllo e sistematica osservazione che chiamiamo sorveglianza. È questo il principale filo conduttore della nostra conversazione.»
Contrariamente al passato «oggi i professionisti del controllo si dedicano a dare la caccia agli schemi estremamente volatili dei desideri e dei comportamenti ispirati da quei desideri.»
Zygmunt Bauman e David Lyon si confrontano con un tema che ogni giorno di più acquista potere sulle nostre vite: cosa significa essere osservati e di continuo osservare e con quali conseguenze politiche e morali.


Internet e la «morte dell’anonimato»

Siamo noi, per nostra volontà, a mandare al massacro il nostro diritto alla privacy. O forse acconsentiamo a perdere la privacy perché lo consideriamo un prezzo ragionevole da pagare in cambio delle meraviglie che ci vengono offerte. O ancora, la pressione a consegnare al mattatoio la nostra autonomia personale è così forte, e ci avvicina a tal punto alla condizione di un gregge di pecore, che solo pochissime volontà eccezionalmente ribelli, audaci, combattive e risolute sono preparate a tentare seriamente una resistenza. In un modo o nell’altro, però, ci viene offerta, almeno sulla carta, la parvenza di un contratto bilaterale e, almeno formalmente, abbiamo il diritto di sporgere reclamo o fare causa se quel contratto dovesse essere violato: tutte cose di cui nel caso dei droni non c’è più alcuna traccia.

Eppure, nonostante tutto, una volta dentro siamo ostaggio della sorte. Come osserva Brian Stelter, «l’intelligenza collettiva dei due miliardi di utenti Internet e le impronte digitali che tanti di loro lasciano nei siti web si combinano rendendo sempre più facile risalire alla fonte di qualsiasi video imbarazzante, di qualsiasi foto intima e di qualsiasi email sconveniente: che la fonte lo voglia o no». A Rich Lam, fotografo freelance che aveva documentato i disordini scoppiati nelle strade di Vancouver, è bastato un giorno per rintracciare e identificare due persone che si baciavano appassionatamente e che erano (casualmente) finite in uno dei suoi scatti. Ormai tutto ciò che è privato avviene potenzialmente in pubblico, è potenzialmente disponibile al pubblico consumo e tale resta per tutto il tempo, fino alla fine dei tempi, poiché è impossibile «far dimenticare» a Internet qualcosa una volta che è stato registrato in uno dei suoi innumerevoli server. «Questa erosione dell’anonimato è un prodotto di social media pervasivi, di servizi di hosting gratuito di foto e video e – la cosa forse più importante di tutte – di un mutamento di opinione delle persone riguardo a cosa debba essere pubblico e cosa debba essere privato». Tutti quei gadget tecnici sono, ci dicono, «user-friendly»: anche se quella frase tanto amata dai copypubblicitari segnala, a ben vedere, un prodotto che per essere completo richiede, un po’ come i mobili Ikea, uno sforzo da parte dell’utilizzatore e, aggiungo, la devozione entusiastica e il plauso assordante degli utenti. Un Étienne de la Boétie contemporaneo probabilmente non parlerebbe più di servitù volontaria, ma addirittura «fai da te»...

Che conclusione possiamo trarre da questo incontro tra operatori di droni e gestori di account Face­book, ossia tra due figure che apparentemente hanno fini diversi e sembrano animati da motivazioni opposte, ma ciononostante collaborano strettamente, volontariamente e molto efficacemente nel produrre, sostenere ed espandere quello che tu hai felicemente chiamato social sorting? Io credo che la caratteristica più saliente della versione contemporanea della sorveglianza sia il fatto che è riuscita in qualche modo a costringere e persuadere gli opposti a lavorare all’unisono, a metterli tutti al servizio della stessa realtà. Da una parte, il vecchio stratagemma pan­ot­ti­co («non saprai mai quando osservano il tuo corpo, e in tal modo la tua mente non smetterà mai di sentirsi osservata») viene implementato, gradualmente ma in modo coerente e apparentemente inarrestabile, su una scala pressoché universale. Dall’altra parte, ora che il vecchio incubo pan­ot­ti­co di «non essere mai soli» ha ceduto il posto alla speranza di «non essere mai più soli» (abbandonati, ignorati e negletti, bocciati ed esclusi), la gioia di essere notati ha la meglio sulla paura di essere svelati.

Naturalmente questi due sviluppi, e soprattutto la loro riconciliazione e collaborazione per uno stesso compito, sono resi possibili dal fatto che all’incarcerazione e al confino è subentrata l’esclusione nel ruolo di minaccia numero uno alla sicurezza esistenziale e di principale fonte di ansia. La condizione di essere sorvegliati e visibili è stata derubricata da minaccia a tentazione. La promessa di accresciuta visibilità, la prospettiva di essere «allo scoperto» e di poter essere visti e notati da tutti, ben si collega all’ambita prova di essere socialmente riconosciuti e, dunque, di avere un’esistenza valorizzata, «significativa». Il fatto che tutta la nostra esistenza, nel bene e nel male, sia registrata in archivi pubblicamente accessibili appare l’antidoto più potente alla pericolosità dell’esclusione e un modo efficace per tenere a bada la minaccia dell’espulsione; anzi, è una tentazione cui pochi tra coloro che vivono una vita sociale dichiaratamente precaria si sentiranno abbastanza forti da resistere. La vicenda del recente, fenomenale successo dei «siti social» su Internet mi sembra un eccellente esempio di questa tendenza.

Effettivamente, il ventenne studente fuoricorso di Harvard Mark Zuckerberg, inventando Face­book (o, secondo alcuni, rubandone l’idea) e lanciandolo su Internet nel febbraio del 2004 a uso esclusivo degli studenti di Harvard, si era imbattuto in una specie di miniera d’oro: questo è evidente. Ma che cos’era quel minerale simile all’oro che «Lucky Mark» ha scoperto e continua a estrarre con profitti favolosi e in continuo aumento?

Così vengono descritti, sul sito ufficiale di Face­book, i vantaggi che avrebbero tentato, attratto e sedotto quel mezzo miliardo di persone, portandole a trascorrere nelle sue lande virtuali buona parte del loro tempo di veglia:

Gli utenti possono creare profili con foto, elenchi di interessi personali, dati di contatto utili e altre informazioni personali. Possono comunicare con amici e altri utenti tramite messaggi privati o pubblici e via chat. Possono inoltre creare o associarsi a gruppi d’interesse e pagine «mi piace» (quelle che fino al 19 aprile 2010 si chiamavano «pagine fan»), alcune delle quali sono gestite da organizzazioni che se ne servono come canale pubblicitario.

In altre parole, la prospettiva entusiasticamente abbracciata da vaste schiere di persone entrate a far parte degli «utenti attivi» di Face­book è la possibilità di avere due cose che sicuramente sognavano anche prima che Zuckerberg offrisse il servizio su Internet ai suoi colleghi di Harvard, ma che non sapevano dove cercare e trovare. Innanzitutto, quelle persone dovevano sentirsi molto sole, ma per un motivo o per l’altro trovavano troppo difficile sfuggire alla solitudine con i mezzi a loro disposizione. In secondo luogo, dovevano sentirsi penosamente trascurate, inosservate, ignorate e dirottate su un binario morto, esiliate ed escluse, ma anche in questo caso dovevano trovare difficile, se non impossibile, tirarsi fuori da quell’odioso anonimato con i mezzi a loro disposizione. Zuckerberg ha offerto loro gli strumenti per entrambi questi scopi, strumenti che fino ad allora avevano cercato invano e di cui sentivano terribilmente la mancanza. E loro hanno afferrato al volo l’occasione... Dovevano essere prontissimi, piedi ai blocchi di partenza, muscoli e orecchi tesi, in attesa dello sparo dello starter.

Come ha osservato di recente Josh Rose, direttore creativo digitale dell’agenzia pubblicitaria Deutsch LA: «Internet non ci ruba la nostra umanità: la rispecchia. Internet non si insinua dentro di noi: ci mostra ciò che sta dentro di noi». Rose ha perfettamente ragione. Mai incolpare il messaggero se il messaggio che ci consegna non ci piace, né elogiarlo se ci è gradito... In fin dei conti, se quel messaggio li rallegrerà o li getterà nella disperazione dipende dalle preferenze e dalle avversioni dei destinatari, dai loro sogni e incubi, dalle loro speranze e apprensioni. E ciò che vale per messaggi e messaggeri vale anche – in modo simile, anche se non proprio identico – per le offerte di Internet e per i loro «messaggeri», che le fanno apparire sui nostri schermi e le portano alla nostra attenzione. In questo caso a rendere buone o cattive, benefiche o nocive quelle offerte e il loro impatto sulla nostra vita, sono gli usi che di quelle offerte facciamo noi «utenti attivi» di Face­book, mezzo miliardo di persone. Tutto dipende da ciò che cerchiamo: i congegni tecnologici non fanno altro che rendere più o meno realistici i nostri desideri, più o meno rapida ed efficace la nostra ricerca...

Zygmunt Bauman - David Lyon, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida


_______________

Zygmunt Bauman è uno dei più noti e influenti pensatori al mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida», di cui è uno dei più acuti osservatori. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, per i nostri tipi ha pubblicato quasi tutti i suoi libri.

David Lyon dirige il Surveillance Studies Centre ed è docente di Sociologia e di Diritto della Queen’s University a Kingston, Ontario.



{disqus}


Seguici in rete

facebook twitter youtube   
newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su