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Gli italiani e la passione politica perduta - Giuseppe De Rita e Antonio Galdo

De Rita - Galdo, Il popolo e gli dei. (Particolare della copertina)

Gli italiani e la passione politica perduta
Giuseppe De Rita e Antonio Galdo

Il popolo e gli dei

La Grande Crisi ha separato con un abisso i diversi gironi della società e si è spezzata la catena di connessioni tra il popolo e l’élite - scrivono Giuseppe De Rita e Antonio Galdo ne Il popolo e gli dei. Così la Grande Crisi ha separato gli italiani -. Abbiamo ceduto sovranità a sfere sovranazionali e a oscuri poteri finanziari, coperti dall’impunità e inquinati dai conflitti di interesse. Siamo diventati sudditi di regni lontani. La politica e gli italiani non hanno più molto da dirsi. Il rapporto si è deteriorato e si è spento nella reciproca separatezza. Siamo un popolo vitale, dobbiamo però riprendere la strada dello sviluppo e recuperare sovranità. E soprattutto dobbiamo ridurre le distanze tra sempre più ricchi e sempre più poveri. Non si riaccende la fiamma dei desideri senza interpretarli, senza individuare un orizzonte condiviso, senza riscoprire il fascino di un sogno collettivo.


Antipolitica e populismo, che si nutrono entrambi del discredito delle classi dirigenti, si sono gonfiati nella faglia che si è aperta tra il popolo e gli dei, combinando tra loro tre fattori dirompenti in termini di sistema. In primo luogo la crisi dei partiti tradizionali, con le loro ideologie e la loro organizzazione, sostituiti in modo surrettizio, nella funzione di rappresentanza, da una sorta di “democrazia del pubblico”, televisivo e informatico. Nel vuoto della mediazione tra il capo e la folla, il leader e la moltitudine, si è accreditata nell’opinione pubblica la figura del personaggio carismatico, capace di interpretare le pulsioni e i malumori popolari. Ma la democrazia, per funzionare, ha bisogno comunque di connessioni, orizzontali e verticali, e non può restare sguarnita di un’organizzazione politica. Poco prima di morire, Stéphane Hessel, autore del fortunato pamphlet Indignatevi!, ha scritto un testo che sembra proprio riferito al caso italiano:

I partiti tradizionali si sono chiusi in se stessi, sono anchilosati e hanno bisogno di una scossa. Nonostante tutto, però, continuano a essere uno strumento essenziale della partecipazione politica. Bisogna ritrovare il gusto della politica, perché senza politica non ci può essere progresso.

E, aggiungiamo, una società complessa e sviluppata, come quella italiana, non sopravvive se viene schiacciata dall’invadenza della politica che la ingabbia, ma non sopravvive neanche senza una politica che la accompagni nella crescita.

Il secondo fattore che ha nutrito il populismo è legato agli effetti della crisi economica, con il suo carico di paura per l’impoverimento e per la perdita di sicurezze e di protezioni sociali. Disoccupazione in continua crescita, specie nelle fasce giovanili; redditi bloccati in termini di valore reale; erosione dei risparmi per garantire la tenuta degli stili di vita; riduzione della coperta del welfare, dalla previdenza alla sanità: sono tutti componenti esplosivi sul piano del malessere sociale, che diventano benzina sul falò del populismo. A un’ansia sulfurea di cambiamento si abbina una rabbia da smarrimento che non ha sbocchi, se non quello di sentirsi estranei al sistema sociale, senza avere neanche la forza di provare a cambiarlo dall’interno. La realtà diventa così un paesaggio osservato con lo sguardo di uno spettatore passivo.

La crisi economica in Italia è anche aggravata da un fenomeno di ingessatura di una società diventata sempre più corporativa, dove l’ascensore sociale è di fatto bloccato da molti anni. Il 44 per cento degli architetti sono figli di architetti, il 42 per cento degli avvocati sono figli di avvocati, il 40 per cento dei medici sono figli di medici: la trasmissione generazionale si è ridotta a un rigido esercizio del familismo.

Infine, non è estranea all’onda del populismo la perdita della sovranità che ha spinto i cittadini ad accettare la condizione di sudditi, insoddisfatti e rabbiosi, ma pur sempre sudditi. Siamo finiti così in un circolo vizioso dal quale non sarà facile uscire. Dopo sessant’anni di democrazia, il furto della sovranità è intollerabile, ma l’unico antidoto a questa espropriazione di massa resta il buon funzionamento della democrazia che, a sua volta, non può esprimersi in modo compiuto senza l’autorevole esercizio del primato della politica. Di fatto, il vero conflitto che si è aperto in Italia è tra democrazia e populismo, che non possono essere compatibili.

Il discredito dei partiti, e quindi della politica, ha azzerato le credenziali di un’intera classe dirigente. Forze politiche costruite ad personam, lungo la deriva della “democrazia del pubblico”, sono diventate dei contenitori di voti, di singole ambizioni e mai di sogni collettivi, con una surreale gestione del denaro pubblico che ha superato i limiti della decenza. Un dirigente politico, nei partiti che funzionavano, veniva selezionato dal conflitto interno ed esterno al proprio mondo di riferimento, cresceva nelle palestre delle sezioni, dei consigli comunali, delle assemblee rappresentative, dal più piccolo degli enti locali fino al parlamento. Un dirigente politico, nei partiti dell’onda populista, può ritrovarsi direttamente al governo dopo essere passato per qualche salotto televisivo o più semplicemente per avere superato la prova della cooptazione. Una classe politica che, con tutti i suoi difetti, era pur sempre sintonizzata con gli interessi e le aspirazioni di un popolo, è diventata “la casta”, una oligarchia disprezzata e censurata per i suoi comportamenti.

Ma a parte l’indignazione, talvolta demagogica, la fine della passione degli italiani per la politica va interpretata come una rottura profonda nel corpo sociale del Paese e come una dinamica che ha generato un vuoto nella rappresentanza. I punti di osservazione del fenomeno sono diversi. Innanzitutto l’astensionismo in forte aumento, che non appartiene a una fase decadente della nostra democrazia ma piuttosto si consolida, ad ogni tornata elettorale, come un dato strutturale, destinato a crescere di intensità. Siamo entrati in un’altra era geologica rispetto agli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, quando la quasi totalità dei cittadini italiani accorreva alle urne (il 94 per cento alle politiche, il 92 per cento alle amministrative, l’87 per cento alle europee) e non dava segni di stanchezza per il continuo ricorso al voto e per la cronica instabilità di un Paese che vedeva all’opera un governo all’anno. Alle ultime elezioni politiche del 2013, oltre 14 milioni di italiani hanno scelto di non recarsi alle urne, con un aumento di oltre 3 milioni in appena cinque anni, mentre gli aventi diritto al voto, nello stesso periodo, sono aumentati di 330.000 unità.

Quando gli italiani andavano a votare in massa, la politica appassionava e coinvolgeva, generava appartenenza quotidiana, nella durezza dello scontro tra le diverse famiglie-comunità dei partiti, anche perché riusciva a stimolare la crescita, individuale e collettiva, verso un’emancipazione nella scala sociale. La politica era un motore delle aspettative della società, includeva i cittadini con le loro diversità economiche e sociali, faceva sognare tutti e ciascuno di potere diventare altro da quello che si era. Una volta che si è rotto questo meccanismo, il distacco è stato inevitabile e tutti gli indicatori lo registrano.

[...] La furia popolare ha travolto la credibilità dei partiti, dei loro apparati e dei rispettivi dirigenti, e ha seminato alcune false convinzioni. Quella, per esempio, di non riconoscere valore alla professionalità del mestiere politico. Nulla di più sbagliato: la politica ha una tecnicalità che richiede mestiere, competenza, esperienza, tirocinio, e innanzitutto il radicamento in una cultura di riferimento. Chi esercita il lavoro politico nelle assemblee elettive deve conoscere i meccanismi, le regole, le funzioni, e ciò vale per un consiglio comunale come per la Camera o il Senato. La politica ha bisogno di autorevolezza, non di autoritarismo. Ha i suoi tempi, il suo linguaggio, la sua sintesi. E un valore etico che non è riconducibile soltanto al fondamentale comandamento di «non rubare»: senza un progetto, un orizzonte di lungo respiro, la politica diventa solo gestione dell’esistente e scivola nella dimensione del potere fine a se stesso.

L’eclissi di leadership, fenomeno in evidente crescita da alcuni anni, non può essere sostituita dal salvatore della patria di turno, dall’uomo della provvidenza. Con queste figure surrettizie si possono conquistare consensi, magari si vincono le elezioni, ma non si riesce a governare la complessità del Paese. La politica, infine, è realismo, nulla a che vedere con l’astuzia e la furbizia: solo con una buona dose di competenza intellettuale si comprendono le cose nei particolari, come diceva Niccolò Machiavelli, e si agisce con responsabilità.

[...] Riaccendere la scintilla della rappresentanza non è un’operazione semplice. Richiede innanzitutto uno sforzo preliminare: bisogna armarla, nel senso di attrezzarla, con idee, progetti e classe dirigente, al suo ruolo e ai suoi compiti. La politica ha bisogno di stare nella realtà delle cose, con una cultura di governo pragmatica e realista, e allo stesso tempo di riscoprire il fascino di un sogno collettivo, del pathos di una condivisione nazionale, di un impulso alla crescita del corpo sociale. Se resta piatta e vuota, come appare oggi, il suo primato spinge alla regressio­ne e non alla propulsione, e nell’ombra di questo arretramento si nascondono le peggiori insidie del populismo, dell’invidia sociale e del livellamento, che si contrappongono a una sana competizione e a una crescita verso l’alto della società. Per funzionare, secondo una efficace dinamica di rappresentanza democratica, la politica ha una necessità vitale di organizzazione, ancorata al progetto e al territorio. Di partiti, per essere espliciti. Con messaggi chiari in termini di condivisione e di appartenenza, con un blocco sociale di riferimento e con regole certe di democrazia interna. Di forze politiche che certamente non possono essere quelle della Prima Repubblica, dominate dall’ideologia e dagli apparati, ma che devono assumere una nuova fisionomia per penetrare, a largo raggio, nella società. E di dirigenti politici che non cedano alla tentazione di trasformarsi in una compagnia di giro che passa da un talk show televisivo a un altro senza soluzione di continuità. A vederli, come un gruppo di consumati attori sempre impegnati a studiare la parte da interpretare, padroni di un territorio un tempo riserva esclusiva di professionisti dell’intrattenimento e di cantanti, vengono naturali alcune domande: ma dove trovano il tempo per metabolizzare un pensiero, un’idea? E il tempo per accorgersi di quanto accade realmente attorno a loro, nella realtà del quotidiano e non nella finzione di uno studio televisivo? E il tempo per fare, oltre che per dire? Attrezzare la rappresentanza politica, attraverso un rilancio vitale e organizzativo dei partiti, avrebbe immediatamente un riflesso positivo anche sulle istituzioni che, citiamo le parole del filosofo Karl Popper, «sono come le fortezze e resistono se è buona la guarnigione».

Al momento, bisogna prendere atto del divorzio consensuale tra la politica e la società civile, due mondi che oggi sembrano non avere molto da dirsi. La politica è andata per la sua strada, prescindendo dalla dinamica della società e cercando sponde surrettizie, di volta in volta, con gli opinion maker, i saggi, i tecnici, gli esperti, come se la cooptazione di queste professionalità potesse colmare il vuoto delle leadership espressioni del corpo elettorale. E la società, nella parte alta, si è intestata una sorta di superiorità morale rispetto al ceto politico, fino ad assorbire le pulsioni populiste dell’antipolitica. Il rapporto è così deteriorato, per spegnersi nella reciproca separatezza. Il divorzio consensuale ha un aspetto positivo, perché potrebbe consentire a entrambi questi mondi di ristrutturarsi al loro interno, in autonomia, prima di sperimentare nuove strade di convivenza.

[...] Di fronte alla crisi della rappresentanza è giusto anche porsi una domanda: siamo alla fine di una storia, alla morte di un modello, o piuttosto nella pausa di un ciclo che dovrà ripartire? Noi, forse per inguaribile ottimismo, siamo per la seconda ipotesi, e restiamo convinti che il ciclo dello sviluppo ripartirà anche nei soggetti della rappresentanza. Magari quando le batterie saranno ricaricate, e si vedrà all’orizzonte una nuova forma di connessione tra primo e secondo popolo, tra decisione e consenso. È un percorso evolutivo, che dovrà radicarsi attraverso piccole cose e specifici ingranaggi nei quali ciascuno potrà esercitare un suo ruolo. Se abbiamo bisogno di forze politiche che non siano soltanto buie filiere del potere per distribuire posti, abbiamo anche bisogno di personaggi della società civile che entrino in politica accettandone i rischi e le regole, e senza chiedere paracaduti di protezione. Se abbiamo bisogno di persone che riportino la rappresentanza economica nel suo spazio di terzietà senza affannose rincorse di carriere politiche, abbiamo anche bisogno di classi dirigenti che nascano dal basso, dai cespugli della realtà e non attraverso i filtri della cooptazione imposta dall’alto.



Giuseppe De Rita - Antonio Galdo, Il popolo e gli dei. Così la Grande Crisi ha separato gli italiani


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Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis, è considerato tra i più autorevoli osservatori delle  trasformazioni economiche, sociali e istituzionali del nostro Paese.

Antonio Galdo, giornalista e scrittore, dirige il sito www.nonsprecare.it. Si è occupato spesso dei mali oscuri della società italiana, dalla pressione delle corporazioni fino alla crisi della nostra classe dirigente.



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