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Protagonisti delle nostre vite e non semplici comparse. Piccola bussola etica per i giovani di Savater

Fernando Savater: Piccola bussola etica per il mondo che viene - Particolare della copertina

Protagonisti delle nostre vite e non semplici comparse
Piccola bussola etica per i giovani di Fernando Savater

Piccola bussola etica per il mondo che viene

A vent’anni dal suo più grande successo editoriale, Etica per un figlio, con Piccola bussola etica per il mondo che viene, Fernando Savater, uno dei più brillanti filosofi contemporanei, torna a parlare con i giovani delle sfide etiche che la società, la politica di oggi e i cambiamenti tecnologici pongono loro: «Dobbiamo essere preparati, per poter essere protagonisti delle nostre vite e non semplici comparse».


Ragioni per l'etica
Per buona parte della giornata noi viviamo come se qualcuno muovesse i fili del nostro agire. Facciamo cose che abbiamo visto fare, che ci hanno insegnato a fare, che la gente si aspetta di vederci fare. Non sono molti i momenti nel nostro quotidiano in cui siamo pienamente consapevoli di ciò che facciamo, ma di tanto in tanto qualcosa ci risveglia dal nostro torpore obbligandoci a chiederci: «E adesso che faccio?», «Dico di sì o di no?», «Vado o non vado?». Tali domande aprono la strada a diverse possibilità etiche, che implicano una buona preparazione mentale e ci costringono a ragionare per individuare una risposta adeguata. Dobbiamo essere preparati, per poter essere protagonisti delle nostre vite e non semplici comparse.

La raffigurazione del mondo come un teatro è molto antica. Il filosofo Schopenhauer immaginava la vita come un palcoscenico in cui ciascuno di noi assiste dietro le quinte a uno spettacolo in cui i personaggi parlano, piangono, gridano, combattono, litigano e fanno la pace. A un certo punto, e senza alcun preavviso, una mano ci spinge e ci ritroviamo in mezzo al palcoscenico, dove veniamo coinvolti in una trama che conosciamo appena perché siamo arrivati quando l’opera era già cominciata e dobbiamo capire il più in fretta possibile chi sono i buoni e chi i cattivi, che cosa è bene dire o fare. Poco dopo pronunciamo il nostro monologo e prima di capire come andrà a finire siamo di nuovo spinti via, stavolta fuori dal palco e senza nemmeno poter assistere al seguito da dietro le quinte.

Non è il caso di deprimersi, dopotutto non sempre abbiamo un ruolo importante nell’opera. Possiamo passare intere giornate a recitare la parte delle comparse in scene pensate e scritte da altri. Però in certi frangenti ci piace essere protagonisti della nostra vita e riflettere sulle ragioni per cui agiamo come agiamo. Non si tratta di vivere in modo originale o di fare cose stravaganti, ma di analizzare il perché delle nostre azioni, valutare i nostri obiettivi, decidere se dobbiamo inseguirne di migliori o cambiare modo di procedere.

L’interesse dell’etica non risiede nel fatto che ci fornisce un codice o un insieme di norme che basta imparare e rispettare per essere buoni e mettersi in pace con sé stessi. In un celebre film dei Monty Python c’è Mosè che scende dal Sinai con tre tavole della legge tra le mani. Giunto dinanzi al popolo, gli si rivolge in tono solenne: «Vi ho portato i quindici comandamenti». Senonché in quel momento gli scivola via una delle tavole, che cade al suolo rompendosi e costringendolo a correggersi: «Volevo dire i dieci comandamenti». Ecco: l’etica non consiste nell’imparare dieci o quindici comandamenti o un paio di prontuari di buone maniere. L’etica è la pratica di riflettere su quello che decidiamo di fare e sui motivi per cui decidiamo di farlo.

Ma perché mai dovrei ragionare, essere consapevole delle mie scelte, allenarmi all’etica? Mi vengono in mente almeno due buoni motivi per cui non possiamo far finta di niente.

Il primo è che non abbiamo alternative. Ci sono numerose questioni che riguardano la nostra vita per le quali non ci è data la possibilità di ragionare o di esprimere la nostra opinione: non dipende da noi avere un cuore, digerire, inspirare ossigeno... Sono prerogative che fanno parte della nostra natura, del nostro codice genetico, del progetto sotteso alla nostra specie. Non possiamo decidere neppure il nostro anno di nascita, il nostro paese natale o i nostri genitori, per non parlare di com’è fatto il mondo. Gli uomini non sono onnipotenti, a nessuno è dato il potere di fare o disfare le cose a proprio piacimento. E tuttavia, se ci paragoniamo agli animali, è evidente che disponiamo di un ventaglio di scelte molto più ampio. Gli altri esseri viventi sono programmati per essere quello che sono, quello che l’evoluzione ha loro riservato. Sin dalla nascita sanno cosa fare per sopravvivere e come occupare il loro tempo. Non esistono animali stupidi. Spesso capita di imbattersi in illustrazioni in cui si vedono in sequenza scimmie e scimpanzé sempre più eretti finché, al termine della serie, compare l’immagine di un ingegnere col cappello. È questa l’idea che abbiamo della scala evolutiva: una sequenza che parte dalle specie inferiori e si conclude con l’essere umano. Ma se cambiamo punto di osservazione scopriamo che gli animali sono più perfetti degli uomini. Osservate il braccio di un gibbone o di una qualunque scimmia arboricola: è uno strumento di una precisione, una flessibilità e una potenza stupefacenti, basta vedere come sono in grado di issare un enorme peso in cima a un albero. Oppure pensate agli artigli di un leone, ideali per dilaniare le vittime, o alle pinne di un pesce, appendici straordinariamente utili, oltre che adattissime al loro scopo. Il limite delle altre specie è che ciascuna sa fare una cosa sola, è iperspecializzata. Alcuni animali nuotano, altri volano; alcuni usano il becco per cacciare, altri scavano buche nel terreno. È per questa ragione che quando cambia l’ecosistema incominciano a morire e ad estinguersi: perché non riescono ad adattarsi.

Gli uomini vengono al mondo dotati di un buon hardware fornito da Madre Natura, ma non sono programmati in modo specifico e devono dotarsi di un software che li aiuti a orientare le loro azioni sociali, i loro processi creativi, le loro ricerche intellettuali. Gli esseri umani non sono specializzati in nulla, e questa caratteristica si riflette nella loro anatomia: il braccio umano serve per arrampicarsi, però male; può sferrare colpi, ma nulla di comparabile a quelli inferti dal leone; può essere usato per nuotare, ma un delfino è un’altra cosa. Eppure gli uomini sanno fare tutte queste cose, e sanno anche suonare il piano, lanciare missili, indicare la luna, attraversare l’oceano in nave e forse, un giorno, saranno in grado anche di distruggere il pianeta, cosa che di sicuro non sarà mai alla portata degli animali. Gli uomini non sono fatti per svolgere un solo compito: per questo motivo possono scegliere tra cose diverse e hanno sviluppato strategie e stili di vita che permettono loro di abitare nel deserto e riprodursi ai poli. Questo ventaglio di scelte così ampio costituisce un indubbio vantaggio evolutivo.

D’altra parte, tale mancanza di specializzazione comporta una serie di responsabilità: la principale risiede nel fatto che come uomo devo scegliere che fare di me, che cosa posso accettare e che cosa devo rifiutare. Devo scrivere la mia parte nello spettacolo della vita. Devo decidere che cosa fare e giustificare la mia decisione: se voglio vivere come un uomo e non come un animale, è bene che io sappia per quale ragione ritengo sia meglio fare una cosa piuttosto che un’altra. A volte la spiegazione è semplicissima: ad esempio, se vivo all’ottavo piano e voglio scendere in strada, posso scegliere se prendere l’ascensore o buttarmi dalla finestra; salvo che la mia intenzione non sia quella di uccidermi, in un caso come questo potrò spiegare a chiunque, e con ottime ragioni, la mia scelta di usare l’ascensore. Ci sono però decisioni più difficili da prendere e da giustificare e che presuppongono una serie di scelte obbligate. Il filosofo Jean-Paul Sartre lo spiegò nel secolo scorso con una sentenza perentoria: «Siamo condannati alla libertà». Cioè: siamo liberi, ma non abbiamo la libertà di rinunciare alla libertà. Questa necessità di scegliere è caratteristica degli uomini e noi non possiamo rinunciare al nostro essere uomini. Siamo destinati a inventare il nostro destino senza seconde possibilità. È per questa ragione che gli uomini sbagliano, deludono, commettono atrocità, ma per la stessa ragione sono capaci di trasformare le loro vite e riempirle di contenuti. Riflettere su questa nostra natura e cercare le migliori spiegazioni per cui facciamo una cosa anziché un’altra costituisce parte del compito dell’etica.

La seconda ragione per cui dobbiamo fare i conti con l’etica è semplicissima. Gli esseri umani sono una specie vulnerabile: vanno incontro al deterioramento, muoiono, subiscono facilmente danni fisici, morali e sentimentali, non possono fare agli altri quello che vogliono, devono stare attenti al prossimo. La scelta etica, dunque, si impone perché siamo mortali. Se fossimo immortali potremmo fare qualunque cosa ci saltasse in mente. I primi cristiani si scandalizzavano nell’ascoltare e nel leggere le storie che avevano per protagonisti gli dei greci. Le divinità femminili erano lascive e arroganti, quelle maschili smargiasse e feroci, e tutte erano bugiarde e capaci di commettere nefandezze di ogni sorta che noi oggi condanneremmo come immorali. Non capivano, i primi cristiani, che gli dei non erano immorali, ma stavano fuori dalla sfera della moralità. Se sei immortale, se non puoi fare del male né a te stesso né agli altri, perché anche gli altri sono invulnerabili come lo sei tu, che senso ha avere riguardi verso il prossimo? Se tutti fossimo immortali, potremmo fare quello che ci pare gli uni agli altri, come accade nelle leggende sugli dei, che muoiono e poi resuscitano come se tutto accadesse in un mondo virtuale, menzognero, cinematografico. In realtà, gli dei non si uccidono né si amano: giocano ad uccidersi e fingono di amarsi.

La vita umana, invece, non è così: non è reversibile, segue una direzione e non ci dà la possibilità di tornare indietro. La nostra è un’esistenza fragile e irripetibile – ognuno ne vive una sola e unica – popolata di esseri vulnerabili che ad ogni istante sono in pericolo di morte, minacciati non soltanto dalla morte fisica, ma anche da altri tipi di morte: la morte sociale, la morte sentimentale, la morte di tutto ciò che si allontana e ci abbandona, la morte di tutto ciò che ci ferisce e ci rende tristi, soli e frustrati. Questa è la ragione per cui, come dicevo poc’anzi, dobbiamo avere riguardo per il nostro prossimo.

Riguardo è una parola molto efficace per spiegare in che cosa consiste un atteggiamento etico. Presuppone l’idea di guardare agli altri, di studiare come sono e di che cosa hanno bisogno. Una delle caratteristiche zoologiche degli umani è che sono capaci di leggere le espressioni facciali dei loro simili. Pochissime specie sono in grado di farlo, la maggior parte di esse non ha nemmeno un’espressione vera e propria. Le tigri, per esempio, fanno un’espressione feroce quando si apprestano ad attaccare la loro preda e un’altra, che non esprime nulla, quando sono quiete. Non conoscono altre smorfie né altre espressioni. Uomini e primati superiori, invece, possono esprimere tramite il volto una quantità considerevole di emozioni e possono anche riconoscere le emozioni nei volti altrui dalle facce che fanno, capire se sono tristi o allegri, se desiderano, invidiano o detestano... E sono in grado di riconoscere tutto questo perché sanno interpretare le espressioni facciali, sanno mettersi nei panni altrui e sanno provare empatia. Proprio l’empatia sta alla base di un refrain ricorrente in molte religioni e correnti etiche: «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te». Stiamo parlando, oltretutto, di un linguaggio (quello delle espressioni facciali) e di una capacità (l’empatia) universali.
Il condottiero Álvar Núñez Cabeza de Vaca, protagonista di avventure incredibili (fu il primo europeo ad attraversare il Mississippi, fu sciamano di una tribù e una leggenda riferisce che alla sua morte venne sepolto in una tomba sotto il letto del fiume dopo che il suo corso era stato deviato appositamente per permettere di scavare la fossa), scrisse – lui, abituato a naufragare spesso – un resoconto che si legge come un romanzo d’azione intitolato appunto Naufragi. In una delle storie raccontate nel libro, quasi sempre ambientate in una selva fittissima, il grande avventuriero avanza in compagnia di un gruppo di spagnoli tra le rapide di un fiume, a bordo di una zattera molto fragile costruita in fretta e furia per paura delle tribù di cannibali che si diceva abitassero sulle rive del fiume e fossero ferocissime. A un certo punto arrivano a un frangiflutti, la zattera cozza contro le rocce e si spezza, causando il solito naufragio. Due o tre membri dell’equipaggio affogano immediatamente, gli altri arrivano distrutti a riva, trascinandosi sulla sabbia, e quando, esausti, si sdraiano finalmente per rifiatare, ecco che dalla selva spuntano i cannibali. I naufraghi si guardano tra loro: sono così stanchi che non hanno la forza di reagire e scoppiano a piangere. Dopo un po’ Álvar alza lo sguardo e vede i cannibali, inginocchiati e disposti in semicerchio intorno a loro, che li stanno osservando, anch’essi in lacrime.

Questo riconoscimento della sventura e della fragilità è un sentimento proprio dell’essere umano. Quando definiamo una persona «molto umana» (cosa di per sé abbastanza stupida, visto che siamo tutti umani allo stesso modo), intendiamo dire che si tratta di un individuo sensibile alla vulnerabilità del prossimo, che non tratta gli altri come se fossero pupazzi di gomma. La persona «umana» è quella che quando ti vede col ginocchio insanguinato ti avverte e si preoccupa per te. Non c’è bisogno che qualcuno ci spieghi cosa fare, capiamo il dolore e la fragilità altrui perché tutti quanti siamo vulnerabili. Sono gli dei immortali quelli che avrebbero difficoltà a comprenderci. È questo il senso della leggenda dell’incarnazione di Cristo: un dio che vuole diventare umano per capire che cosa sentono gli esseri mortali e vulnerabili.

La libertà di scelta e la vulnerabilità della condizione umana stanno alla base dell’etica e ci impongono dei doveri. La riflessione etica si propone di aiutarci a comprendere come convivere meglio gli uni con gli altri, come godersi la vita nel modo migliore possibile. E anche se non esiste un codice universale, possiamo attingere dall’etica alcune idee utili e salde impiegandole come strumenti in grado di farci capire quale tipo di vita desideriamo. E siccome ogni giorno ci troviamo ad affrontare nuovi problemi, dobbiamo riflettere costantemente. Perché la vita della ragione non finisce mai e dura quanto la nostra intera esistenza.

Fernando Savater, Piccola bussola etica per il mondo che viene


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Fernando Savater (San Sebastián, 1947), uno dei maggiori intellettuali spagnoli di oggi, è stato docente di Filosofia per più di trent'anni nei Paesi Baschi e a Madrid. Laterza ha pubblicato tutti i suoi libri più importanti.


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