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Andrea Carandini: Su questa pietra

Gesù, Pietro e la nascita della Chiesa
letti da Andrea Carandini

Su questa pietra

Gesù rinominò il pescatore Simone “Kepha”, nome aramaico equivalente al greco “petra”, pietra, da cui “Petros”, Pietro. Il nuovo nome prefigurava un destino speciale.
Il mistero di Pietro, pescatore, primo apostolo, pietra angolare della Chiesa: un uomo mite, illetterato, di umana debolezza, eppure, alla morte di Gesù, capace di guidare la comunità cristiana. Da apostolo fragile a innovatore dell’orizzonte di predicazione voluto da Gesù, che estenderà fino ai ‘confini della terra’, dall’Oriente pagano greco all’Occidente incentrato su Roma. Un uomo la cui vita è costellata di momenti oscuri. Chi era realmente Pietro? È veramente arrivato fino a Roma? L’archeologia ci aiuta a scoprire la storia del primo apostolo, dalla sua casa a Cafarnao, in Galilea, dove ospitava Gesù, fino alla sua tomba (150 d.C. circa), rinvenuta sotto l’altare maggiore della basilica di San Pietro, finora mai adeguatamente spiegata.
In Su questa pietra. Gesù, Pietro e la nascita della Chiesa, Andrea Carandini, combinando l’analisi delle scritture all’indagine archeologica, ricostruisce la figura storica e umana dell’uomo cui Gesù affidò la fondazione della sua comunità.


Le sepolture di Pietro e Paolo, martiri trionfanti, si trovano ancora oggi dove erano nell’antichità, perfettamente conservate grazie alla continuità della cristianità in Occidente e del cattolicesimo in Roma.

Anche a Costantinopoli è esistita una continuità, ma rovesciata: la moschea Blu sovrasta il palazzo imperiale, conosciuto in minima parte; e la moschea e il mausoleo di Maometto II, il conquistatore turco della città, sovrastano il sottostante e irraggiungibile Apostoleion – la basilica in memoria degli apostoli costruita dentro le mura, sulla più alta collina della nuova capitale – al quale era connesso il mausoleo di Costantino e dei suoi successori.

Si trattava probabilmente di una basilica a croce greca, inserita in un quadriportico, con edifici di varia funzione ai lati. La basilica era coperta da bronzo dorato e con soffitto a cassettoni d’oro, conteneva le tombe degli apostoli a guisa di sacre stele – le immaginiamo come cenotafi – e aveva nel mezzo l’altare e al centro il sepolcro definitivo di Costantino, che agli apostoli si era equiparato. Il mausoleo, completato più tardi, possiamo immaginarlo simile ai mausolei imperiali di Elena e di Costantina in Roma.

A Roma, le tombe di Pietro e di Paolo prima e poi i loro «trofei», eretti intorno alla metà del II secolo d.C. in due periferie della città, avevano conferito alla comunità cristiana della città un’autorevolezza in un primo tempo seconda soltanto a Gerusalemme – dove si conservava il Santo Sepolcro – e poi senza confronto, ché la chiesa di Roma spiccava indiscutibilmente su tutte le altre. La chiesa madre di Gerusalemme già alla fine del I secolo d.C. era in crisi e ancor più decadde a partire dall’epoca di Adriano, quando i luoghi santi di Gerusalemme e Betlemme furono obliterati da culti pagani.

Soltanto con Costantino la Palestina ritrovò i luoghi santi cristiani: a Gerusalemme, il Golgota – dove Gesù era stato crocifisso e dove sarebbero state rinvenute le reliquie della croce, trasferite a Roma e a Costantinopoli – e il Santo Sepolcro; a Betlemme, la grotta della natività.

Roma era diventata il centro del cristianesimo, con una chiesa che aveva avuto un fondamento apostolico al massimo livello, da cui era derivata una responsabilità principale sulle altre chiese, documentata fin dalla lettera di Clemente ai Corinzi, del I secolo d.C. avanzato.

Fu Costantino a volere che il Santo Sepolcro rivedesse la luce a Gerusalemme. Fece obliterare i culti pagani di Giove e di Venere nel capitolium, ed eseguire uno scavo archeologico per asportare il terrapieno che aveva occultato quel luogo. Ad eseguire quanto richiesto da Costantino furono i vescovi Macario di Gerusalemme ed Eusebio di Cesarea, e la vecchia madre dell’imperatore, Elena, che a partire dal 326 rimase in Terra Santa per due o tre anni. Leggiamo in Eusebio, Vita di Costantino (3, 25-28):

Dato l’ordine, tutti... gli edifici della perdizione con le loro statue e i loro dèi furono eliminati e distrutti... [Costantino] ordinò che fosse rimosso e gettato quanto più distante possibile dal luogo anche il cumulo di pietre e legno che si era creato per effetto della demolizione... Fatte scavare le fondamenta stesse fino a una certa profondità, ordinò che quanto era stato contaminato dal sangue dei diabolici sacrifici, insieme alla terra ammonticchiata, fosse portato fuori, il più lontano possibile... Come comparve, pietra dopo pietra, lo strato di terra più profondo e finalmente, contro ogni aspettativa, si mostrò il venerando e antichissimo santuario della resurrezione del Salvatore, anche la grotta più santa fra tutti i luoghi santi riacquistò lo stesso aspetto che aveva nel momento della resurrezione..., attestando[la] con l’evidenza dei fatti... Adornò prima di tutto la santa grotta: era infatti il sepolcro... che recava in sé il trofeo della vittoria del grande Salvatore sulla morte.

Il Santo Sepolcro, ritrovato, isolato e ridotto, fu incluso in una teca ottagonale e protetto da un ambulacro rotondo chiamato Resurrezione o Anastasis, associato a una basilica. Un’altra basilica Costantino fece costruire a Betlemme, sopra la grotta della natività, anche questa rimessa in luce, dopo aver eliminato il sovrastante boschetto sacro ad Adone.

Mentre la Gerusalemme pagana, fondata da Adriano, veniva trasformata da Costantino in una nuova Gerusalemme cristiana, Roma diventava a sua volta – per quanto era possibile in una capitale ancora in gran parte pagana – la nuova Gerusalemme dell’Occidente.

Ciò fu possibile attuare nelle periferie o nelle parti del centro di proprietà imperiale. Elena aveva trasformato un salone della residenza esquilina del Sessorium in una basilica che chiamò Hierusalem (attuale Santa Croce in Gerusalemme), che dotò di un’abside e di un ambiente connesso alla basilica destinato ad accogliere una reliquia della supposta croce rinvenuta accanto al Golgota.

Intorno al 330 Elena, ottantenne, morì fuori Roma. Fu sepolta ad duas Lauros (Tor Pignattara), in un mausoleo connesso alla basilica circiforme dei Santi Marcellino e Pietro. Il corpo fu chiuso in un sarcofago porfireo con scene di vittoria sui barbari, forse già destinato al figlio imperatore. Intorno al 350 d.C. fu costruito il mausoleo di Costantina, collegato anch’esso a una basilica circiforme dedicata a sant’Agnese, dove la figlia dell’imperatore fu seppellita in un sarcofago porfireo a volute, che somigliava a quello che è stato attribuito a Costantino, conservato nel Museo archeologico di Istanbul.

Qualche tempo prima, Anastasia, sorellastra di Costantino, aveva costruito un titulus sopra la balconata della domus Augusti sul Palatino – dove forse risiedeva –, che veniva utilizzata per guardare i giochi nel Circo Massimo. È probabilmente in questa basilica che nel 326 fu celebrata la prima messa di un Natale fissato finalmente al 25 dicembre, giorno della festa pagana del nuovo Sole. Dietro la principessa e sorellastra, si intravede l’intervento dell’imperatore. L’associazione di questa basilica al Natale e alla vicina grotta del Lupercale dovettero farla apparire come una Betlemme romana.

Nel corso dei secoli è possibile osservare una migrazione degli epicentri della cristianità. Dalla religione interstiziale e sparsa nella Palestina di Gesù, con sede a Cafarnao, si era passati all’epicentro di Gerusalemme, con sede nel cenacolo, e poi alla Roma-Babilonia di Pietro e infine alla Roma-nuova Gerusalemme di Costantino. Chiusasi nel 64 d.C. l’età apostolica e distrutta Gerusalemme e il suo tempio nel 70 d.C. – Gesù aveva profetizzato che della casa del Padre suo non sarebbe rimasta pietra su pietra – era giunto non il regno di Dio ma la decadenza della chiesa madre in quella città, che comportò la progressiva separazione del cristianesimo dall’ebraismo. Nelle fonti di età traianea i cristiani appaiono già distinti dagli ebrei, alcuni dei quali continuarono tuttavia a credere nel Cristo anche dopo, fino alla tarda antichità.

Alla fine, si tentò di spostare l’epicentro della cristianità a Costantinopoli, cui si tentò di dare un fondamento apostolico. Qui Costantino fece edificare la basilica dell’Apostoleion, nel cui mausoleo furono allestite le tombe a guisa di sante stele degli apostoli, probabilmente dei cenotafi. Infatti non vi è notizia di traslazioni di reliquie al tempo di Costantino. Ma nel 357 d.C. Costanzo II fece traslare il corpo dell’apostolo Andrea, morto crocifisso come il fratello Pietro, da Patrasso nell’Apostoleion, per cui almeno le reliquie di un apostolo santificavano la nuova capitale. Nel 356 lo stesso imperatore aveva fatto traslare anche il corpo di Timoteo,alter ego di Paolo, sottratto a Efeso, e nel 357 forse anche il corpo di Luca sottratto a Tebe, il medico antiocheno ed evangelista che aveva seguito Paolo a Roma. Alla presenza simbolica degli undici apostoli e a quella reale di Andrea, erano stati aggiunti due collaboratori di Paolo, per rafforzare Costantinopoli rispetto ai «trofei» di Pietro e Paolo che si trovavano a Roma, il cui primato non era facile scalzare. Infine nel 359 Costanzo II trasferirà il sarcofago di Costantino dalla basilica nel mausoleo ad essa collegato, evidentemente solo allora completato, e dove poi verrà sepolto lui stesso. Le reliquie di Andrea, di Timoteo e forse anche di Luca furono collocate sotto un altare d’argento quando l’Apostoleion fu ricostruito e riconsacrato nel 550 d.C., e lì rimasero indisturbate fino al saccheggio dei Crociati del 1204. Cominciò allora la loro dispersione. Le reliquie di Andrea finirono ad Amalfi, quelle di Timoteo a Termoli e quelle di Luca a Padova.

Attraverso i secoli la religione di Gesù si era trasformata, da una variante della religione giudaica, in una fede sempre più diffusa e indipendente dalla sua matrice. E la matrice stessa mutò, perché amputata di quella sua variante, per cui dai diversi giudaismi si passò infine a un giudaismo solo. Il primo concilio ecumenico cristiano, voluto da Costantino e celebrato nel 325 d.C. nel suo palazzo di Nicea (ne restano le tracce tra le mura e il lago) aveva separato la Pasqua cristiana da quella ebraica. Fu solo dopo aver fissato la data della Pasqua cristiana che fu possibile stabilire definitivamente il Natale.

Nel corso del IV secolo d.C. la vocazione universale dei cristiani – maturata e sviluppatasi solo dopo la morte di Gesù – si era rafforzata e anche alterata in una vocazione imperiale, prima limitata alla famiglia dell’imperatore convertito ed estesa infine all’orbe dell’Impero. Si trattò di una colossale metamorfosi culturale, nata da un seme piccolo ma dalla forza germinativa inaspettata. Una metamorfosi che ha rivoluzionato il mondo antico, fino a farlo cadere in Occidente, e che ha improntato di sé il medioevo, l’età moderna e, in parte, anche l’età contemporanea.

Dopo quattordici secoli di interpretazione teologica della storia – tra sant’Agostino e Bossuet – si sviluppò la filosofia della storia, cioè la sua interpretazione alla luce di un principio, che trasse origine dalla fede biblica in un compimento futuro e che terminò, con la secolarizzazione del modello escatologico, in un punto di arrivo monisticamente inteso, ritenuto perfetto. Così la fede nella provvidenza, capace di risolvere il male e il dolore del mondo, è stata sostituita dalla previsione del progresso. Il tendere sempre in avanti di Paolo, la realizzazione della perfettibilità illimitata di Condorcet, lo spirito del mondo di Hegel e la società senza classi di Marx hanno trovato la loro humus nella tensione escatologica del messianismo. Isaia ha avuto la meglio su Erodoto in Occidente.

È duro pensare, come Burckhardt, che la continuità della storia sia senza un principio, una fondazione, una creazione, un progresso e una fine. «La coscienza storica moderna si è liberata della fede cristiana in un evento centrale di importanza assoluta – la morte e la resurrezione di Cristo – ma resta fedele ai suoi presupposti e alle sue conseguenze, cioè alla concezione del passato come una preparazione e del futuro come un compimento. Così la storia della salvezza fu ridotta all’impersonale teologia di uno sviluppo progressivo, in cui ogni stato attuale è il compimento di certe preparazioni storiche». Eppure la storia non ha un risultato ultimo e l’esperienza umana è costituita da continui fallimenti. La storia universale ha proseguito il suo corso di peccato e di morte, malgrado l’evento, il messaggio e la coscienza escatologici. I processi storici si sono rivelati imprevedibili.

Il messianesimo giudaico e l’escatologia cristiana hanno sviluppato, in forme secolarizzate, attività creative e tensioni rivolte al futuro che hanno fatto dell’Occidente cristiano una civiltà di rilevanza universale. L’ideale della scienza moderna di dominare la natura e l’idea di progresso sono emersi nell’Occidente, non nel mondo classico o in Oriente. Le esplorazioni e i commerci, che hanno portato alla conquista del globo, hanno trovato il loro esordio nelle missioni o conquiste spirituali «fino alla fine del mondo» di Pietro e degli altri apostoli, di Paolo e dei seguaci, nell’universalità cristiana tradotta solo infine nella religione dello stato imperiale. La storia particolare di Gesù e le storie universali della salvezza e dell’impero romano sono così diventate componenti essenziali della nostra civiltà. Poi l’impero romano d’Occidente è caduto, ed ecco succedere la storia medievale, moderna e contemporanea. Il cristianesimo ha generato, infine, le possibilità della secolarizzazione e delle stesse conseguenze anti-cristiane: Dioniso, Zaratustra, l’Anticristo, l’eterno ritorno, l’era moderna anti-cristiana: il primo giorno dell’anno uno, che fu il 30 settembre del 1888 (così Nietzsche in Ecce homo).

Ma torniamo a Pietro. Il primo apostolo – lo abbiamo visto – fu un primus inter pares, ed esercitò una funzione di guida che mai assunse una forma episcopale o papale monarchica. La stessa Chiesa madre di Gerusalemme era animata dal dibattito tra le diverse correnti, come quello a cui parteciparono Pietro, Paolo, Barnaba e Giacomo. Ci furono discussioni accese tra le varie correnti del cristianesimo originario e anche duri scontri, come quelli tra Pietro e Paolo e tra Paolo, Barnaba e Marco. Questi scontri suscitavano invidie, che ebbero come conseguenza persino dei martiri.

Pietro si era posto al centro fra le correnti, per tenere unita la Chiesa e in ciò consistette la sua funzione principale. La sua autorità fu riconosciuta sia dal conservatore Giacomo, fratello di Gesù, sia dal progressista Paolo, che Gesù non aveva conosciuto. Pietro non fu il primo vescovo né il primo papa di Roma, essendo stato in realtà molto di più: il primo apostolo di Gesù, inviato in una missione universale di cui fu il massimo garante e che ebbe Roma come termine. Pietro non trasse importanza dall’episcopato locale di Roma, da lui mai ricoperto; viceversa Roma trasse straordinaria rilevanza dal fatto che Pietro lì avesse concluso la sua missione apostolica, e lì fosse stato martirizzato e sepolto. Benché Paolo avesse cercato di relegarlo all’apostolato per i circoncisi, Pietro raccolse i suoi successi più duraturi proprio nell’edificare la chiesa moderata dei provenienti dal paganesimo, intermedia tra giudaizzanti ed ellenisti radicali, prima ad Antiochia e infine a Roma. La chiesa originaria non aveva gerarchia, come poi i quaccheri (Voltaire, Essai sur les moeurs).

La chiesa di Roma si strutturò in maniera diversa soltanto due generazioni dopo la morte di Pietro, quando gradualmente cominciò ad allontanarsi dalla prassi apostolica. Fu allora che comparve nella capitale l’episkopos monarchico, embrione del futuro potere assoluto dei papi medievali, a partire da Gregorio VII (1073-1085), che fondò una monarchia che si riteneva superiore non solo ai vescovi ma anche ai principi secolari.

La ragione delle lacerazioni nell’universo cristiano sta nell’ampliamento e nel potenziamento della concezione monarchica del papa, per cui Pietro, da simbolo di unità fra le diverse correnti cristiane, divenne – grazie ad una memoria sempre più alterata – motivo di divisioni, che tutt’ora permangono.

Per superare l’assolutismo papale, non sarebbe saggio, né veritiero diminuire Pietro, fino a farlo scomparire da Roma, magari facendolo morire anzitempo a Gerusalemme – città che mai ha rivendicato né la sua morte, né la sua sepoltura –, come se delle divisioni della chiesa fosse stato lui il responsabile e come se esse potessero essere riparate da una sua scomparsa dai confini del mondo. È questione, semmai, di una missione che appare solo oggi possibile: far tornare i vescovi di Roma all’esempio di Pietro, riducendo la monarchia sacrale e assoluta ad un «ministero petrino» di carattere funzionale, capace di far nuovamente fiorire il metodo collegiale, proprio della chiesa gerosolimitana nell’età apostolica e della chiesa romana fino almeno alla metà del II secolo d.C.

Un ministero petrino inteso nelle sue origini storiche sarebbe il solo capace di garantire – oltre la Curia arroccata nella tradizione medievale – la dialettica interna tra le diverse correnti e le varie personalità, indispensabile al rinnovamento della chiesa. In fondo, i papi sono eletti come lo furono i re di Roma, che però governavano aiutati da un consiglio e al cospetto di un’assemblea (comitium), la quale reagiva in vario modo davanti alle decisioni sovrane. Un ministero petrino accompagnato da un consiglio e che presieda un’assemblea di vescovi in grado di rappresentare la chiesa intera sarebbe l’unica via capace di favorire una riunificazione dei cristiani.

Bisognerebbe, in altre parole, disfare secoli di tradizione, varcare il Rinascimento, il Medioevo e l’imperialità tardo-antica, fino a ritrovare la roccia fragile, la debole grandezza di Pietro. Il ritiro dell’ultimo papa è un’occasione per ritornare a un vescovo di Roma che non sia il vicario di Cristo, ma semplicemente un vescovo locale che rimanda a quella collegialità di vescovi, attestata prima della metà del II secolo d.C., la quale ha governato una chiesa nel cui ambito Pietro e Paolo hanno predicato, sono morti martiri e sono stati sepolti e venerati. Tra vescovo di Roma e Pietro vi è, insomma, una discontinuità, che è quella degli apostoli di Cristo rivolti a una missione universale fino ai confini del mondo rispetto ai vescovi incardinati nelle singole comunità; una funzione, quella di vescovo, che Pietro e Paolo mai hanno ricoperto, perché si ponevano a tutt’altro e superiore livello, che rimase insuperato quando fu deciso che il numero degli aspostoli non sarebbe stato più integrato, per cui si esaurì senza seguito così che anche Pietro non fu seguito. Che l’autorità di Pietro e di Paolo si sia poi trasfusa prima nei vescovi e poi nel vescovo a capo della chiesa di Roma è qualcosa che si può intendere sia dal punto di vista religioso che storico. Ma la sequenza dei papi da Pietro in poi – Lino, Cleto, Clemente, Evaristo, Alessandro, Sisto, Telesforo, Igino... – è in buona parte un’alterazione storica, che appare anche religiosamente immotivata. Basti pensare che se Pietro fu il primo apostolo, pure fece parte con Giacomo e Giovanni di un triumvirato, il quale a sua volta spiccò rispetto agli altri nove apostoli, e questi ultimi spiccarono rispetto agli altri seguaci, in una diluizione d’importanza che va dalla centralità di Gesù e dei dodici apostoli, rimasta insuperata, fino ai vescovi delle numerose chiese locali.

Il fatto che Francesco, da poco eletto, dopo il ritiro dell’emerito Benedetto XVI, abbia chiamato sé stesso e il suo predecessore «vescovi di Roma» e non «papi» fa sperare che la Chiesa rifletta finalmente sui suoi due millenni di storia, tornando alle origini apostoliche e a Gesù, il che implica una soluzione di continuità, rispetto alla centralità apicale del suo supposto e assolutistico vicario. Altrimenti sarà il declino, la caduta del secondo e ultimo impero d’Occidente.

Francesco, vescovo di Roma venuto dai confini del mondo – non più Roma o la Spagna, ma l’Argentina –, che la sera della sua elezione ha pregato insieme ai romani davanti alla basilica, è il primo a non ricordare più gli imperatori affacciati dal palazzo sul circo. «Anche se Pietro fosse stato a Roma e anche se fosse stato vescovo di Roma, non poteva avere il trono dei Cesari» (Voltaire, Essai sur les moeurs). Le braccia ferme ai lati e l’aspetto sobrio e composto contrastavano con lo sfarzo architettonico e cardinalizio, promettendo la svolta: il ritorno a Pietro e a Gesù. Roma non è che la più importante delle chiese locali e il suo vescovo il più autorevole, ma nulla più. Il vicario infallibile che esige obbedienza assoluta e comanda su tutto e tutti è una versione ipertrofica e alterata di una realtà storica tramontata, alla quale il cristiano autentico non può che ritornare come al fondamento della sua peculiare spiritualità. Lo stesso Vaticano si trasformerà sempre più nel museo dell’assolutismo papale, dal quale il vescovo di Roma cercherà di distinguersi.

Chi ha scritto questo testo è un archeologo di Roma, agnostico.


Andrea Carandini, Su questa pietra. Gesù, Pietro e la nascita della Chiesa



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Andrea Carandini, professore emerito di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana alla Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università di Roma La Sapienza, è autore di scoperte archeologiche molto importanti sul Palatino. Nel 2009 è stato nominato presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. Ora è presidente del FAI.



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