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Giovanni Solimine: l’intellettuale critico scalzato dall’esperto "usa e getta"

Giovanni Solimine: l’intellettuale critico scalzato dall’esperto "usa e getta"

Giovanni Solimine interviene nel dibattito Gli intellettuali servono ancora? scaturito da uno scambio di opinioni tra Sergio Romano e Giuseppe Laterza (Corriere della sera 28 ottobre - 3 novembre).



Sergio Romano conclude l’intervento che ha innescato questa discussione, sostenendo che «l’Italia ha bisogno di scienziati, filosofi, pittori, scultori, romanzieri, poeti, studiosi ed esperti delle più diverse discipline, non di intellettuali».

Vittorini nel primo numero del Politecnico si augurava che potesse esistere «non più una cultura che consoli dalle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini». Non so se questo accostamento costituisca una forzatura, o se non si possa partire proprio da questa frase di Vittorini per interrogarsi sulla funzione sociale degli intellettuali e sul loro rapporto con la politica. Questo rapporto richiede che ci sia la volontà di instaurarlo da entrambe le parti, ma richiede anche che possa esistere un terreno su cui far avvenire questo incontro. Il ceto intellettuale è stato spesso protagonista dei processi di trasformazione politica, sociale e istituzionale, ed è stato capace di fare della cultura uno strumento di cambiamento: se ciò nel nostro Paese non avviene può dipendere dal mutismo e dal trasformismo degli intellettuali, ma anche dalla possibilità di confrontarsi con una politica che si ispiri a valori – mi perdonerà Romano se uso questo termine che a lui non piace – e non solo a interessi.

In Italia la dissoluzione del rapporto fra cultura e politica inizia negli anni Ottanta e si manifesta in una progressiva e reciproca incomunicabilità. Il fenomeno fu analizzato molto bene qualche tempo fa da Alberto Asor Rosa ne Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali (Laterza 2009).

Tra gli effetti collaterali di questa separazione metterei anche lo strano uso che talvolta si fa degli “esperti”: la politica non sa che farsene della cultura, l’intellettuale critico non serve più e gli subentra talvolta l’esperto usa e getta, al quale si può richiedere al massimo un contributo occasionale su singole questioni. La negazione del rapporto fra cultura e politica e la loro reciproca diffidenza sono infatti confermate proprio dalle 'parentesi' tecniche cui il paese è stato costretto a ricorrere nei momenti di crisi più acuta, seguiti alle rovine del craxismo (governo Ciampi dall’aprile 1993 al maggio 1994) e del berlusconismo (governo Monti dal novembre 2011 all’aprile 2013). La surroga tecnocratica e la quarantena della politica dimostrano che l’incapacità degli intellettuali di incidere e di farsi ascoltare è speculare alla sordità e alla autoreferenzialità della politica. Nell’esperienza italiana di questi ultimi decenni e in un quadro sostanzialmente bloccato, i due ceti possono alternarsi e tutt’al più conferirsi una delega, ma non sanno dar vita ad una sintesi virtuosa ed efficace.

Chiudo con una citazione da Asor Rosa: «Da Max Weber fino a Bobbio, l’intellettuale è quello specialista che traduce le proprie competenze in un discorso di carattere generale, e usa quest’ultimo come strumento per cambiare le istituzioni, la politica, la società, talvolta l’antropologia circostante» (p. 25). Romano, è proprio sicuro che l’Italia non ne abbia bisogno?

Giovanni Solimine



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