Password dimenticata?

Registrazione

Home > In questione

Gli intellettuali servono ancora? Confronto tra Sergio Romano e Giuseppe Laterza

GLI INTELLETTUALI SERVONO ANCORA? Confronto a distanza tra Sergio Romano e Giuseppe Laterza sul ruolo e l'utilità degli intellettuali nell'Italia di oggi

GLI INTELLETTUALI SERVONO ANCORA?

A partire da un confronto a distanza tra Sergio Romano e Giuseppe Laterza si è sviluppato un dibattito sul ruolo e l'utilità degli intellettuali nell'Italia di oggi. Eccone le tappe:

1. Scambio tra Sergio Romano e Giuseppe Laterza (Corriere della sera, 28 ottobre - 3 novembre 2013)

Il 25 ottobre 2013 Sergio Romano, sulle pagine del Corriere della sera, in risposta ad un lettore, scriveva:

Sergio Romano: A che cosa servono gli intellettuali italiani
È davvero così importante che siano di sinistra o di destra? La maggioranza della categoria mi sembra composta da persone che oscillano continuamente fra la provocazione e il conformismo, fra il desiderio di stupire e quello di fornire i propri servizi a un padrone generoso.

La generazione cresciuta durante il fascismo rappresenta,  a questo proposito, un esempio interessante. I suoi scrittori, artisti e giornalisti, erano stati allevati nei Guf (Gruppi Universitari Fascisti), avevano partecipato al Littoriali della Cultura, inviato quadri e sculture ai premi organizzati dai maggiori esponenti del regime, collaborato con Primato (la rivista di Giuseppe Bottai), partecipato alla realizzazione di film patriottici, chiesto e ricevuto favori e benefici.
Molti diventarono antifascisti nella seconda metà del 1942, vale a dire nell’anno in cui le potenze dell’Asse cominciarono a perdere la guerra. Vi sono casi in cui l’ultimo articolo fascista di una giovane promessa del giornalismo italiano precede soltanto di qualche settimana il suo primo articolo antifascista.Tutti ipocriti e opportunisti? Non sempre. I fascisti di sinistra speravano che Mussolini avrebbe fatto la rivoluzione e divennero comunisti perché erano, secondo una definizione di Giovanni Gentile, «corporativisti impazienti». Credevano nella «corporazione proprietaria», vale a dire in una forma di proprietà pubblica dei mezzi di produzione teorizzata dall’ala più radicale del partito; ed erano delusi dalla lentezza con cui il regime avanzava verso quell’obiettivo.
Non fu difficile, per questi giovani «rivoluzionari», trasferire le loro speranze dal fascismo al comunismo. In molti casi, tuttavia, il loro passaggio all’antifascismo fu facilitato dalla politica culturale di Palmiro Togliatti. Il leader del Pc aveva bisogno di intellettuali organici e li assolse dai loro peccati fascisti accogliendoli paternamente nella casa madre del comunismo italiano.
Paolo Mieli ha definito questa operazione «una assoluzione impartita al fonte battesimale di un partito politico». Mirella Serri ha scritto su questa vicenda un bel libro intitolato I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte 1938-1948 (Corbaccio, 2005). Da allora sono passati quasi settant’anni, ma alcuni caratteri del trasformismo intellettuale italiano sono sopravvissuti nelle generazioni successive.

Per concludere, l’Italia ha bisogno di scienziati, filosofi, pittori, scultori, romanzieri, poeti, studiosi ed esperti delle più diverse discipline, non di intellettuali.

Letto l'intervento, Giuseppe Laterza inviava a Sergio Romano una lettera, pubblicata sullo stesso Corriere della sera il 3 novembre 2013:

Giuseppe Laterza: Gli intellettuali esistono ancora e sono utili. Ecco perché
Nella sua risposta sul ruolo degli intellettuali italiani e sulla loro attitudine trasformistica mi ha colpito in particolare la sua conclusione, secondo cui l’Italia ha bisogno di «scienziati, filosofi, pittori, scultori, romanzieri, poeti, studiosi ed esperti delle più diverse discipline, non di intellettuali».

La cosa mi interessa particolarmente, visto che la mia casa editrice ha pubblicato i libri di molti autori che non saprei come definire se non «intellettuali». A partire da Benedetto Croce che fu filosofo, storico e critico della letteratura, ma il cui contributo alla cultura italiana mi pare non possa risolversi nella somma di queste competenze. E non è un caso forse se Croce decise di influire sugli orientamenti della classe dirigente italiana —a partire dagli educatori delle giovani generazioni— attraverso una rivista come La Critica e una casa editrice come Laterza. Non nego che il trasformismo sia stato un vizio anche di molti intellettuali italiani: ma non lo è stato anche di molti politici e imprenditori? Non è forse una caratteristica nazionale? E non pensa che nell’Italia del dopoguerra ci siano stati grandi intellettuali che con coerenza e pluralità di idee hanno contribuito a formare le nostre opinioni? Penso a filosofi come Bobbio e Garin, economisti come Sylos Labini e Padoa Schioppa, storici come Rosario Romeo e Renzo De Felice, scienziati come Margherita Hack, scrittori come Pasolini, per citare solo alcuni nomi. Persone che possedevano competenze specifiche ma che, mi sembra, abbiano contribuito a costruire diverse «visioni del mondo».Un’espressione non più di attualità dopo la (pretesa) fine delle ideologie, a cui sembrano essersi sostituite solo le competenze dei ‘tecnici’ e le suggestioni dei «comunicatori».

Eppure io ho il dubbio che gli intellettuali esistano ancora, magari in forme diverse... Ad esempio tra coloro che scrivono articoli e libri rigorosi ma rivolti al pubblico generale. Analisi che — anche quando non sono «tecniche» — possono servire a mettere le informazioni e le conoscenze in una prospettiva critica e in un contesto più ampio, cosa essenziale in un mondo complesso come quello in cui viviamo. Non vorrei sembrarle provocatorio (come quegli intellettuali che a lei non piacciono) ma — in questo senso almeno — a me pare che anche lei quando interviene sul Corriere o con i suoi libri su argomenti diversi di grande rilievo pubblico sia un intellettuale...

Questa la risposta di Sergio Romano (pubblicata sempre del 3 novembre 2013) alla lettera di Giuseppe Laterza:

Sergio Romano: Il trasformismo, un vizio italiano, ancor più grave per gli intellettuali
Caro Laterza, forse noi diamo alla parola «intellettuale» contenuti diversi.
Nella mia definizione l’intellettuale è certamente un erede di Voltaire e Zola, avvocati difensori di due grandi innocenti — l’ugonotto Jean Calas e l’ebreo Aldred Dreyfus — entrambi vittime di pregiudizi religiosi o razziali.
Ma col passare del tempo l’ambizione, la vanità, le lusinghe degli ammiratori e uno sproporzionato concetto di sé hanno persuaso l’intellettuale dei nostri giorni a considerarsi coscienza della società, custode di «valori» (una delle parole più inflazionate dei nostri tempi), arbitro dei nostri dilemmi politici e morali, oracolo e profeta.
Ascolto e leggo volentieri le opinioni degli intellettuali quando sono il risultato di studi e competenze professionali. Ma non riesco a comprendere perché una qualsiasi pubblica campagna per il raggiungimento di un particolare obiettivo politico o umanitario debba essere più autorevole quando l’appello è firmato da un poeta, da un romanziere, da un astronomo o da un premio Nobel.
Benedetto Croce fu un intelligente filosofo, un eccellente scrittore, un brillante storico e un grande animatore culturale. Ma la percentuale dell’errore, nelle sue valutazioni politiche, fu mediamente quella dei migliori esponenti della classe sociale a cui apparteneva. Lei ha ragione, caro Laterza, quando osserva che il trasformismo è una caratteristica della storia italiana e non può essere quindi imputato soltanto agli intellettuali. Ma forse il fenomeno è più grave quando concerne uomini e donne che si considerano maestri di vita e di pensiero.



Tutti gli interventi


{disqus}


In questione

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su