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Giovanni Bietti: Ascoltare Beethoven. Tempo, Spazio, Memoria, Contrasto

Beethoven

Tempo, Spazio, Memoria, Contrasto:
Il pensiero musicale di Beethoven in quattro categorie

di Giovanni Bietti

Ascoltare Beethoven

In Ascoltare Beethoven, Giovanni Bietti, musicista e compositore, tra i migliori divulgatori musicali italiani, racconta un gigante della musica di tutti i tempi. Una storia in quattro movimenti, al pari di una sinfonia di Beethoven, che svela l’uomo, il linguaggio, i generi e i segreti del suo laboratorio musicale.

Il Tempo, lo Spazio, la Memoria, il Contrasto: quattro categorie fondamentali del pensiero musicale di Beethoven, essenziali per penetrare a fondo il senso della sua opera e della sua poetica, che Giovanni Bietti esplora per prime. Quindi, il complicato e sempre appassionante rapporto tra arte e vita, il contesto storico e sociale del tempo, l’esperienza della sordità, la malattia che segnò drammaticamente la sua esistenza. Poi la forma-sonata, i temi, le armonie, gli altri elementi del discorso compositivo, i suoi rapporti con la musica popolare, cui si dedicò per oltre quindici anni, realizzando centinaia di meravigliosi arrangiamenti di brani provenienti da ogni parte d’Europa. Infine, la musica: le opere pianistiche, l’orchestra e le nove sinfonie, i quartetti, le visionarie, straordinarie opere tarde. È un racconto che solo un musicista avrebbe potuto scrivere su Beethoven. Ora provate ad ascoltare: nel cd allegato 49 tracce musicali ci accompagnano alla scoperta di questo meraviglioso universo sonoro.


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Come possono svilupparsi immagini sonore nella mente di un sordo? Come poteva Beethoven giungere alla definizione perfetta e compiuta delle sue idee musicali? Domande che generazioni di musicisti si sono posti.

Naturalmente ci fu chi lo chiese direttamente al compositore, e per nostra fortuna in una particolare occasione, “in un’ora propizia e di fronte ad un uomo intelligente” (Riezler), egli rispose.

La testimonianza, celebre e davvero significativa, viene riportata da un giovane musicista, Louis Schlösser, che incontrò Beethoven a Vienna più volte tra il 1822 e il 1823. Un lungo resoconto, che contiene molti passi di grande interesse per la conoscenza sia della biografia che della poetica beethoveniana. Il punto più importante è sicuramente quello in cui Schlösser, dopo aver sottoposto alcune composizioni al giudizio di Beethoven, gli chiede quale sia il suo metodo compositivo. Ecco la risposta:

Le mie idee le porto a lungo dentro di me, spesso molto a lungo, prima di metterle per iscritto. E la memoria mi è tanto fedele che sono sicuro di non dimenticare, anche per anni, un tema una volta che l’ho concepito. Faccio molti cambiamenti, scarto e tento di nuovo finché non sono soddisfatto. Poi comincio ad elaborare nella mia testa, allargo, restringo, spingo verso l’acuto e verso il grave e, poiché so cosa voglio, la concezione di fondo non mi abbandona mai. Essa si sviluppa, cresce, sento e vedo l’immagine in tutta la sua estensione, come di getto, così che non mi rimane che il lavoro di mettere per iscritto. Il che avviene rapidamente, a seconda del tempo che ho a disposizione, poiché alle volte lavoro a più cose contemporaneamente, ma sono sicuro di non confondere l’una con l’altra.
Mi chiede da dove prenda le mie idee? Non posso dirlo con certezza: mi vengono non so da dove, non chiamate, direttamente o indirettamente. Potrei quasi afferrarle con le mani, all’aperto, nei boschi, durante le passeggiate, nel silenzio della notte, all’alba. Sono stimolate da stati d’animo che nel caso del poeta vengono tramutati in parole, e nel mio in suoni: risuonano, fremono, si agitano, fino a quando prendono finalmente per me la forma di note musicali.


Come ognuno vede, si tratta di una testimonianza davvero affascinante che dà quasi la sensazione di entrare nel laboratorio compositivo di Beethoven. Proviamo ad approfondire, ad esaminare in dettaglio tutti gli elementi del pensiero e della prassi beethoveniana che Schlösser riporta.

- Intanto, la lunghezza del processo compositivo: le idee portate dentro di sé a lungo, “spesso molto a lungo”. Si tratta di una caratteristica riconosciuta da sempre come peculiarmente beethoveniana: Mozart scrive le sue ultime tre sinfonie in un’estate, Schubert le ultime tre grandi sonate per pianoforte in un mese. Beethoven – per fare solo due esempi – impiega quattro anni, dal 1804 al 1808, per scrivere la Quinta Sinfonia, e cinque per la Missa Solemnis. Dopo di lui, bisognerà attendere Wagner e Brahms per trovare processi compositivi altrettanto estesi, opere che crescono con tanta lentezza nella mente del loro autore.

- Poi la memoria, la capacità di conservare temi, disegni, arcate formali. Un aspetto che viene spontaneo mettere in relazione con la sordità del compositore, il cui rapporto con i suoni viveva in massima parte grazie alla memoria.

Proprio la memoria diventa uno dei fattori essenziali della poetica beethoveniana: è come se il compositore chiedesse al suo ascoltatore di condividere una parte del processo di elaborazione, del lavoro e della fatica che sono serviti per realizzare il brano. L’ascoltatore deve saper riconoscere le trasformazioni dei temi e dei motivi, deve saper cogliere il senso di risoluzioni e risposte a volte lasciate sospese per un intero movimento, o addirittura per una intera sinfonia.

- I ripensamenti e le continue rielaborazioni sono un altro aspetto che balza agli occhi. Anche in questo caso gli abbozzi conservati ci forniscono infinite testimonianze sul grado di rielaborazione che un tema poteva subire nel corso del processo compositivo (in alcuni casi conosciamo almeno venti o venticinque varianti di un tema; e il tema dell’Ode alla Gioia attraversò oltre cento diversi stadi di elaborazione).  

Una parte importante del fascino che le grandi composizioni beethoveniane continuano ad esercitare sugli ascoltatori dipende proprio dal fatto che esse appaiono in modo inequivocabile come frutto di un laborioso processo di elaborazione, di limatura, di ricerca della forma “giusta” per ogni singolo dettaglio del brano. Non è un caso che nell’analisi della musica di Beethoven si sia fatto spesso riferimento al concetto del modello biologico, “organico”: la forma musicale diventa un processo, un “divenire”, una vera e propria ricerca che parte da poche semplici note che vengono progressivamente trasfigurate, acquistando nuovo senso e nuovo significato musicale. Il modello per eccellenza di questo pensiero “organico” è la Quinta Sinfonia, nella quale i famosi “quattro colpi del destino”, quattro note, risuonano in tutti i movimenti in forma sempre diversa, e collegano tra loro tutte le parti del brano. L’ascolto di una composizione di Beethoven deve quindi essere vissuto come un’esperienza, un processo di conoscenza graduale.

- Poi c’è la ricerca di “spazio” nella composizione (“allargo, restringo, spingo verso l’acuto e verso il grave...”). Mai, in precedenza, le opere musicali avevano dato una simile impressione di conquista fisica dello spazio sonoro: i pesi, i volumi, le altezze, la profondità, i pieni e i vuoti sono senza dubbio una caratteristica distintiva della poetica beethoveniana fin dalle prime composizioni.

Quella stessa frase (“allargo, restringo...”) ci mostra un’altra categoria essenziale del pensiero beethoveniano: il contrasto espressivo, qui illustrato attraverso coppie di termini antitetici (largo/stretto, alto/basso). La forza senza precedenti dello stile di Beethoven, la pregnanza del suo gesto musicale sono spesso ottenuti attraverso contrasti elementari nel tessuto, nel registro, nella dinamica o nella sostanza strumentale: un fortissimo interrotto da un piano improvviso, un elemento nel registro più acuto della tastiera a cui segue immediatamente una vertiginosa discesa nella regione più grave, la contrapposizione pura, senza mediazioni, della sezione orchestrale dei fiati e di quella degli archi, e così via.

- Segue poi la celebre affermazione sulla “concezione di fondo”, ossia l’immagine complessiva del brano, l’idea formale e il “problema” compositivo a cui esso deve dare risposta (l’“insieme” della composizione, che Beethoven diceva di avere “sempre davanti agli occhi”). Alcuni studiosi, come Carl Dahlhaus, hanno dedicato pagine illuminanti a questo aspetto della poetica del musicista. Nessun compositore ebbe mai una consapevolezza formale superiore a Beethoven, per il quale la costruzione del brano, il rapporto tra i materiali musicali e il tempo sono oggetto di una incessante riflessione, costantemente rinnovata di opera in opera.

- C’è, inoltre, la capacità del musicista di lavorare a più composizioni contemporaneamente, ampiamente confermata dagli abbozzi oltre che, naturalmente, dalle date di composizione e di esecuzione di moltissimi brani. Questo aspetto può stupirci – stupiva già i contemporanei – per la differenza profonda e l’originalità di brani scritti nel medesimo periodo, ma in realtà tutti i predecessori di Beethoven lavoravano a più composizioni simultaneamente.

- La seconda parte della testimonianza, suggestiva ma forse meno rivelatrice, è incentrata su alcune delle rare affermazioni di Beethoven a proposito dell’ispirazione: da dove vengono le idee del musicista? Non abbiamo una risposta, ma alcuni indizi importanti: anzitutto, il “libro della natura”, la ben documentata usanza del compositore di effettuare lunghe passeggiate solitarie in campagna alla ricerca di idee musicali, abitudine che ha tra l’altro dato vita ad una ricca aneddotica. L’altro significativo elemento è la “traduzione”: le idee e gli stati d’animo diventano suggestioni sonore, e poi note. Certo, alcune testimonianze ci mostrano Beethoven che compone scrivendo parole, non note; ma qui siamo su un terreno molto delicato, quello del rapporto tra arte e vita, tra la biografia e l’opera, tra i suoni e gli elementi extramusicali. Un problema centrale e sempre aperto, e non solo a proposito di Beethoven ma anche di tutta la musica, almeno di quella cosiddetta “assoluta”.

Ma ciò che probabilmente ci impressiona di più in questa dichiarazione di poetica, la più importante ed estesa che ci sia stata tramandata tra tutte quelle espresse dal compositore, è il fatto che egli parli pochissimo dei suoni. Nella prima parte, quella più concentrata e illuminante, parla dell’“immagine” e delle “idee”, ma anche della lunghezza del processo di elaborazione, della memoria, dello spazio della composizione, della nettezza dei contrasti, della “concezione di fondo”. Ci rivela, in altre parole, delle categorie essenziali del proprio pensiero compositivo che si mostrano forse per la prima volta nella storia della musica, per lo meno con una simile chiarezza.

Giovanni Bietti, Ascoltare Beethoven


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Giovanni Bietti è compositore, pianista e musicologo. È il curatore delle seguitissime Lezioni di Musica, la grande iniziativa di divulgazione musicale che attira migliaia di persone negli spazi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, ed è tra i conduttori dell’omonima, fortunatissima trasmissione di Rai Radio3. Tiene regolarmente concerti-conferenze, direttamente al pianoforte, presso molti dei più prestigiosi Enti italiani, tra i quali il Teatro alla Scala, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro Petruzzelli di Bari, il Festival Mito-Settembre Musica di Torino e Milano, l’Orchestra da Camera di Mantova, il Festivaletteratura della stessa città, l’Orchestra Sinfonica Siciliana di Palermo. Come pianista e compositore si è esibito nei principali Festival italiani di musica contemporanea e collabora con artisti di fama internazionale.



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