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La vita non è in rima. Il Liga come non l'avete mai letto

La vita non è in rima (per quello che ne so)
Ligabue come non l'avete mai letto

#lavitanoneinrima

La vita non è in rima (per quello che ne so)

Da dodici ore di conversazione, undici capitoli live e una clamorosa anteprima: i testi del nuovo, attesissimo, album di inediti con il commento dello stesso Luciano Ligabue.

La vita non è in rima vuol dire da un lato che i conti non sempre tornano. Dall’altro che, per fortuna, non siamo costretti a vivere secondo uno schema precostituito. E anche questo libro ha uno schema libero. Al centro c’è la scrittura di Ligabue, in tutte le sue forme. Si parte dalle parole – delle sue canzoni, dei suoi libri, dei suoi film – e si arriva a parlare del suo modo di vedere il mondo.
La lingua e il dialetto, la famiglia e la politica, il dolore, la speranza, l’arte, il calcio, il sesso, l’amore, l’amicizia, la memoria, la felicità di riuscire a sentirsi – anche solo per un momento – «leggero, nel vestito migliore, nella testa un po’ di sole ed in bocca una canzone».

Luciano Ligabue incontrerà i lettori lunedì 14 ottobre a Roma [unica data].


Zero
I bisogni sono solo sogni raddoppiati?

Io voglio un mondo
all’altezza dei sogni che ho
Voglio volere

Io canto sempre guardando le facce delle prime file, sempre.

Non sono di quelli che cantano fissando un punto nel vuoto: ho bisogno di quel tipo di scambio. E quindi vedo come ognuno di loro canta le parole delle mie canzoni, con che tipo di partecipazione. Poi mi sembra di leggerne l’interpretazione. Facce che si aprono. Facce che lasciano venire su. È una specie di processo catartico a cui non resisto.

Sempre più facilmente, poi, quando vedo la lacrima silente, è difficile per me trattenere l’emozione. E mi si rompe un po’ la voce, spesso e volentieri. Mi sa che è qualcosa di irreversibile: sono sempre peggio da questo punto di vista. Insomma, un “rockertuttodunpezzo” direbbe che sto diventando sempre di più una mezza sega.

Comunque mi piace sottolineare che tutto questo movimento emotivo non dipende dalle parole, ma dalle parole cantate. Quello che voglio dire è che mi risulta difficile – ma soprattutto che trovo sbagliato – togliere le parole dalla musica, la musica della canzone, e mettermi lì ad analizzarle come parti indipendenti. Quando si parla di canzoni, una delle cose peggiori che si possono fare è proprio quella di provare a smontarle, pensando che sia più semplice o funzionale capirne un pezzo alla volta. Non si può. Per lo stesso motivo per cui, quando parli di emozioni – di mente e di anima – non puoi non fare i conti con il corpo.

Io vedo le canzoni come qualcosa di olistico, una vibrazione che ti arriva tutta insieme. Orecchie, mente, cuore, pancia, organi genitali... Le canzoni ti cambiano il respiro, che a sua volta ti cambia la postura, lo stato d’animo. Mi piace sperare che, quando le mie cose funzionano, abbiano per l’appunto questo effetto. Che la riflessione non stia davanti a tutto, ma arrivi assieme al resto.

«Cominciamo bene», penserai tu che ti appresti a farmi una «intervista sulle parole e i testi». Ma tanto valeva intenderci subito, fissando questa cosa un po’ come un’avvertenza, una modalità d’uso: ogni volta che parleremo di una canzone sarebbe bello se chi legge lasciasse emergere le sensazioni, il tono, l’umore prodotti dalla musica, dal suono, dalle vibrazioni, dagli arrangiamenti e da ogni parte di cui quella canzone è fatta. E poi se è vero che parlare di musica è difficile – perché la musica, più che raccontata a parole, va suonata o ascoltata e lasciata a produrre emozioni soggettive –, un tentativo qui e là voglio comunque farlo.

A volte mi chiedo se sia proprio la musica a facilitare l’apprendimento del testo a memoria. Probabilmente anche lì la risposta è che le parti sono inscindibili e funzionano, quando funzionano, solo insieme. Fatto sta che mi sento spesso grato per la possibilità che ho di vedere chi canta le mie canzoni di fronte a me. Sono contento di sapere che, comunque sia strutturato il processo di scrittura, in quel momento non ci sono filtri tra me e chi ho davanti. Che quello che ho scritto fluisce liberamente e arriva vivido a chi ascolta.

«Non mi sono mai sentito così bene fisicamente. E il bello deve ancora venire» (“La neve se ne frega”).

Senza contare, poi, la verifica di quanta potenza le canzoni possano esprimere. Se cominciamo dalla fine, l’esempio più recente e calzante è Il meglio deve ancora venire. Nel mio romanzo La neve se ne frega, DiFo – il protagonista – è certo che per lui sarà così: ma quelli vivono al contrario, ringiovanendo giorno dopo giorno. Io invece, fuori dalla fantascienza, questa frase l’ho scritta a cinquant’anni, sentendo il bisogno di sentirmela dire.

Sei qui per dire,
Mi devi dire che
Il meglio deve ancora venire.

Resta il fatto che ai concerti ho visto bene che cosa quella frase produce ogni volta. È una sorta di liberazione. Come se si formasse contemporaneamente, in chiunque la canta, una specie di fiducia: andrà così. Ha il potere di dare una certa energia. Ovviamente la musica è decisiva per quell’effetto. Oltre alla melodia su cui poggia quella frase, su accordi belli “aperti” in maggiore, c’è un’altra melodia – suonata dalla chitarra – che serve a tessere una sensazione d’insieme. (In molti dei miei pezzi, nei ritornelli, mi piace mettere un’altra melodia – un ostinato, un controcanto – a incrociarsi con quella che sto cantando. È come se si potessero seguire due strade, ma nella realtà già a un secondo ascolto si resta sulla melodia principale, mentre l’altra resta – come dire – di servizio).

Se è vero che il mondo là fuori è fatto di realtà, è altrettanto vero che la realtà è fatta in gran parte del nostro modo di vedere. Il fuori che vediamo è legato al nostro dentro. Tu sai che cosa succede al terzo piano del condominio qui di fianco in questo momento? Non puoi saperlo, però se adesso ti chiedo: okay, secondo te che cosa succede? per forza ti ritrovi a pensarlo con il tuo dentro: devi proiettare. La nostra idea del fuori – dal nostro vicino di casa a quello che sta succedendo a Shanghai – dipende, certo, anche dalle informazioni che riceviamo attraverso Internet, giornali e tv: ma alla fine è il nostro modo di vederlo che fa sì che il “fuori” sia in un modo piuttosto che in un altro.

«Se vi è rettitudine nel cuore, vi sarà bellezza nel carattere / Se vi è bellezza nel carattere, vi sarà armonia nella casa / Se vi è armonia nella casa, vi sarà ordine nella nazione / Se vi è ordine nella nazione, vi sarà pace nel mondo» (Confucio).

In questo caso ho visto in quanti avevano voglia di sentirsi dire che «il meglio deve ancora venire». E ancora di più in quanti avevano bisogno di dirlo ad alta voce o – meglio ancora – di cantarlo.

Beh, è evidente che nessuno te lo può garantire. Ma è altrettanto evidente che pensarlo possibile ti spinge a darti da fare, intanto. Perché se ti rassegni, se pensi che invece il meglio sia passato, allora ti metti nel tuo angolo, immobile, ad aspettare l’arrivo del peggio.

Certo, è stato buffo vedere quella frase sui giornali quando Barack Obama è stato rieletto. Tutti quei titoli che traducevano un passo del suo discorso, riportando a caratteri cubitali «il meglio deve ancora venire». Mi sono arrivati parecchi messaggi, quel giorno, da amici e colleghi che dicevano più o meno: hai finito di rompere i coglioni? Non hai già fatto abbastanza? Ora ti metti a scrivere anche i discorsi dei politici?

«Quando canto, so che non lo sto facendo per caso, so che quelle cose le ho già sentite, che qualcuno le ha già dette, che una particolare voce le ha pronunciate. Una buona metà delle mie canzoni ricade in questo schema» (Bob Dylan).

Se l’ha detto Dylan...

Scrivere è anche il riverbero dell’impatto che la scrittura di altri ha avuto su di te in certi momenti.

Quella che poi è diventata la copertina del mio primo disco (Ligabue, uscito nel 1990) ne è un po’ un esempio. Era una specie di brochure che avevo fatto con i testi dell’album e con tutto un intarsio di citazioni prese dal cinema, dalla letteratura, dai fumetti, dalla tv. Pensavo che una casa discografica sarebbe stata forse catturata un po’ di più se – una volta ascoltato il mio disco – avessero potuto apprezzare quella specie di biglietto di presentazione. Ovviamente era un’illusione. Però quella è rimasta la copertina dell’album. E mi piace che ancora oggi chi l’ascolta si possa divertire a frugare fra quelle cose che non hanno nessuna pretesa, se non di raccontare il più velocemente possibile parte del mondo da cui quel disco proveniva.

Rivedo con tenerezza ma anche con piacere tutto quell’immaginario che andava dal mago Silvan a Van Gogh, da Groucho Marx al caporale Rusty di Rin Tin Tin. C’erano Tom Waits e Nicolò Carosio, Cary Grant e Charlie Chaplin, i Rolling Stones e Woody Allen. C’erano Bukowski, Oscar Wilde, Peter Handke e Kafka a mescolarsi con mia nonna Ermelina («L’è d’mei aver avu che aver da aver», ovvero: è meglio aver avuto che aver da avere), con il Colonnello Bernacca che faceva le previsioni del tempo prima del tg, con la pernacchia di Alvaro Vitali e con il «per mille scuri» di Zagor. In mezzo – mimetizzate fino a un certo punto – c’erano anche un paio di finte citazioni. Avevo anagrammato il mio cognome, firmandomi Giuleba o Bugiale: così, giusto per il gusto di infilarmi in mezzo a quella bella compagnia. L’ultima diceva: «I bisogni sono solo sogni raddoppiati?».

Sai che ancora non lo so...

Luciano Ligabue, La vita non è in rima (per quello che ne so)
Intervista sulle parole e i testi a cura di Giuseppe Antonelli

#lavitanoneinrima

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Luciano Ligabue, nato a Correggio il 13 marzo 1960, canta dal 1987 le canzoni che compone. È autore e interprete di oltre 130 canzoni, pubblicate in 17 album. Ha pubblicato due raccolte di racconti (Fuori e dentro il borgo, 1997, Premio Elsa Morante, e Il rumore dei baci a vuoto,2012), il romanzo La neve se ne frega (2004, Premio Giacosa e Premio Speciale Fregene) e la raccolta di poesie Lettere d’amore nel frigo (2006). Ha scritto e diretto due film: Radiofreccia (1998, presentato a Venezia, vincitore di tre David di Donatello, due Nastri d’argento e tre Ciak d’oro) e Da zero a dieci (2002, presentato al Festival di Cannes). Nel 2004 l’Università di Teramo gli ha conferito la laurea honoris causa. Nel 2010 ha vinto il Premio Truffaut al Giffoni Film Festival e il Premio Vittorio De Sica per il cinema italiano.

Giuseppe Antonelli è nato ad Arezzo nel 1970 e vive a Roma. insegna Storia della lingua italiana all’Università di Cassino, collabora all’inserto culturale del “Sole 24 ore” e conduce su Radio Tre la trasmissione settimanale La lingua batte. Nei suoi studi si è occupato soprattutto di romanzo settecentesco, di epistolari ottocenteschi e di vari aspetti dell’italiano contemporaneo. Uno di questi è proprio la lingua della canzone italiana, a cui ha dedicato numerosi saggi e, da ultimo, il volume Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato (Bologna 2010).


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