Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

Processo alla finanza. Riflessioni per un verdetto

Salvatore Rossi, Processo alla finanza

Processo alla finanza. Riflessioni per un verdetto
di Salvatore Rossi

Processo alla finanza

Dopo che il mondo intero è stato colpito da una gravissima crisi i cui postumi sono ancora ben visibili, si sono levate alte voci, sia dalla gente comune sia da insigni intellettuali, a esecrare il mostro finanziario e l’impotenza dei popoli verso di esso. È una caccia alle streghe? Oppure è sacrosanta indignazione contro autentici soprusi?
Per capirlo occorre una seria riflessione, sostiene Salvatore Rossi in Processo alla finanza. Anzi, occorre istruire un vero e proprio processo, con tutte le garanzie procedurali, in cui si dia equamente la parola all’accusa e alla difesa. I passi consisteranno nella identificazione dell’imputato, poi nella esposizione dei capi d’accusa, dei fatti, degli argomenti dell’accusa e della difesa. Seguiranno riflessioni che cercheranno di sceverare le buone ragioni dalle cattive, lasciando ai lettori – i giudici in questo processo – il compito di formarsi il proprio verdetto finale.


Riflessioni per un verdetto

L’arringa finale dell’accusa
Sono fondate le invettive contro la finanza, le banche, i banchieri? Questo pubblico ministero sostiene di sì. I risparmiatori, i clienti delle banche, i semplici cittadini hanno ogni ragione di lamentare quello che è successo nel mondo, in particolare negli ultimi sei anni, da quando, nell’estate del 2007, trapelarono le prime avvisaglie della crisi finanziaria che avrebbe poi coinvolto l’intero pianeta.

Abbiamo assistito a una sbornia collettiva, alimentata dai meccanismi della finanza moderna e dalla spregiudicatezza dei suoi operatori. Questi hanno troppo di frequente tradito la fiducia riposta dai risparmiatori e dalle piccole imprese, che affidavano loro in gestione i risparmi o da cui attendevano sostegno finanziario; hanno manifestato una perversa tendenza a eludere regole e supervisione imposte dalle autorità pubbliche, quando c’erano, o a brigare perché le regole fossero lasche e la supervisione tenue e distratta. I politici e gli organismi pubblici di regolazione e supervisione hanno rinunciato a fare il loro mestiere, si sono girati dall’altra parte o si sono fatti addirittura complici degli operatori privati.

«Questa volta è diverso!», ci dicevano prima della crisi, come rammentano Reinhart e Rogoff. Ma non è mai diverso, in realtà. È sempre «the same old story» (la stessa vecchia storia), come cantava il vecchio Dood­ley Wilson in Casablanca. È il debito. Il benedetto e maledetto debito. A un certo punto qualcuno, un monarca, una banca, un governo regionale, una comunità di famiglie, s’indebita troppo. Nei confronti di chi? Di banche, dei propri stessi sudditi/cittadini, del governo centrale, dei risparmiatori o dei governi di altri paesi. C’è sempre una complicità, naturalmente, fra chi fa troppi debiti, chi glielo consente prestandogli troppi soldi e chi intermedia fra queste due categorie di soggetti. Tant’è. Viene sempre una resa dei conti, in genere quando chi ha prestato si fa improvvisamente venire il dubbio che il debitore sia in difficoltà e non possa restituire il debito. Quindi: panico del creditore, richieste affannose di rientro che aggravano le difficoltà del debitore; i due si avvitano in un circolo vizioso che fa saltare il precario equilibrio e trascina tutti nel baratro.

È sempre la stessa storia, intrisa di superficialità, avidità, presunzione, pretesa furberia. Sentimenti elementari, vecchi come il genere umano. Che danno luogo invariabilmente a quello che gli economisti chiamano «fallimento del mercato», cioè a una situazione in cui il libero esplicarsi dei comportamenti dei soggetti privati, nel grande mercato di tutto ciò che è oggetto di scambio economico, fallisce nella sua capacità di contemperare gli interessi privati con l’interesse pubblico, capacità che di norma possiede (la «mano invisibile» del mercato). Se il mercato fallisce, per garantire l’interesse pubblico occorre l’intervento di un soggetto anch’esso pubblico, da cui promani una disciplina forzosa: un trattato internazionale, una legge, un regolamento.

Gli incroci stradali nelle nostre città, quando hanno un minimo di complessità per volume di traffico o conformazione, non vengono lasciati all’autodeterminazione degli automobilisti. Anche se questi fossero animati dalle migliori intenzioni cooperative (e non fossero invece pirati della strada, un tipo spesso osservato nelle vicende finanziarie), essi in pochi minuti si aggroviglierebbero in un ingorgo. Gli incroci sono regolati da dispositivi automatici (semafori); quelli particolarmente problematici sono anche presidiati da vigili urbani, che risolvono con flessibile discrezionalità situazioni che il semaforo non sbroglia, o può addirittura creare. Nell’esercitare il suo giudizio, il vigile comunque si atterrà a linee guida che sono scritte nel codice della strada e nel regolamento di polizia urbana di quella specifica città.

La finanza è fatta di incroci la cui complessità e pericolosità oltrepassano di molte volte quelle di un grande snodo stradale di Los Angeles o di Nuova Delhi. Occorrono codici, regolamenti, semafori e vigili urbani in quantità.

Negli anni ’90 e nel primo decennio di questo secolo l’esigenza per i responsabili politici e amministrativi di fissare regole che proteggessero i risparmiatori e il sistema dagli eccessi di rischio e dalla loro stessa cecità nei confronti del rischio è stata negletta in molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, epicentro della crisi.

Robuste correnti di pensiero economico hanno blandito, incoraggiato quella negligenza. Se fino agli anni ’60 era prevalso un paradigma teorico che vedeva nella regolazione un basilare interesse pubblico, si è successivamente affermata l’idea che il mercato potesse porre riparo da sé a quasi tutti i suoi propri fallimenti; che in particolar modo avrebbe saputo farlo il mercato della finanza, in cui le informazioni vengono ingurgitate e ruminate con la massima rapidità ed efficienza; che l’autorità pubblica, governo o agenzia di regolazione, potesse solo combinare guai, perché meno competente dei partecipanti al mercato, o più catturabile da interessi privati.

Dagli anni ’90, su quelle correnti di pensiero è stata edificata nell’area angloamericana, da lì diffondendosi in tutto il mondo, una sorta di religione. Negli Stati Uniti l’hanno alimentata e propagandata esponenti politici di entrambi i grandi partiti, non solo i repubblicani di Ronald Reagan e dei suoi successori, ma anche i democratici di Bill Clinton.

In quel paese il sistema di regole da applicare alla finanza e gli organismi pubblici chiamati a farle rispettare sono stati sistematicamente indeboliti dall’azione congiunta dell’Amministrazione e del Congresso. In particolare, si è lasciato che l’attività di controllo e supervisione restasse fortemente frammentata. Alla vigilia della crisi vi erano negli Stati Uniti circa cento enti, fra statali e federali, con il mandato di esercitare una qualche forma di regolazione/supervisione nei confronti dei mercati e degli intermediari finanziari. La crisi ha portato al centro del dibattito la pletoricità di questo apparato, controfaccia della povertà e inefficacia delle norme. Ma ancora nell’estate del 2012, come rammenta un rapporto di Thomson Reuters, nessuna riforma sostanziale era stata fatta per rinsaldare il sistema attraverso una sua semplificazione: un solo ente soppresso (Office of Thrift Supervision), ma uno nuovo creato (Consumer Financial Protection Bureau).

Tutti questi enti di controllo sono scarsamente coordinati fra loro, guardano ciascuno a un aspetto parziale, spesso ritagliato secondo criteri burocratici anziché rispecchiante la realtà del mercato e degli operatori. Il risultato è che il sistema finanziario americano viveva, e tuttora vive, in una situazione di prevalente autoregolamentazione, lacunosa e fallace.

Questo ufficio del pubblico ministero non ha che una richiesta: la finanza sia condannata, all’ignominia, a un drastico dimagrimento, agli arresti in una cella di sicurezza, angusta e sorvegliata a vista.

L’arringa finale della difesa
L’economista americano di origini indiane Raghuram Rajan, dell’Università di Chicago Booth School, ha raccolto in un suo libro recente una summa di analisi e proposte per venire a capo della questione della crisi, delle sue possibili soluzioni, della prevenzione di crisi analoghe in futuro.

Rajan è famoso per i suoi meriti accademici, ma anche per avere lanciato con largo anticipo, nell’estate del 2005, un serio allarme riguardo al precipizio finanziario che stava per aprirsi nel mondo a causa di patologie pervicacemente ignorate. L’occasione per lanciare l’allarme fu il più importante raduno mondiale di banchieri ed esperti di moneta e finanza, organizzato come ogni anno dalla Federal Reserve (la banca centrale americana) a Jackson Hole (una remota località di vacanza nel Wyoming). Il suo intervento fu accolto dagli astanti con molti sopraccigli alzati e, dopo la sua diffusione, non fu molto ben visto dalla generalità dei circoli accademici, istituzionali e politici, americani e internazionali, i quali, in quel momento più che mai, pensavano di vivere in una età dell’oro senza fine.

Forte di questa benemerenza, che lo pone al riparo da ogni sospetto di complicità con la finanza pre-crisi, Rajan sostiene che la finanza è il «cervello» del capitalismo (metafora a cui si potrebbe sostituire quella di sistema circolatorio, ma la cosa qui non rileva): essa provvede, al tempo stesso, capitale di rischio agli innovatori di tutto il mondo, strumenti di risparmio a chi è pensoso della propria vecchiaia, tecniche per trasferire denaro alle famiglie dei migranti. La prima funzione è cruciale: il governo, l’autorità pubblica possono fare utilmente ed efficacemente tante cose, concede Rajan, ma guidare il cambiamento e l’innovazione proprio no, questo davvero oltrepassa la loro competenza e anche la loro volontà.

Rajan individua la principale fra le «linee di faglia» che attraversano il mondo e lo espongono al rischio di terremoti devastanti nel conflitto permanente di obiettivi fra democrazia politica e capitalismo finanziario: l’efficienza perseguita dal secondo può infliggere a parti della società danni collaterali che un governo democratico non può tollerare; tuttavia, aggiunge, i due sistemi devono trovare il modo di contemperare il loro obiettivi, poiché sono entrambi necessari, in quanto ciascuno compensa i difetti dell’altro.

Il punto nodale su cui conviene interrogarsi, proprio nello spirito di trovare l’equilibrio che Rajan invoca, è quello del ruolo dell’autorità pubblica nel mercato bancario e finanziario: norme, regole, supervisione. L’accusa ha ricordato, con efficacia oratoria, i vantaggi di una forte presenza pubblica in termini normativi e di controllo. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, che non va mai dimenticata: l’intervento pubblico, anche quando è giustificato da un fallimento del mercato, può fare altrettanti o maggiori danni di un non-intervento, se è mal congegnato e male eseguito. In particolare, poiché regole e controlli impongono costi ai soggetti privati che devono sottostarvi, bisogna che essi siano efficienti, che raggiungano cioè il massimo risultato, in termini di tutela dell’interesse pubblico, col minimo onere a carico degli interessi privati, la cui libertà d’azione viene limitata e convogliata entro un tracciato stabilito.

In questi tempi di riflusso anticapitalista innescato dalla crisi, si rischia di gettar via il bambino con l’acqua sporca. Lo storico della finanza Allan H. Meltzer, dell’Università Carnegie Mellon, nel suo libro più recente rammenta come ogni regolazione pubblica sia, per sua natura, statica; mentre il mercato che essa intende regolare è dinamico. Una regola è socialmente utile se mantiene i costi privati che essa stessa impone al di sotto dei costi sociali della non-regolazione, altrimenti istiga solo alla sua elusione.

Questa difesa chiede che la finanza sia assolta dagli addebiti che le vengono imputati per la sua intrinseca, fondamentale utilità al genere umano. Che sia, certo, disciplinata da un’autorità pubblica, ma nella misura minima possibile, per non mortificare il sano dispiegarsi delle energie private, solo motore di progresso.

Salvatore Rossi, Processo alla finanza, pp. 93-100


_________________________________

Salvatore Rossi è Direttore generale della Banca d’Italia. Per i nostri tipi ha pubblicato: La regina e il cavallo. Quattro mosse contro il declino (20062); La politica economica italiana. 1968-2007 (nuova edizione, 20083); Controtempo. L’Italia nella crisi mondiale (2009).



{disqus}


Seguici in rete

facebook twitter youtube   
newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su