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Il maschilismo è vivo e gode di ottima salute


Il maschilismo è vivo e gode di ottima salute. Chiara Volpato e la psicosociologia del maschilismo

Psicosociologia del maschilismo

Il maschilismo è ancora tra noi. Potente e obsoleto, irritante e capitale, continua a condizionare la nostra vita collettiva. Quali sono i processi psicologici e sociali che sorreggono il fenomeno, frenano il cambiamento e limitano la creatività sociale di uomini e donne, ancora spesso costretti in ruoli stereotipati?
In Psicosociologia del maschilismo Chiara Volpato analizza i meccanismi che regolano il potere maschile e la subordinazione femminile nel mondo del lavoro, della politica e dei media, attraverso dati di ricerca ed esempi tratti dalla vita quotidiana dei paesi occidentali. Al centro è l’Italia, divenuta nell’ultimo ventennio, per un singolare intreccio di ritardi e regressioni, laboratorio di sperimentazione di un nuovo sessismo.

Un soggetto irritante

Le immagini dei cardinali riuniti in conclave, del vertice della Banca Centrale Europea, di governi, consigli di amministrazione, gerarchie militari mostrano senza bisogno di parole la perdurante supremazia maschile. Il soggetto è irritante, ma capitale. Lo asseriva Simone de Beauvoir, nell’introduzione al Secondo sesso. Non possiamo che pensarlo anche noi, sessant’anni dopo. Irritante perché ci obbliga a tornare su discorsi che sentiamo obsoleti, a ribadire evidenze che ci annoiano e insieme immalinconiscono. Capitale perché con la guerra, la distruzione dell’ambiente, l’incapacità di pensare l’eguaglianza di opportunità costituisce uno dei segni dell’arretratezza umana, di quella cecità che rende breve il nostro futuro e ridimensiona le speranze di una vita dignitosa per le generazioni che verranno. Vi è tra uomini e donne un’indiscutibile asimmetria di potere, status, risorse, che viene costruita e sorretta da atteggiamenti e comportamenti che di volta in volta definiamo maschilismo, sessismo, machismo. La questione è antica, ma assume oggi un’urgenza particolare perché limita lo sviluppo culturale, sociale e civile: non dare a donne e uomini ciò che meritano e, più ancora, non prendere da loro ciò che possono dare allo sviluppo della comunità vuol dire impoverire la società tutta.

Le cifre della diseguaglianza sono inequivocabili. Le statistiche indicano concordi che gli uomini detengono una parte assolutamente sproporzionata del capitale economico e simbolico a disposizione dell’umanità. L’indice annuale del Gender Gap, curato dalle Nazioni Unite, può essere letto come un bollettino di guerra, che annovera per il genere femminile più sconfitte che vittorie. A livello mondiale, le donne muoiono prima degli uomini, sono la maggioranza tra i poveri e gli analfabeti, sono meno seguite in caso di malattia fisica e psichica; hanno minore accesso all’istruzione; dispongono di meno denaro, minore autorità, minore prestigio sociale; sono tenute ai margini del potere religioso, politico, economico, militare. Costituiscono la metà della popolazione mondiale, ma lavorano per i tre quarti delle ore complessive, ricevono un decimo dei salari, possiedono un centesimo della terra, sono i due terzi degli adulti analfabeti; insieme ai figli che da loro dipendono formano i tre quarti delle persone che nel mondo soffrono la fame. Sono, inoltre, soggette a violenze specifiche: femminicidi, stupri, tratta. Anni fa Amartya Sen (1996) ci avvertiva dei cento milioni di donne mancanti in alcune zone dell’Asia: la situazione non pare oggi migliorata, anche se è resa meno evidente dalla pratica degli aborti selettivi che continuano a proliferare in molte regioni del mondo. La diseguaglianza tra i generi affonda le radici nella struttura sociale patriarcale, che riserva ancora agli uomini l’autorità e il prestigio necessari per dominare la vita della comunità, attraverso il controllo delle istituzioni politiche, religiose e sociali.

Naturalmente, se anziché guardare alla condizione media globale ci soffermiamo su quella dei paesi occidentali, troviamo un quadro diverso, nel quale le donne hanno compiuto molti passi nella direzione della parità di genere, soprattutto dopo la rivoluzione femminista degli anni Settanta del secolo scorso. Anche nel mondo occidentale, però, il quadro non è omogeneo: in nessun luogo è stata raggiunta la piena parità; alcune nazioni del Nord Europa vivono una situazione avanzata, mentre altre, tra cui l’Italia, indugiano in una particolare arretratezza. Ho usato il termine particolare perché si tratta di una situazione in cui le donne non soffrono di carenze nelle condizioni di vita, istruzione, cure sanitarie, ma di carenze di opportunità, e quindi di fiducia. Le bambine che nascono in Italia non hanno le stesse probabilità dei fratelli di esprimere le potenzialità di pensiero e azione; le loro opportunità di governare le proprie vite e la vita complessiva del paese sono minori di quanto sarebbe giusto e di quanto sarebbe necessario per lo sviluppo complessivo della comunità. Nel secolo scorso molte energie intellettuali e politiche sono state spese intorno alla questione femminile. Con ottimi risultati, se guardiamo a come le donne oggi si muovono in tutte le sfere della vita associata e a come abbiano superato gli uomini nell’istruzione e nella formazione. Con risultati deludenti, se consideriamo che sono ancora per lo più escluse dalle stanze del potere, ma soprattutto che la loro immagine pubblica e la loro rappresentanza politica sono state oggetto, nel ventennio berlusconiano, di un degrado che non conosce confronto nella storia occidentale. In Italia è oggi più corretto parlare di questione maschile data la coincidenza tra l’arretratezza del maschile e la stagnazione del paese. Penso però che la vera questione sia di genere, perché la relazione tra uomini e donne è così stretta che una prospettiva che privilegi l’uno o l’altro gruppo come lente attraverso la quale osservare il gioco complesso delle dinamiche sociali non può che risultare parziale.

La tesi di questo libro è che il modello che ci circonda stia ormai stretto a tutti, donne e uomini, ma soprattutto alla comunità che insieme costituiscono. Il maschilismo è un fenomeno storico, che interpreta in una direzione ben definita le differenze biologiche tra uomini e donne. Nel corso dello sviluppo dell’umanità, la maggiore forza fisica ha portato gli uomini a occuparsi di attività, come la guerra, che hanno permesso loro di acquisire potere e status e di ridurre le donne in una condizione di subordinazione. Questo modello ha però sempre meno senso all’interno di società complesse che hanno bisogno che tutti i loro membri partecipino alla costruzione civile. Da anni ormai studi e indagini mostrano il ruolo cruciale delle donne nello sviluppo economico, politico, sociale: il loro maggior coinvolgimento nel mondo del lavoro porta ad aumenti della competitività e del prodotto interno lordo, la capacità di dialogo e mediazione le rende politiche affidabili, l’attenzione agli aspetti relazionali e al benessere di chi le circonda migliora la qualità di vita dell’intera comunità. L’incremento della presenza femminile incide anche sulla qualità delle soluzioni individuate alle difficoltà poste dalla convivenza civile. La ricerca sociale ha dimostrato che le idee migliori e più innovative nascono in ambienti eterogenei, caratterizzati da diversità. Come affermato nei rapporti del World Economic Forum, solo usando il talento e la creatività di uomini e donne le società moderne sono in grado di affrontare con successo i molti problemi che hanno davanti.

Questo libro si propone di mettere a fuoco i processi psicologici e sociali che sono alla base della costruzione della supremazia maschile, di mostrarne il funzionamento, soffermandosi su aspetti manifesti, ma soprattutto sottili e impliciti, responsabili della persistenza di idee e pratiche ormai obsolete. Non ci occuperemo della struttura patriarcale che ancora sottende la nostra vita collettiva, ma cercheremo di capire quali processi psicosociali concorrono al mantenimento delle disparità di genere e, quindi, all’arretratezza delle nostre società.


Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo


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Chiara Volpato è professore di Psicologia sociale all'Università di Milano-Bicocca. Si occupa di conflitti tra gruppi, pregiudizi, stereotipi, influenza sociale, analisi psicosociale di testi storici. Tra le sue pubblicazioni: La diffusione del sapere scientifico. Acquisizione delle conoscenze psicosociali. (Franco Angeli 1996); Psicologia sociale e situazioni estreme (con A. Contarello, Patron 1999) e Le intuizioni psicosociali di Hitler. Un'analisi del Mein Kampf (con D. Capozza, Patron 2004).


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