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Alleati del nemico. L'occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943)

 Soldati tedeschi e bersaglieri motociclisti con mezzi militari in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale).

1941-1943 Alleati del nemico
Eric Gobetti ricostruisce la storia dell'occupazione italiana in Jugoslavia

Alleati del nemico

Negli anni cruciali della Seconda guerra mondiale  - racconta Eric Gobetti in Alleati del nemico - l’Italia fascista impiega enormi risorse militari, diplomatiche, economiche e propagandistiche per imporre il suo dominio su circa un terzo dell’intero territorio jugoslavo. È una parabola breve, in cui però si condensa tutta la pochezza dell’impero di Mussolini: dai sogni di dominio sui Balcani nella primavera del 1941 al senso di sconfitta nell’estate del 1943. Efficacemente osteggiati dai partigiani di Tito, gli occupanti stringono ambigue alleanze con diverse realtà collaborazioniste, contribuendo a scatenare una feroce guerra civile. Vittime e carnefici al tempo stesso, i soldati del regio esercito combattono con pochi mezzi e scarse motivazioni ideali, costretti a vivere mesi e mesi in condizioni estreme, vinti dalla noia, dalla paura, dall’abbandono e, in fondo, anche dal fascino del ribelle.

E infine...

Tutti sconfitti

Ambiguità, atteggiamenti contraddittori, fluidità fra i diversi movimenti armati, rappresentano la cifra principale di questa realtà in guerra. Sono elementi che indeboliscono tutti i contendenti, alimentando dubbi, suscitando ripensamenti e cambi di strategia. Il radicale mutamento nella politica occupazionale tra 1941 e 1942 ha una sua logica interna ma è in contrasto con le motivazioni ideo­logiche del conflitto. Se l’alleanza coi croati è incompatibile con l’espansionismo nazionalista, quella coi serbi filo-occidentali appare in contraddizione con i fronti di guerra internazionali e in fin dei conti anche con la crociata anticomunista. Ciò provoca polemiche, dissidi interni, anche se la strategia di fondo e le principali decisioni vengono raggiunte in accordo fra i principali protagonisti e con la significativa approvazione di Mussolini stesso.

A partire dal 1942 sono soprattutto le autorità militari a stabilire alleanze e priorità; è l’esercito che fa la politica, in Jugoslavia. Il comandante della II armata e il capo di stato maggiore dell’esercito si scambiano più volte di ruolo, a riprova del fatto che questo scacchiere viene considerato di vitale importanza per l’arma di terra. Aviazione, Marina, Alpini e Milizia si mettono in gioco maggiormente in altri teatri di guerra: Mediterraneo, Russia, Nord Africa. In Jugoslavia invece combatte l’esercito, il fante, simbolo del popolo in armi. Quest’area rappresenta il naturale sbocco dell’espansionismo nazionalista italiano e così viene presentata dalla propaganda. Nonostante le prime fallimentari mosse della diplomazia fascista e alcuni richiami della propaganda alla crociata anticomunista, il conflitto viene essenzialmente presentato qui come una guerra nazionale, più che uno scontro ideologico o tecnologico come in altri contesti.

È un conflitto nazionale quantomai ambiguo, però, dove risulta difficile distinguere amici e nemici, avversari e alleati. Ufficiali e soldati cadono per mano di fantasmi, uccidono civili evidentemente innocenti e hanno la crescente sensazione di agire senza un chiaro scopo. Rarissime sono le volte in cui incontrano i ribelli; talvolta arrivano a solidarizzare con essi, ne capiscono le motivazioni, nonostante le differenze culturali e linguistiche. Anche gli alti ufficiali, pur senza mai venire meno ai loro doveri militari e a preclusioni ideologiche fortemente interiorizzate, subiscono il fascino della forza ideale, della capacità combattiva dei partigiani. Tuttavia non si compie mai un vero e proprio ribaltamento di valori, di convinzioni; si diffonde piuttosto uno scoramento generale, una sensazione di impotenza. Non sono molti i disertori, trionfano i dubbiosi, i persi, i confusi. Fino all’ultimo si combatte, si uccide e si muore, si salvano gli ebrei e si fucilano i traditori.

Sul fronte jugoslavo più che in ogni altro contesto bellico l’impero fascista mostra deficienze e limiti. Nonostante l’impegno profuso e la radicalità delle misure repressive, l’esercito viene messo «in iscacco da bande di straccioni», come rammenta un reduce. Si tratta di una difficoltà non tanto militare quanto ideologica, motivazionale. In definitiva l’esercito italiano riesce a creare un fragile sistema occupazionale ma al prezzo di enormi compromessi con infide forze locali e di sensibili perdite in uomini e mezzi: alla fine del conflitto i caduti ammontano a circa 15.000, tra morti e dispersi.

Niente a che vedere, comunque, con le sofferenze e le perdite subite dalla popolazione jugoslava, stimate, nei cinque anni di guerra, in circa un milione di caduti. Si tratta soprattutto di civili, vittime delle stragi a sfondo nazionale, della guerra fratricida e della violenza repressiva degli occupanti. Dal punto di vista jugoslavo la situazione appare particolarmente ambigua e complessa. È difficile, ma spesso anche drammaticamente urgente, fare delle scelte di campo e non sempre gli individui agiscono sulla base dell’ampio spettro di elementi ideologici e identitari forniti dalle diverse leadership. Si deve mangiare, si deve sopravvivere, ci si deve armare per difendere il campo, la casa, la famiglia, non sempre o solo un’idea.

Fra tutti i contendenti comunque sono certamente i partigiani quelli che offrono una risposta più coerente ed efficace, da un punto di vista ideologico e militare, allo smarrimento diffuso fra la popolazione. Il movimento di liberazione, come l’Armata rossa sovietica, combatte soprattutto una guerra patriottica. Pur lottando aspramente contro ogni sorta di nemici interni, i comunisti possono presentarsi come gli unici sinceri fautori dell’ideale jugoslavista e della guerra agli invasori esterni, accrescendo enormemente la propria base di consenso. I collaborazionisti di stampo nazionalista invece escono sconfitti dalla guerra per la loro incapacità di guardare oltre il proprio gruppo nazionale, di accettare la convivenza con altri popoli: la loro politica si dimostra potenzialmente, e spesso concretamente, genocida e provoca stragi e sofferenze in tutto lo spazio jugoslavo. Essi agiscono in ragione del raggiungimento di obiettivi nazionali che spesso sono impossibilitati a cogliere proprio in virtù della loro alleanza con gli occupanti. Gli altri soggetti jugoslavi tentennano, sottoscrivono ambigue alleanze, attendono una soluzione esterna al conflitto globale. Pur favoriti dal contesto internazionale e inizialmente predominanti, sono i cetnici i grandi sconfitti, proprio a causa di un’ambiguità che è la loro forza e la loro condanna. L’uscita di scena degli italiani decreterà la perdita dell’unico alleato rimasto e la fine di un’alternativa politica alla Jugoslavia socialista. Passerà ancora un anno e mezzo prima della completa liberazione del paese ma alla fine dell’estate del 1943 il futuro è già nelle mani di Tito.

Eric Gobetti, Alleati del nemico. L'occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943). pp. 162-164


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Eric Gobetti è uno studioso del fascismo e della Jugoslavia particolarmente sensibile al tema delle identità e dei conflitti nazionali. È autore di Dittatore per caso. Un piccolo duce protetto dall’Italia fascista (L’ancora del Mediterraneo 2001), L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943) (Carocci 2007) e del diario-reportageNema problema! Jugoslavie, dieci anni di viaggi (Miraggi edizioni 2011). Ha inoltre curato il volume collettaneo 1943-1945. La lunga liberazione (Franco Angeli 2007).


*La foto in alto è del Budesarchiv e raffigura bersaglieri italiani e soldati tedeschi in Jugoslavia durante l'occupazione.


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