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Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce? Falso

Gianfranco Viesti, "Il Sud vive alle spalle dell'Italia che produce" Falso!

Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce? Falso!
Gianfranco Viesti sfata un luogo comune duro a morire

“Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce” Falso!

«Lo scopo di questo libro - scrive Gianfranco Viesti in "Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che pruduce" Falso! - non è difendere il Sud, giustificare, ammorbidire. Anzi, come si vedrà per tanti aspetti non c’è «un» Sud, ma al suo interno ci sono i «buoni» e ci sono tanti «cattivi»: e questi ultimi vanno indicati e combattuti con energia. Né tantomeno lo scopo del libro è attaccare il resto d’Italia, con una misera partita doppia della corruzione e dello spreco, con uno squallido ping-pong di recriminazioni e accuse, del «noi» e del «voi». L’ambizione è notevole: provare a smontare i teoremi, gli stereotipi, i falsi idoli per stimolare interesse per come stanno davvero le cose in tutte le parti di questo nostro straordinario paese, per suscitare discussione su come possono cambiare, e sul contributo che può venire da tutte le parti d’Italia.»

Cominciamo dal primo:

Senza il Sud, l’Italia sarebbe più ricca.

Su questo non c’è dubbio: è una ovvietà statistica. Se si sottraggono dal conto le regioni a reddito più basso, la media cresce. Ma questo non vale solo per il Sud: ognuno può disegnare i suoi confini ideali per ottenere le medie più alte. Nelle città può escludere i quartieri dove risiedono i poveri: senza le fastidiose periferie il centro di Milano sarebbe più ricco di Londra e New York. Sono calcoli che hanno senso? Nessuno: i confini non sono un fai-da-te, modificabile a comando. Soprattutto, il livello di reddito e di ricchezza di un territorio non è un dato immanente, ma il frutto di un processo storico nel quale i confini, e i loro cambiamenti, hanno un ruolo molto importante. Senza il Sud, l’Italia non sarebbe l’Italia: anche questa è un’ovvietà, storica.

Più senso avrebbe chiedersi quale sarebbe la situazione di oggi se la storia fosse stata diversa, se l’Italia sin dall’inizio fosse stata un’altra. Domanda impervia, perché è impossibile scrivere la storia con i «se». Vi sono comunque molti motivi per pensare che se l’Italia fin dall’inizio fosse stata più piccola, magari limitata solo al Centro-Nord senza il Sud, se Garibaldi avesse fallito, se fossero rimasti alcuni confini fra Stati diversi all’interno della penisola, il suo benessere attuale sarebbe minore. Gli argomenti a sostegno di questa tesi sono forti.

Ci aiuta la teoria economica. I confini – specie quelli più difficilmente valicabili del passato – rallentano lo sviluppo. Sin da Adam Smith sappiamo che la divisione del lavoro fra le imprese (e quindi la loro possibilità di crescere e innovare) è limitata dalla dimensione del mercato; sin da David Ricardo sappiamo che piccole economie autarchiche hanno livelli di benessere più bassi di economie immerse in mercati più ampi, con tante possibilità di scambio e specializzazione. Certo, si può commerciare con l’estero come hanno sempre fatto paesi piccoli e avanzati, dalla Svezia alla Svizzera. Ma un grande mercato all’interno dei confini nazionali aiuta moltissimo, come sappiamo dalla storia americana. L’Europa, oggi, cerca di ottenere gli stessi risultati in modo originale, creando un mercato unico fra Stati sovrani ma integrati.

Le città e i territori del Centro-Nord, ricchi di storia, culture e tradizioni, sono stati per secoli la periferia povera dell’Europa. Per trecento anni, dopo i fasti del Rinascimento, Firenze, Venezia e Milano sono rimaste assai più indietro rispetto all’Europa che cresce; ancora nella prima metà dell’Ottocento la Lombardia è una regione povera. Per le dinamiche della geografia e dell’economia internazionale, ma anche perché il Nord è composto da entità statuali piccole e deboli, soggette a dominazioni straniere. Non a caso, la rivoluzione industriale nasce assai lontano, e i suoi effetti diffusivi impiegano circa un secolo per varcare le Alpi.

Ci aiuta la ricostruzione storica delle vicende italiane. Per capire quanto tutte le parti del paese abbiano contribuito al suo sviluppo, basta ricordarne alcuni passaggi fondamentali. È stato il gettito fiscale dell’intero paese, relativamente ampio e di provenienza prevalentemente agraria, a farsi carico prima del debito che il Piemonte portò in dote all’Unità, e poi dello sviluppo infrastrutturale, delle ferrovie, delle scuole, dei telegrafi. Sono state le rimesse dei tantissimi emigrati – prima dal Nord-Est e poi massicciamente dal Sud – a finanziare il saldo della bilancia commerciale, e a permettere, soprattutto a quelle regioni che si industrializzarono prima, di importare beni capitali e tecnologie. È stato il sacrificio dell’intero paese, e in particolare dei più poveri, del Sud agricolo, a sostenere le spese per i grandi salvataggi industriali, e poi, dopo la Grande Recessione, per la nascita dell’Iri e la sopravvivenza di gran parte del settore bancario e dell’industria pesante nazionale. Negli anni della ricostruzione e del boom economico il ruolo del mercato interno è decisivo: prima di spiccare il balzo verso i mercati europei, sull’onda dell’integrazione comunitaria, l’industria italiana cresce e si rafforza servendo i consumatori domestici, fornendo loro scarpe e vestiti, frigoriferi e motociclette. E sviluppando i macchinari necessari per tutte le industrie produttrici. Negli stessi anni la grande riserva di manodopera nazionale, anche attraverso le massicce e dolorose migrazioni interne dal Sud al Nord-Ovest, consente alle imprese di crescere senza tensioni sul fronte salariale, di evitare a lungo i conflitti distributivi che emergeranno dalla fine degli anni Sessanta.

Sono le grandi scelte politiche nazionali, di un paese che già da fine Ottocento è nel club dei più avanzati, che accompagnano e per molti versi favoriscono i fenomeni di sviluppo delle città e delle regioni, differenziati nel tempo e nello spazio. C’è da dubitare che lo sviluppo di Parma o di Modena sarebbe lo stesso se ci fossero ancora i Ducati. E a questa storia hanno dato un contributo fondamentale tutti gli italiani.

Piuttosto, sarebbe importante valutare quanto, nel corso del tempo, queste scelte abbiano favorito gli uni piuttosto che gli altri, lo sviluppo di alcune aree piuttosto che di altre. Quanto siano state importanti le scelte di politica doganale, di politica industriale; le scelte relative ai grandi interventi di infrastrutturazione; di definizione di regole e modalità sui servizi pubblici, dall’istruzione alla sanità, al welfare. Lo sviluppo italiano ha favorito il Nord più che il Sud; il Sud più che il Nord? È un quesito serio – e ancora in parte inesplorato – per la ricerca storica; per meglio comprendere le radici profonde del presente. Tema da affrontare con grande attenzione e misura, tenendo a bada i facili rivendicazionismi. Per capire.

Recuperando lo spirito di Nitti. Il lucano Francesco Saverio Nitti, uno dei grandi della nostra vita nazionale, scrisse all’inizio del XX secolo un famoso saggio su «Nord e Sud», sugli effetti territoriali dell’unità e delle politiche unitarie e sul contributo delle diverse aree alla crescita del paese. Mostrò analiticamente e con chiarezza come nel primo quarantennio unitario il ruolo del Mezzogiorno fosse stato decisivo per la nuova Italia. Ma non lo fece per protestare o per rivendicare. Il suo scopo era mostrare i fatti ad un’opinione pubblica e a classi dirigenti nelle quali allora come oggi serpeggiavano pulsioni antimeridionali. Sollecitare l’orgoglio di quanti, ciascuno nel suo ruolo, avevano contribuito allo sviluppo.

Quale che ne sia stata la ripartizione interna, il benessere degli italiani è così fortemente cresciuto nei 150 anni anche perché siamo stati cittadini di un paese di rilevante dimensione; pur con tutte le sue difficoltà e contraddizioni, di una delle principali economie del mondo; di un grande caso di successo internazionale, almeno fino al «declino» dell’ultimo ventennio.

E siamo solo sul terreno dell’economia e della politica economica. A queste riflessioni se ne possono aggiungere altre, fondamentali, sull’importanza del sentimento nazionale e di cittadinanza; sul riconoscersi in un destino comune che influenza valori e scelte individuali: quel sentimento identitario che tanto ruolo ha avuto – anche sul terreno economico – nella storia passata della Francia, o nelle vicende attuali di paesi che stanno diventando grandi protagonisti dell’economia mondiale, dal Brasile alla Turchia.

Anche riconoscendo quel che la storia ha prodotto, è però forte la tentazione, da un po’ di tempo a questa parte, di decretare la fine degli Stati nazionali. Disegnare un’Europa di regioni indipendenti. Il tema è complesso, interessante. La ridefinizione di poteri e responsabilità su più livelli, fra Europa, nazioni e regioni è una delle trasformazioni che l’Europa e l’Italia stanno vivendo; anche alla luce del principio di sussidiarietà: è bene portare alcune importanti scelte 

più vicine ai cittadini. Autonomie territoriali forti, in Stati membri uniti in una costruzione europea con poteri sempre più rilevanti. È un processo per molti versi auspicabile, positivo. A ciascuno il suo: alle città e alle regioni il governo del proprio territorio, per tener conto di diversità nelle realtà, nelle preferenze, nelle possibilità; all’Europa la moneta, il cambio e le grandi scelte di politica economica; e, auspicabilmente, sempre più la difesa e la politica estera. Fra di loro un livello statale; fondamentale, per le grandi politiche e le istituzioni nazionali che restano diverse anche nell’Unione: dall’istruzione alla cultura, dal welfare alla sanità.

Un processo assai diverso dalle secessioni serpeggianti, in Italia come in altri paesi europei. Dietro l’indipendentismo catalano, o fiammingo, o padano, non ci sono grandi disegni, ma calcoli di convenienza contabile. Dopo tutti i vantaggi dell’essere stati spagnoli, belgi, italiani, conviene uscire dagli Stati nazionali, per cancellare destini comuni e vincoli nazionali di solidarietà; ma al tempo stesso restare in Europa per mantenere e rafforzare gli stessi vincoli, a proprio vantaggio, con i più ricchi. Conviene creare un’Europa a due livelli, con una serie A e una serie B, autopromuovendosi nella massima serie e lasciando indietro gli altri; sognando così, pur di mantenere quattro soldi in più nel portafoglio, un futuro da piccolo staterello satellite della Germania.

Nelle grandi incertezze e preoccupazioni che circondano il futuro dell’Europa, c’è da giocare una partita grande: quella di riannodare i fili dell’intesa e della collaborazione fra il Nord e il Sud del continente. E c’è chi invece vuole giocare una partita piccola piccola. Non è questa la strada, di successo, seguita sinora in Europa. L’allargamento ai mediterranei negli anni Ottanta, e poi il grande allargamento ad Est sono andati in direzione opposta. Con una valenza politica: per riportare in Europa quanti se ne erano allontanati a causa di feroci dittature fasciste (Spagna, Portogallo e Grecia) o del comunismo. Con una valenza economica: la vecchia Europa si è integrata – e questo è il punto – con economie assai più deboli, ma creando così mercati più ampi in cui crescere insieme.

Certo, il Nord senza il Sud sarebbe contabilmente più ricco, così come lo sarebbe la Germania senza il resto dell’Europa. Ma le loro storie, politiche ed economiche, sarebbero state in passato, e sarebbero in futuro, completamente diverse.

Guardiamo proprio alla Germania; caduto il Muro di Berlino, si è realizzato ciò che era ritenuto impossibile, fuori dalla storia, solo fino a poche settimane prima: la riunificazione. Pur di ottenerla, classi dirigenti di ben altro spessore rispetto a quelle di oggi, hanno accettato una profonda ridefinizione degli assetti europei, hanno visto sparire la propria moneta. Hanno riunito un paese dolorosamente diviso dalla Guerra fredda, e hanno accettato di pagarne i costi, esterni e interni. Hanno incluso territori assai più poveri; in parte con antiche tradizioni scientifiche e industriali, ma con assetti produttivi distorti dalla pianificazione comunista. Hanno sostenuto da subito il potere d’acquisto di quei cittadini con un cambio irrealistico, di 1:1 fra il vecchio marco ovest e il vecchio marco est. Hanno prodotto una sforzo poderoso di inclusione sociale (con l’estensione immediata di un welfare ricco per anziani e disoccupati) e di modernizzazione del territorio; hanno investito ingenti fondi, pubblici e privati. Curiosamente, molti in Italia sono convinti che sia stata raggiunta una piena convergenza di reddito fra le due Germanie: è uno degli argomenti usati in comparazione alla situazione italiana, per mostrare l’irredimibile diversità del Sud. Non è così; anche in Germania i divari regionali restano ampi. Con l’unificazione i tedeschi sono diventati statisticamente più poveri; così come lo sono diventati gli europei del primo nucleo comunitario con i successivi allargamenti. Ma nessuno ha sollevato questo argomento contabile. Perché, stando insieme, i tedeschi come gli europei sono diventati, come documentano con precisione i numeri dell’economia e i dati della politica internazionale, più forti.

Gianfranco Viesti, "Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che pruduce" Falso!, pp. 3-11

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Gianfranco Viesti insegna Economia applicata presso l’Università di Bari. Si occupa di economia internazionale, industriale e regionale e di politica economica. È autore, tra l’altro, di: La grande svolta. Il Mezzogiorno nell’Italia degli anni novanta (con G. Bodo, Donzelli 1997); Patti territoriali. Lezioni per lo sviluppo (con P. Magnatti, F. Ramella e C. Trigilia,Il Mulino 2005); Le sfide del cambiamento (a cura di, Donzelli 2007); Le nuove politiche regionali dell’Unione Europea (con F. Prota, Il Mulino 20083); Più lavoro, più talenti (Donzelli 2010); Senza Cassa. Le politiche di sviluppo del Mezzogiorno dopo l’intervento straordinario (con F. Prota, Il Mulino 2013).


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