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Alessandro Rosina: Le risorse che il paese non sa valorizzare


Le risorse che il paese non sa valorizzare
di Alessandro Rosina

L'Italia che non cresce

«La principale ricchezza di un paese sono i suoi abitanti, allo stesso tempo produttori e destinatari di benessere - spiega Alessandro Rosina -. L'Italia che non cresce. Gli alibi di un paese immobile si occupa di loro. I protagonisti sono le risorse sottoutilizzate o non adeguatamente valorizzate: il capitale umano dei giovani e delle donne; le componenti in crescita degli anziani e degli immigrati. In ogni capitolo, nell’esaminare cosa non funziona e quali resistenze trova il cambiamento, vengono messi in luce sia i freni strutturali che quelli culturali; in combinazione con l’inadeguatezza della classe politica, poco attenta nel leggere le trasformazioni in atto e nel consentire al paese di rispondere ad alto livello alle sfide mettendo in campo le proprie risorse migliori. In questi ultimi decenni di evoluzione frenata e squilibrata, da un lato alcuni problemi “storici” si sono cronicizzati, dall’altro importanti opportunità aperte dal cambiamento non sono state colte. Questi due aspetti sono, tra l’altro, legati. Cogliere le nuove opportunità era l’occasione per superare antichi squilibri. Ma noi abbiamo troppo spesso preferito prendere a pretesto i vecchi squilibri per non cogliere le nuove opportunità.»


Si sente sempre più spesso dire che siamo un paese “senza futuro”. Non è vero. Non perché alla fine certamente ce la faremo (questo non è scontato, anzi), ma semplicemente per il motivo che il futuro prima o poi, implacabilmente, arriva. È quello che concretamente saremo fra 10, 20, 40 anni. La questione vera è quindi “quale futuro”. Quella in gioco è soprattutto la qualità della vita che ci attende. Domani possiamo star peggio di oggi, non c’è nessuna legge di natura che lo impedisca, c’è solo l’azione politica e sociale che può rendere più o meno possibile un generale scadimento del benessere e delle opportunità. Dato che il futuro affonda le sue radici nel presente, le premesse del vivere meglio o peggio nel breve e medio periodo dipendono dalle scelte che facciamo ora. Chi non prepara bene il terreno oggi e non semina con cura non può pretendere di raccogliere buoni frutti domani. Questo vale sia per i singoli che per il sistema paese.

La convinzione comune è che se si rimane fermi, statici, non c’è crescita ma nemmeno decrescita; non si guadagnano posizioni ma nemmeno si arretra. Neanche questo è del tutto vero. Il mondo è in continuo mutamento, la realtà sociale è in accelerata trasformazione. Rinunciare a crescere per rimanere fermi significa quindi, nel migliore dei casi, trovarsi a scivolare lentamente verso i margini. Una strategia che può essere desiderabile solo per chi ha rinunciato a mettersi in sintonia con le opportunità del cambiamento ed è interessato a rallentare il più possibile la perdita delle posizioni conquistate nel passato.

La grande crisi iniziata alla fine del primo decennio del nuovo secolo può diventare allora l’occasione per una pausa di riflessione, utile per riprendere fiato e ricominciare con un nuovo passo. Certamente non per tornare indietro, anche se molti oggi – soprattutto in un paese con una classe dirigente così invecchiata e disorientata come quella italiana – guardano con nostalgia al passato. È vero, ci sono stati anni felici, ma quel tempo non esiste più e quelle condizioni non sono più possibili e, forse, nemmeno auspicabili. E comunque l’Italia non ha certo oggi bisogno di una politica che rimpianga i vecchi tempi o che tenti di nascondere la propria inadempienza dietro logori alibi, ma di una nuova generazione di idee e impegno su come crescere in questo secolo, evitando però di ripetere l’errore di preoccuparci del come senza prima chiarirci il senso.

Il concetto di crescita che qui adottiamo è quello di un processo in grado di porre le condizioni perché domani tenda a essere migliore di oggi. Questo è un impegno che dovrebbe avere ogni generazione nei confronti delle successive. Proprio sulla capacità o meno di onorare questo impegno si può misurare il contributo dato al processo di sviluppo da ogni generazione, anziché sulla base di quanto prodotto e consumato da essa nel corso della propria vita.

Un’impostazione quindi che non considera la ricchezza materiale prodotta come l’unico parametro di riferimento. Nel secolo scorso abbiamo confuso il “molto-avere” con il “ben-essere”. Il prodotto interno lordo è stato considerato la pressoché unica stella polare da seguire per i governi del mondo. Andava bene tutto ciò che aumentava tale indicatore, con il rischio di trascurare questioni cruciali per il vero benessere, come l’equità e i diritti, ma anche la sostenibilità ambientale della crescita e le ricadute per le generazioni future.

Non ci ha portato del tutto fuori rotta quel modo di pensare e agire e non si può oggi esagerare nella direzione opposta, come rischiano di fare alcuni teorici della decrescita. La riprova è che attualmente in larga parte del mondo, sotto molti punti di vista, si vive meglio che in passato. Abbiamo molte più possibilità di viaggiare, di informarci e scambiare idee, di scegliere liberamente come costruire la nostra vita, di difendere la nostra salute. Per oltre un secolo all’aumento del prodotto interno lordo ha infatti corrisposto anche un miglioramento più generale dei diritti, delle condizioni di vita e delle opportunità. È però anche vero che questo legame appare oggi sempre meno scontato. La stessa longevità nei paesi più ricchi risulta sempre meno connessa al Pil, mentre contano sempre più altri fattori legati ai diritti di accesso alle cure, all’ambiente e al contesto sociale. I limiti di un modello di sviluppo basato sulla ricchezza materiale prodotta e consumata sono diventati sempre più evidenti, come dimostra l’ampia letteratura esistente. Lo testimonia la persistenza, a volte anche l’inasprimento, di squilibri sociali, territoriali e generazionali che condizionano l’effettivo miglioramento del benessere collettivo.

Ma se la sola crescita economica non garantisce la riduzione delle diseguaglianze, non vale nemmeno il viceversa. Abbiamo quindi bisogno di un nuovo concetto di crescita, alla base di un modello di sviluppo che metta al centro il miglioramento effettivo del ben-essere. Questo significa prima di tutto considerare le persone come la ricchezza principale di un paese e metterle nella condizione di potersi esprimere al meglio, ottenendo come ricaduta coerente la crescita economica. Il ruolo della politica, intesa nel suo senso più ampio, deve allora essere soprattutto quello di favorire lo sviluppo delle capacità, di sostenere percorsi virtuosi e proteggere dal rischio di scivolare in spirali negative.

Sen chiama “situazioni tragiche” le condizioni di intrappolamento che trascinano i singoli verso il basso e che abbondano anche nei paesi attualmente ricchi. In mancanza di politiche sociali improntate a questo nuovo modello, molte persone rischiano di precipitare in una condizione di “svantaggio corrosivo”, che si raggiunge quando una deprivazione fa scadere le possibilità di miglioramento anche su altre sfere della vita.

Più in generale, mettere in campo un sistema di welfare in grado di promuovere scelte allo stesso tempo desiderate a livello individuale e virtuose a livello sociale è un obiettivo che negli ultimi decenni la politica italiana ha clamorosamente mancato: volevamo crescere e ci siamo trovati con un sistema nel quale ciascuno è stato incentivato (a volte costretto) a dare di meno.

Non è un caso che ricchezza economica e qualità della vita, ma ancor più le opportunità per le nuove generazioni, abbiano stentato a crescere e lo abbiano fatto molto meno sia nei confronti del resto d’Europa sia rispetto alle effettive potenzialità che il paese ha, Sud compreso. Lo stesso prodotto interno lordo è passato da una crescita media del 3,6% degli anni Settanta al 2,4% degli anni Ottanta, all’1,6% degli anni Novanta, fino al modestissimo 1,1% negli anni pre-crisi del primo decennio di questo secolo. Nel contempo sono aumentate le disuguaglianze, nel senso che la mancata crescita ha pesato sul ceto medio e la parte della popolazione meno benestante, mentre i più facoltosi hanno difeso e anzi consolidato il loro vantaggio materiale. Tanto che oggi il 5% più ricco del paese si prende una fetta della torta pari a quasi un quarto del reddito totale. Con l’entrata nel nuovo secolo tutti i limiti del nostro modello di sviluppo si sono imposti in modo sempre più evidente. Non a caso si parla di “decennio perduto”, di occasione mancata, che ha visto il nostro paese perdere terreno rispetto sia al resto d’Europa che alle economie emergenti.

Il declino non è però un destino ineluttabile. Se l’Italia oggi è come un terreno che non dà frutti, non è perché non sia potenzialmente fertile, ma principalmente perché è mal coltivato. Lo sguardo corto della classe dirigente italiana, l’incapacità di superare vecchi vincoli e porre le premesse per un riposizionamento strategico del paese aprendolo all’innovazione continua, ha generato un aggrovigliamento di circoli viziosi che imbrigliano le forze positive del paese, depotenziandone il contributo attivo. Quello che finora è mancato è soprattutto un progetto di crescita che mettesse al centro le capacità delle persone, il loro sviluppo e la loro effettiva possibilità di espressione.

[...]

Un alibi molto evocato nel dibattito pubblico di questi ultimi anni è quello del declino demografico. All’epoca del boom economico eravamo una nazione che cresceva quantitativamente anche come popolazione. L’esuberanza delle nuove generazioni alimentava il motore dello sviluppo e stimolava una continua apertura verso il nuovo. Ora tale esuberanza si è spostata in altre aree del mondo e l’Italia sta diventando sempre più piccola. Come conseguenza della denatalità le nuove generazioni sono in fase di restringimento e la loro spinta allo sviluppo, in qualità di produttori e consumatori, risulta sempre più debole.

A questo in parte si aggiunge e in parte si contrappone la variante di chi afferma che il nostro paese non può crescere e creare opportunità per le nuove generazioni semplicemente perché il lavoro non c’è o, quando c’è, è soprattutto di bassa qualità come inevitabile conseguenza delle caratteristiche del sistema produttivo italiano e della concorrenza dei paesi emergenti con basso costo del lavoro. Secondo questa interpretazione non c’è scampo al declino ed è anzi una fortuna che i giovani siano pochi – ma anche che i laureati siano di meno rispetto alla media europea e che molti se ne vadano all’estero –, perché se fossero di più avremmo semplicemente ancor più disoccupati. I dati dicono che tra il 2001 e il 2010 l’Italia ha perso circa un milione e mezzo di occupati nella fascia d’età 15-34 (da 7,7 a poco più di 6,2 milioni). È il peggior crollo di lavoro giovanile in Europa. Dato che nulla siamo stati in grado di fare per contrastare questa caduta, non sappiamo far di meglio ora che archiviarla come un’inesorabile fatalità.

Un secondo alibi, sul versante prettamente culturale, attribuisce la maggior parte dei nostri mali alla logica inguaribilmente “familista” che antropologicamente ci caratterizza. Questo termine appare per la prima volta in un lavoro di Edward Banfield ove si descrive una piccola e chiusa comunità della Basilicata degli anni Cinquanta. In essa, le energie dei singoli sono tutte assorbite nell’impegno a conquistar vantaggi per la propria famiglia anche a scapito degli interessi generali, con la conseguenza di frenare qualsiasi possibilità di sviluppo che consenta di elevarsi oltre una economia basata solo sull’autoconsumo. L’idea di fondo dei “banfieldiani” (ovvero di coloro che generalizzano e riadattano all’Italia di oggi la tesi di Banfield) è che la mancanza di fiducia verso il pubblico e la preferenza a far da soli sia un tratto antropologico tipico degli italiani, unitamente alla preferenza a stare il più possibile da soli, entro le mura domestiche. Quello che davvero conta è quanto viene fatto da e per la famiglia, tutto quanto accade fuori è invece visto con diffidenza e spesso anche disprezzato. Questa produzione domestica grava soprattutto sulle donne (si tratti di preparare torte, stirare camicie o accudire i figli) e comprime ineluttabilmente la loro partecipazione al mercato del lavoro. La conseguenza è un sistema che non funziona al meglio delle sue potenzialità, induce un forte arroccamento attorno agli interessi di parte e deprime, in particolare, le opportunità di valorizzazione del sempre più prezioso capitale umano femminile.

Un terzo alibi riguarda la popolazione straniera, accusata di essere cresciuta molto e di sottrarre lavoro agli italiani. Il nostro paese è passato velocemente, nel giro di una generazione, da terra di emigrazione a luogo di immigrazione. L’aumento è stato in effetti impetuoso. Si prevede che entro il 2030 la popolazione straniera crescerà sin oltre i 9 milioni di abitanti, superando i residenti italiani della Lombardia. Gli immigrati sono perciò destinati a contare più della regione demograficamente ed economicamente più rilevante d’Italia. La presenza di bambini extracomunitari nelle nostre scuole primarie e secondarie è già oggi un’esperienza del tutto comune. In molti settori economici l’occupazione straniera è diventata prevalente e oramai irrinunciabile. Molti però si chiedono come sia possibile dar lavoro al crescente numero di immigrati se non riesce a trovar impiego il calante numero di giovani italiani e come sia possibile garantire prestazioni di welfare se facciamo fatica a sostenere i costi per la stessa popolazione autoctona. In generale l’immigrazione continua a essere considerata soprattutto come problema e subita da larga parte degli italiani come potenziale fattore di erosione del proprio benessere.

Purtroppo il meccanismo psicologico di attribuire la colpa dei nostri mali ad altri ha dimostrato nella storia di funzionare molto bene, con esiti nefasti per tutti. Dobbiamo quindi stare particolarmente in guardia rispetto alle condizioni che favoriscono il radicarsi di alibi di questo tipo.

E c’è infine l’alibi del paese che sta irrimediabilmente invecchiando. Siamo stati i primi al mondo a vedere gli over 65 superare gli under 15. Entro la metà del secolo anche gli over 80 (i “grandi anziani”) supereranno i bambini, salendo dai poco più di 3,5 milioni attuali a oltre 8 milioni. Siamo una delle economie avanzate con più alta quota di popolazione che consuma passivamente rispetto a chi produce. Saranno sempre di più quelli che, appena possibile, tireranno i remi in barca e sempre meno quelli che vogano. Chi adotta questa prospettiva considera inverosimile ambire a vincere qualsiasi competizione con un equipaggio così mal assortito. La crescita è considerata impraticabile o una strada troppo in salita, più saggio quindi adattarsi a un dolce declino.

Riassumendo, secondo le convinzioni alla base dei quattro “alibi” sopra elencati: l’Italia non può tornare a essere competitiva con le aree più avanzate del mondo. Non ci sono le condizioni – per motivi sia strutturali che culturali fortemente radicati – per valorizzare il capitale umano dei giovani e delle donne. In più, nei prossimi decenni a crescere saranno esclusivamente la componente straniera e quella anziana della popolazione. L’immigrazione e l’invecchiamento sono considerati essenzialmente un problema, fattori di erosione delle possibilità di crescita economica e di aumento del benessere sociale.

Si tratta di convinzioni molto forti, difficili da scardinare. Supportate da letture parziali delle dinamiche in corso e delle specificità del nostro paese, da un lato, e rafforzate da stratificati meccanismi psicologici di autodifesa, dall’altro. Funzionali soprattutto alla logora gerontocrazia italiana e più in generale a chi preferisce lasciare le cose come stanno, difendendo privilegi e rendite di posizione del presente, anziché redistribuire le risorse investendo in ciò che davvero può generare sviluppo e migliori frutti nel futuro.

A quelli elencati andrebbe poi aggiunto un quinto alibi, quello della crisi. Anch’essa infatti è stata trattata più come un pretesto per non affrontare i nodi irrisolti del pae­se che come occasione per abbattere vecchi muri e aprire nuovi spazi.

Julio Velasco racconta che, quando venne chiamato a diventare commissario tecnico della nazionale italiana di pallavolo, la prima operazione che fece per consentire a un insieme di giovani talenti di trasformarsi in una squadra vincente fu cercare di scardinare la cultura degli alibi. Se ciò che facciamo non rispecchia le nostre aspettative e il nostro valore, tanto più in un contesto competitivo e nel quale mettiamo in gioco le nostre doti, la soluzione più semplice e compiacente con sé stessi è trovare una causa esterna. La responsabilità è sempre altrove (e sono sempre gli altri a dover cambiare). Questo però non aiuta a capire le vere ragioni della performance al di sotto delle nostre capacità e quindi a migliorarci. Se non riusciamo a schiacciare bene nel campo dell’avversario la colpa non può essere sempre e solo di chi ci ha alzato male la palla. Se ci si ferma qui non si va da nessuna parte. L’atteggiamento giusto è invece quello di chi cerca comunque di inventarsi una soluzione, magari inattesa e per questo spesso anche più efficace, per schiacciare una palla alzata in quel modo. È giusto pretendere che i compagni di squadra svolgano al meglio il proprio gioco, ma la prima preoccupazione deve essere quella di rimettersi continuamente in discussione e ottenere il meglio da sé stessi nelle condizioni date.

Fuor di metafora, per creare in modo intelligente le premesse per poter tornare a crescere, dobbiamo liberarci dagli alibi che ci siamo dati negli ultimi decenni.


Alessandro Rosina, L'Italia che non cresce. Gli alibi di un paese immobile. pp. VII-XVII

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Alessandro Rosina è professore di Demografia e Statistica sociale presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Laboratorio di statistica applicata alle decisioni economico-aziendali. Collabora con quotidiani e riviste politico-culturali. Tra le sue più recenti pubblicazioni, Non è un paese per giovani (con E. Ambrosi, Marsilio 2009) e Goodbye Malthus. Il futuro della popolazione dalla crescita della quantità alla qualità della crescita (con M.L. Tanturri, Rubbettino  2011).







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