Password dimenticata?

Registrazione

Home > Notizie

Il negazionismo. Storia di una menzogna


Il negazionismo. Storia di una menzogna
di Claudio Vercelli

Il negazionismo

«Il negazionismo è un piccolo universo autoreferenziato, per alcuni aspetti quasi un genere letterario a sé, che non viene scalfito dalla ragione poiché ha una sua ragione, che riposa sulla negazione»: soprattutto è un fenomeno carsico, perché a intervalli più o meno regolari, si ripresenta con inquietante costanza negando l’evidenza dello sterminio degli ebrei e, con esso, delle condotte criminali assunte dalla Germania nazista.
Claudio Vercelli, ne Il negazionismo. Storia di una menzogna, ricostruisce storicamente il fenomeno negazionista, ne descrive i protagonisti e gli ideologi, racconta la mappa concettuale che dalla fine della guerra a oggi ne ha segnato l’evoluzione.

Questo libro si occupa di negazionismo olocaustico. Lo indaga da più punti di vista, non solo ricostruendone la storia ma cercando di mettere a fuoco, nel limite delle sue pagine, gli aspetti concettuali e ideologici, gli addentellati politici e le ricadute nella discussione pubblica. Così facendo, si pone il problema di affrontarne la natura di fatto sociale, sulla falsariga di come Émile Durkheim definisce tale concetto, laddove ci si riferisce a «tutto ciò [che] nella società – essendo parte intrinseca di questa, non riducibile a fatti psicologici o biologici o fisici, sul genere del costume, delle norme di legge, delle forme di insediamento – si presenta vuoi all’esperienza dell’uomo comune, vuoi all’osservatore, come un dato esterno e indipendente, non modificabile né dalla loro volontà né dal modo in cui lo interpretano».

Il perché di questo approccio è presto detto: si tratta di affrontare un tema altrimenti sfuggente – come tale capace da subito di mobilitare gli animi e di tradursi, nel caso nostro, in una condanna inappellabile – in quanto oggetto di studio, riconducendolo al suo essere evento nella sua oggettività, da sviscerare in tali vesti. Non è quindi, la nostra, l’assunzione di un’impossibile neutralità valoriale ma il tentativo, peraltro molto difficile, di circoscriverne la natura (posto che esso tende a sfuggire a questa ricognizione), per poi meglio adoperarsi in una sua lettura critica. Non ci si è astenuti dall’esprimere le proprie opinioni ma lo si è fatto cercando di usare la necessaria distanza critica, almeno laddove possibile, per non trasformarle subito in polemiche. Poiché se si trattasse solo di formulare un giudizio di valore non ci sarebbe la necessità di scriverne ancora sopra. Il negazionismo, si cercherà di argomentare in tal senso, somma falso a vero, li miscela e rende relativa la nozione stessa di evento. Per ristabilire un ordine logico richiede quindi che lo si affronti in quanto fatto sociale, cioè nella sua chosité, nel suo insieme di autori, pensieri ed eventi che si impongono agli interlocutori e al grande pubblico, per poi letteralmente smascherarlo, obbligandolo a scendere al piano più concreto degli accadimenti storici la cui oggettività è l’obiettivo del suo attacco. Ma sulla onerosità di tale impresa, ovvero sull’impossibilità di dare per scontato ciò che tale non è, quindi per meglio capirci su quale sia la posta in gioco, ci aiutano due affermazioni di Pierre Vidal- Naquet: «La caratteristica della menzogna è quella di presentarsi come verità [...] Quando un racconto fittizio è ben congegnato, non contiene in sé i mezzi per essere demolito in quanto tale». E ancora: «Non si confuta un sistema chiuso, una menzogna totale che non rientra nell’ordine del confutabile dal momento che la conclusione precede le prove».

In questo libro non si giudica la menzogna. Piuttosto ci si interroga in che cosa consista e cosa comporti. Poiché, per citare un altro importante autore, Georges Bensoussan: «La ragione misura i suoi limiti di fronte ad un sistema di pensiero tautologico, chiuso su sé stesso, dove la risposta precede la domanda e l’essenza spiega l’esistenza».

La totalità della menzogna non sta nelle singole affermazioni ma nel loro utilizzo in sequenza, all’interno di un universo di significati che è menzognero poiché perviene a negare la realtà dei fatti. E allora, per ragionare su un sistema coordinato di affermazioni che negano certi eventi comprovati, bisogna assumere che quel sistema sia un fatto in sé, ovvero un modo di porsi nei confronti della realtà, alla quale però si sostituisce completamente. Il negazionismo, sul piano dei concetti, non è propriamente un’ideologia compiuta così come, sul versante di coloro che lo professano e lo condividono, non costituisce una setta, anche se molte delle sue manifestazioni e dei comportamenti di coloro che si riconoscono in esso farebbero pensare altrimenti. Si tratta piuttosto di un atteggiamento mentale che si traduce in un modo di essere nei confronti del passato. Al giorno d’oggi si presenta come il prodotto della stratificazione e dell’interazione di tre elementi: il neofascismo, il radicalismo di alcuni piccoli gruppi della sinistra più estrema e il viscerale antisionismo militante delle frange islamiste. Su ognuno di questi aspetti, tra di loro spesso ibridati, interviene poi il sistema delle comunicazioni di massa, laddove la ricerca dello ‘scandalo’ purchessia diventa un invidiabile volano di pubblicizzazione di tesi e affermazioni sospese tra l’inverosimile, il bizzarro e il diffamante. «Il revisionismo è un fenomeno antico, ma la crisi si è aperta, in Occidente, solo dopo la massiccia diffusione di Olocausto, cioè dopo la spettacolarizzazione del genocidio, la sua trasformazione in linguaggio puro e in oggetto di consumo di massa». In tali condizioni, come ha sostenuto al riguardo il regista Jean-Luc Godard, «l’objectivité, c’est 5 minutes pour Hitler, 5 minutes pour les Juifs». Credo non necessiti di traduzione.

Il negazionismo è un piccolo universo autoreferenziato, per alcuni aspetti quasi un genere letterario a sé, che non viene scalfito dalla ragione poiché ha una sua ragione, che riposa sulla negazione. C’è chi ha parlato, e non a torto, di «letteratura esasperante». Sta di fatto che il negazionismo, nei suoi parossismi, chiama in causa le questioni capitali delle rappresentazioni ricorrenti del passato e dello statuto della narrazione storica: su quali basi riposa il consenso collettivo, linguistico, semantico ma anche cognitivo, che ci occorre affinché una certa idea di passato sia patrimonio comune? La domanda è tanto più importante se si pensa alla rilevanza che il ricordo della Shoah ha assunto nelle società occidentali. I negazionisti intervengono pesantemente su questa complessa tela, fatta di infiniti fili intrecciati, dilacerandola. In tale modo, presentandosi sotto le mentite spoglie di innovatori, di demistificatori, sfidano non tanto ciò che riguarda il passato ma il modo in cui intendiamo concepire e vivere il presente, mettendo in discussione aspetti fondamentali della convivenza civile, a partire da un linguaggio e da dei significati condivisi. Poiché, come è stato sostenuto:

La negazione del genocidio ebraico, fenomeno che potrebbe apparire, prima facie, periferico e congiunturale, apre in realtà uno squarcio sulla realtà attuale estremamente significativo, in quanto mette in gioco valori, abitudini del discorso e del pensiero, col preciso intento di collocare e far radicare quella negazione nel cuore della cultura occidentale. [...] esso attacca la memoria storica in uno snodo cruciale, negando un evento che è stato un punto di non ritorno della storia.
[Daniela Bifulco, Negare l’evidenza. Diritto e storia di fronte alla “menzogna di Auschwitz”, Franco Angeli, Milano 2012, p. 12.]

Rileva con la puntualità che gli è propria lo storico Henry Rousso:

È meglio considerare questo movimento [il negazionismo] come un fatto della società e della cultura, addirittura come un sintomo che ci parla dei margini delle nostre società democratiche. [Esso] ha sollevato seri problemi epistemologici sullo statuto della verità in storia, sulla questione dei sistemi di veridicità, sull’aspetto delle interpretazioni plurali del passato, elementi che [sono] oggetto di accese controversie. Esso ha sollevato domande sui metodi per il migliore modo di analizzare le strutture argomentative della negazione di un fatto così netto e incontestabile quale l’Olocausto, un problema che gli storici hanno sovente evitato per soffermarsi o sulla concretezza dei fatti manipolati o sulla posizione dei negazionisti. La questione dell’argomentazione è essenziale poiché la negazione dell’Olocausto appartiene a un registro del discorso sempre più diffuso, fondato nella sua essenzialità sul sospetto universale, che rende vana ogni argomentazione scientifica di tipo classico, la quale si basa su un minimo di convenzioni, di fiducia, di proposizioni implicite condivise, come l’impossibilità radicale di poter «provare» tutto in un enunciato scientifico.
[Henry Rousso, Les racines politiques et culturelles du négationnisme en France]


La narrazione controfattuale negazionista – si cercherà di argomentare – è l’apoteosi della mitografia. Non è un caso se essa si presenti nei termini di un disvelamento, un’accecante ‘liberazione’ dai fumi della menzogna dominante. Così facendo essa non assolve a nessun obbligo di conoscenza ma istituisce un paradigma assoluto, un totem che vorrebbe contrastare il tabù ‘sterminazionista’. Da ciò si origina una ricostruzione del passato amorfa, neutra, senza vita, priva di dinamiche interne che non siano quelle derivanti dalle congiure e dai complotti, dalle ombre e dai fantasmi, dalle omissioni e dalle manipolazioni. È una ‘storia’ doppiamente traditrice, vuoi perché sostituisce al vero il finto, vuoi perché adoperandosi per dire che i morti non sono tali celebra non certo la vita bensì la morte medesima.

Claudio Vercelli, Il negazionismo. Storia di una menzogna. pp. VII-XI


_____________________

Claudio Vercelli è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino, dove coordina il progetto didattico pluriennale “Usi della storia, usi della memoria”. È coautore del manuale di storia Un mondo al plurale (a cura di Valerio Castronovo, La Nuova Italia 2009) e autore di: Tanti olocausti. La deportazione e l’internamento nei campi nazisti (La Giuntina 2005); Israele: storia dello Stato. Dal sogno alla realtà (1881-2007) (La Giuntina 20082); Triangoli viola. Le persecuzioni e la deportazione dei testimoni di Geova nei Lager nazisti (Carocci 2012).




Seguici in rete

facebook twitter youtube telegram
newsletter laterza

Ricerca

Ricerca avanzata

Notizie

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su