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Giovanni Borgognone, Come nasce una dittatura: il delitto Matteotti

Giacomo Matteotti

Cronaca di una morte annunciata
Giovanni Borgognone racconta l'Italia del delitto Matteotti

Come nasce una dittatura

È il 10 giugno 1924 quando il parlamentare socialista Giacomo Matteotti viene rapito in pieno giorno. Ci sono tutte le premesse di un terremoto istituzionale, l'Italia è percorsa da un sentimento diffuso d'indignazione. I giornali seguono passo passo le indagini, che mostrano chiaramente come i mandanti dell'agguato siano da ricercarsi nelle alte sfere del potere politico, prefigurando un possibile coinvolgimento dello stesso presidente del Consiglio Benito Mussolini. Lo sdegno dell'opinione pubblica, lo scandalo delle forze politiche non bastano a proteggere la democrazia.

Giovanni Borgognone tesse la storia di quei mesi convulsi e indaga sull'intreccio tra politica, affarismo e violenze che ha visto protagonisti esponenti di primo piano del fascismo, sulle reazioni scomposte di Mussolini e i suoi, sulla crescente tensione fino al ritrovamento del cadavere, che si rivelò un vero e proprio giallo.


Il delitto
Roma, 10 giugno 1924. Alle 16,30 il deputato socialista Giacomo Matteotti lasciò la sua abitazione di via Pisanelli 40. La moglie Velia lo seguì dal pianerottolo fino alle scale e poi, dalla finestra, finché poté accompagnarlo con lo sguardo. Egli aveva già preso parte in mattinata ai lavori della Camera e ora intendeva tornare a Montecitorio per fermarsi nella biblioteca della giunta del Bilancio, leggere e prendere appunti, in vista di un infuocato discorso contro il governo che avrebbe voluto pronunciare in Parlamento.

In abito chiaro, scarpe bianche di camoscio e cravatta in tinta, con una busta sotto il braccio intestata «Camera dei deputati» che portava sempre con sé, Matteotti attraversò la brevissima via Mancini e iniziò a percorrere il lungotevere Arnaldo da Brescia, diretto verso la fermata del tram numero 15 in Piazza del Popolo. Il clima pomeridiano di tarda primavera invogliava a riversarsi in riva al fiume. I ragazzi, dopo un bagno rinfrescante, trascorrevano qualche ora distesi al sole sui gradoni in pietra. Due bambini che giocavano accanto al parapetto del lungotevere videro arrivare Matteotti. Lo riconobbero, perché era solito passare di lì; talvolta in tenuta sportiva saliva su una canoa e remava per ore su e giù. Quel giorno, però, un fatto inconsueto attirò la loro attenzione.

Matteotti procedeva a passo svelto. Era assorto nelle sue riflessioni e non badava molto alle persone che in quel momento lo circondavano. All'improvviso due uomini interruppero il corso dei suoi pensieri. Lo bloccarono e lo afferrarono bruscamente, cercando di trascinarlo a forza verso la strada. Ad attenderli, accostata al marciapiede, un'elegante auto scura, una Lancia Lambda a sei posti, modello limousine chiusa. Resosi conto di quanto stava avvenendo, il deputato socialista, non molto robusto ma con un fisico scattante, iniziò subito a dibattersi e a contorcersi in tutti i modi, pur di riuscire a liberarsi dalla presa dei due sgherri e a sottrarsi alle loro intenzioni. Gli assalitori non si aspettavano questa vigorosa reazione, e infatti egli riuscì per un attimo a divincolarsi buttandone uno a terra.

In quell'istante la salvezza sembrava ancora alla portata. Sennonché, mentre Matteotti cercava di sfuggire definitivamente alla morsa degli aggressori, si diresse di gran carriera verso di lui un terzo uomo, vestito di grigio, elegante, alto e robusto, che lo colpì violentemente al volto e lo gettò sull'asfalto. Il giovane deputato, tramortito, poteva ora essere sollevato di peso e trasportato sull'automobile. Egli però non si arrese. Ripresosi in pochi secondi, tornò a opporre ogni resistenza di cui era capace, dibattendosi e gridando aiuto, mentre gli uomini della banda gli assestavano tremendi colpi al torace e al basso ventre.

Matteotti, con gli abiti strappati, il viso tumefatto, e tuttavia combattivo, fu caricato sul veicolo. Nella concitazione la Lancia partì di scatto e percorse a zig-zag le prime centinaia di metri, con uno degli sgherri ancora fuori sul predellino, aggrappato alla maniglia della portiera. Il deputato socialista continuava intanto ad agitarsi e a urlare. Fece in tempo a spedire un ultimo appello: gettò per strada la sua tessera ferroviaria, poi raccolta da due contadini che transitavano sul lungotevere con un carretto. A bordo proseguì nella sua lotta disperata e, dimenandosi, riuscì a frantumare con un calcio il vetro che divideva l'abitacolo posteriore da quello del conducente. Mentre la Lancia superava il ponte Milvio e imboccava la via Flaminia, Matteotti e i suoi rapitori, sudati e stremati già dalla lunga attesa in macchina prima dell'agguato con le tendine abbassate e i finestrini chiusi, non mettevano fine a una battaglia furibonda. Per coprire le grida l'autista fu costretto a procedere con il clacson bloccato fino all'uscita dalla città. Di fronte all'irriducibile resistenza del deputato socialista gli aguzzini non esitarono a prendere una decisione estrema: meglio finirlo all'interno della vettura anziché attendere di raggiungere l'aperta campagna.

Fu questione di un attimo: un pugnale attraversò il torace di Matteotti. La ferita penetrante gli causò la perforazione di un polmone, con conseguenti rigurgiti dalla bocca. Il sangue imbrattò gli indumenti, la tappezzeria e il sedile del veicolo.

Matteotti era morto. A questo punto i sicari poterono procedere, con il cadavere a bordo, alla ricerca di un luogo adatto per occultarlo. Uscirono dalla città in direzione nord-est, verso Civita Castellana. Dopo alcune ore, quando ormai era buio, a 23 chilometri da Roma, nella macchia della Quartarella vicino al villaggio di Riano Flaminio, trovarono un terreno molle e scavarono in fretta e furia una fossa, facendosi luce con alcuni cerini: non avevano attrezzi adeguati per solcare il terreno, perciò adoperarono una lima che avevano trovato nell'auto. Essendo stanchi e volendo seppellire la vittima il più in fretta possibile, non rimasero lì per più di mezz'ora. L'esito dei loro sforzi fu una buca di forma ovoidale, non molto grande e poco profonda. Vi gettarono il corpo straziato di Matteotti dopo averlo denudato per rendere più difficile l'identificazione. Dovettero però rannicchiarlo con manovre assai violente in modo da riuscire a farlo entrare nella fossa. Al termine di queste macabre operazioni, poterono finalmente risalire sulla Lancia, alla volta della città.

I passeggeri dell'auto erano ora solo quattro: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo; alla guida Augusto Malacria. Tutti ricollegabili all'esperienza dell' «arditismo» milanese, nato da ex componenti dei reparti d'assalto dell'esercito italiano che nel '19 avevano partecipato alla fondazione dell'Associazione nazionale degli arditi d'Italia e avevano poi aderito in gran numero al fascismo, adorandone il leader carismatico, Benito Mussolini. Più in generale, i cinque uomini della banda erano, per molti versi, degni rappresentanti del sottobosco fascista, «pesci piccoli» disposti a qualunque cosa per sbarcare il lunario, gregari ottusi e devoti, operanti per cieco fanatismo e per piccoli arricchimenti personali, servili quanto basta a tutelare il proprio tornaconto e ottenere la gratitudine dei potenti. Erano dunque pronti a eseguire anche «lavori sporchi» pur di soddisfare il capo, a maggior ragione da quando, nel '22, questi era giunto alla guida del governo italiano. Mussolini, peraltro, li conosceva bene tutti: era loro legato da una complicità che risaliva al 1918, quando aveva cercato amici e appoggi in giro per Milano.

Dumini, l'organizzatore dell'attentato, aveva preso parte a molte azioni in Toscana, facendo della violenza il suo biglietto da visita. Circolava voce che amasse provocare il sobbalzo dell'interlocutore presentandosi come «Dumini, undici omicidi ». In realtà, al di là di quanto millantava, era più che altro uno spaccone sempre in prima fila quando si trattava di intervenire in pestaggi o bastonature. Tentando in ogni modo di infilarsi in solide reti di conoscenze e di mutua assistenza, era anche entrato a fare parte della massoneria. Coltivava inoltre da tempo il desiderio di diventare giornalista; un primo passo in questa direzione gli era sembrata l'assunzione come dipendente presso un importante quotidiano, il «Corriere italiano». Ciò che più contava per lui, comunque, erano le amicizie di alcuni uomini potenti: quella di Cesare Rossi, capo dell'Ufficio stampa di Mussolini, e quella di Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Partito fascista. Dumini era pertanto frequentatore dei palazzi governativi, dove incrociava anche il presidente del Consiglio e i suoi più stretti collaboratori. Gli venivano affidate operazioni poco pulite per alimentare le casse del partito, quelle del quotidiano della famiglia Mussolini, «Il Popolo d'Italia», così come pure i conti correnti personali dei dirigenti fascisti. Godeva di un'assoluta impunità, contraccambiandola con un'ostentata e totale abnegazione al capo del fascismo. Nel '23, ad esempio, si era recato in Jugoslavia per negoziare segretamente con il governo di Belgrado la vendita di una partita di armi che aveva ottenuto dal ministero della Guerra italiano grazie alla copertura finanziaria garantitagli da un istituto di credito. Un personaggio come Dumini non avrebbe mai potuto accedere a quel materiale bellico, né alle risorse finanziarie necessarie per l'operazione, se non vi fossero state personalità più importanti a garantire per lui. Al suo ritorno in Italia era stato arrestato dalla polizia ma aveva ottenuto immediatamente il rilascio grazie a interventi di altissimo livello. L'entourage del primo ministro si era impegnato altresì nel tentativo di soffocare lo scandalo: Arnaldo Mussolini, fratello del presidente del Consiglio e direttore del «Popolo d'Italia», aveva pubblicato un articolo benevolo, che presentava la vicenda del contrabbando di armi come un «equivoco » e descriveva Dumini quale «valoroso ex combattente di vecchio e provato patriottismo».

Anche Albino Volpi era uno dei tanti volenterosi gregari, esecutori di lavori sporchi, abbagliato dal carisma del capo del fascismo, nonché dalla possibilità di ottenere vantaggi materiali dalla propria dedizione. Era un pregiudicato, già condannato diverse volte negli anni Dieci per reati comuni. Nel dopoguerra, però, aveva preso parte all'organizzazione degli Arditi, si era poi unito al movimento fascista milanese ed era entrato così nella sfera dei collaboratori di Mussolini, il quale si era servito di lui per varie mansioni di fiducia e, nel '21, aveva persino testimoniato a favore della sua innocenza in un processo per omicidio, sostenendo falsamente che il colpevole fosse stato un altro fascista, nel frattempo deceduto. Con questi sistemi, da Volpi così come da moltissimi altri devoti membri del suo movimento, il capo del fascismo era riuscito a ottenere una fedeltà assoluta. E sui servigi di tutti costoro aveva continuato a poter contare anche una volta diventato presidente del Consiglio.

Viola, Poveromo e Malacria, analogamente a Dumini e Volpi, avevano già avuto a che fare con la giustizia. I primi due, rispettivamente un commerciante milanese e un macellaio di Lecco, erano delinquenti comuni, con precedenti per rapina e per altri reati. Augusto Malacria, l'autista della Lancia, aveva tentato la scalata sociale come piccolo industriale grazie a una cospicua somma di denaro ereditata dal padre, fin quando, verso la fine del '23, era stato aperto nei suoi confronti un procedimento penale per bancarotta fraudolenta. A riunire il gruppo ci aveva pensato Dumini, che aveva altresì provveduto a tutte le spese, sovvenzionato a sua volta dal già citato Cesare Rossi, capo dell'Ufficio stampa di Mussolini. Si era preoccupato anche di procurare alla banda l'automobile; lo aveva aiutato Filippo Filippelli, direttore del giornale presso cui lavorava, il «Corriere italiano». Nella notte tra il 9 e il 10 giugno aveva perlustrato con la Lancia il lungotevere Arnaldo da Brescia. Poi l'aveva parcheggiata nel cortile di Palazzo Chigi, rispondendo bruscamente a chi gli aveva chiesto spiegazioni che si trattava di un'auto del ministero dell'Interno. Il 10, a mezzogiorno, aveva condotto gli altri quattro a pranzo in un ristorante. Ne erano usciti prima delle 14, per appostarsi nei pressi dell'abitazione di Giacomo Matteotti.

Consumato il delitto, gli uomini della banda fecero ritorno a Roma in tarda serata, mentre la spensierata vita notturna della capitale affollava le strade e i caffè del centro. Erano stremati, l'auto era mal ridotta, impolverata a causa delle strade percorse, cosparsa di frammenti di vetro, sporca di sangue. Dumini la parcheggiò dapprima spavaldamente nel cortile del Viminale, sede del ministero dell'Interno. Poi tornò a riprenderla. Sotto la Galleria Colonna, luogo come ogni notte di chiacchiere e confidenze per molti romani, Albino Volpi incontrò Arturo Benedetto Fasciolo, stenografo e segretario particolare di Mussolini, e gli raccontò quanto era avvenuto. Secondo una delle versioni dei fatti, i membri della banda andarono pure a casa di Fasciolo: la prima cosa da fare era lavarsi le mani, togliersi di dosso i segni del crimine e consegnare la busta con i documenti di Matteotti. Grazie all'aiuto di Filippelli e di altri complici, Dumini si liberò poi dell'auto nascondendola in un garage. E a quel punto – erano passate le tre del mattino – si fece portare da un taxi al suo appartamento di via Cavour 44. Il lavoro era compiuto e finalmente poteva andare a riposare.
Quella notte Velia Matteotti la passò alla finestra in attesadel marito.


Giovanni Borgognone, Come nasce una dittatura. L'Italia del delitto Matteotti, pp. 3-8

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Giovanni Borgognone è ricercatore di Storia delle dottrine politiche all'Università di Torino. Corrispondente di "Passato e presente", membro del comitato editoriale dell'"Indice dei libri" e della direzione di "Storia del pensiero politico", ha curato il quinto volume della Storia della Shoah (Torino 2006) ed è autore di numerosi saggi e volumi, tra cui Il socialismo dal basso. Hal Draper e la rifondazione democratica del marxismo (Firenze 2008) e Superpower Europe? Interpretazioni statunitensi del «sogno europeo» (Milano 2010).









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