La verità è che avrei preferito rimanere con le idee confuse su Virgilio, incerta se la sua poesia mi piacesse oppure mi annoiasse a morte. L’Eneide, avrei preferito continuare ad aprirla per curiosità ogni tre o quattro anni come ho fatto dai tempi del liceo, in cambio di una manciata di luoghi comuni: l’esule Enea o Didone innamorata. Soprattutto, mai avrei speso settimane per capire cosa volesse dire davvero pietas né dove e come il Fato volesse andare a parare. Poi, la scorsa primavera, mentre il mondo scopriva con sgomento il bruciore insostenibile di una frattura storica, il bisogno dell’Eneide mi si è parato davanti, la sua urgenza ci riguarda tutti, come esseri umani e come nazione.

Mio e nostro malgrado, ho compreso che quel sentimento di disagio misto a scocciatura che si prova sui banchi di scuola nel leggere l’Eneide – non vale accampare la scusa di non aver conseguito studi classici, poiché il poema di Virgilio lo si studia alle medie – non dipende dalla figura poco maestosa di Enea, bensì dal momento storico in cui la si legge, l’Eneide. Quando le cose filano lisce, non può che annoiare a morte, non è un poema adatto ai tempi di pace – beate le generazioni che hanno avuto il lusso di sbadigliare sui suoi esametri.

L’Eneide è invece il canto destinato al momento in cui si sperimenta l’urgenza di raccapezzarsi in un dopo che stordisce per quanto è diverso dal prima in cui si è sempre vissuto. Per dirlo con le previsioni del tempo: Virgilio è la lettura caldamente raccomandata quando si è nel mezzo della bufera, e pure senza ombrello.

Un manuale di sopravvivenza

Del resto, è stato così fin dall’inizio. Anzi, era così ancora prima di cominciare. Virgilio scriveva della fatica di Enea e intanto cercava di mantenersi saldo come poteva mentre l’Impero di Roma sorgeva sulle macerie della Repubblica. È stato così nel medioevo, in cui non si sapeva da che parte andare né che lingua parlare dopo che Romolo Augustolo venne deposto con un buffetto da Odoacre, e allora l’Eneide divenne l’unico manuale di sopravvivenza umana e culturale.

Ed è stato così anche nella Firenze di Dante – senza Virgilio la sua discesa all’inferno nemmeno esisterebbe – e a cavallo tra Otto e Novecento, quando il mondo faticava sotto il peso di troppa modernità. Per non parlare del più grande prima e dopo della storia occidentale, la nascita di Cristo, quando a lungo, e con ostinazione, si è tentato di rintracciare una direzione nei versi di Virgilio.

In fondo, è naturale. In tempi di pace e di prosperità, chiediamo a Omero d’insegnarci la vita. Il nostro thymos, per dirlo con i filosofi greci, ovvero il nostro “impulso vitale”, la nostra fame di vivere galoppa a perdifiato, e se davvero, dentro, siamo guidati dall’auriga che Platone teorizzava nel Fedro, è certamente il cavallo nero della passione a trainare il nostro cocchio, la razionalità meticolosa del cavallo bianco può benissimo attendere.

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Tuttavia, a ogni rivolgimento della Storia ci affrettiamo a deporre sul comodino Iliade e Odissea e ci precipitiamo a tirar fuori dal cassetto l’Eneide. Il nostro unico impulso è la paura, e il bisogno disperato di sopravvivere, il nostro invisibile auriga non si pone più il problema di dove guidare il carro, ma di come rimetterlo in piedi dopo che è brutalmente deragliato azzoppando i due cavalli.

Eppure come mai, pur riconoscendo che Enea è tanto necessario, non possiamo fare a meno di detestarlo almeno un po’? Perché l’eroe di Virgilio non fa niente per consolarci. Anzi, osa persino provocarci. L’Eneide inizia sulle rovine, quelle di Troia e non fa altro che smantellare ciò che crediamo di volere e di provare mentre siamo seduti sulle nostre, di rovine.

La paura, innanzitutto. Soffre, Enea, soffre in ogni suo gesto, eppure sembra immune al ricatto dell’angoscia. Là dove noi restiamo sgomenti – più che giustamente – lui passa oltre e non smette di avanzare. Piange moltissimo, ma alla paura risponde sempre con l’audacia. Non si sottrae al dovere di guardare in faccia realtà raccapriccianti. Non esita a dare un nome a ciò che fino a poco fa era a tutti ignoto. A fronteggiare fenomeni mai vissuti da nessuno. Enea pensa. Cataloga, si sforza di comprendere. Ricompone il magma indefinito del caos con il rigore della razionalità.

Proprio per questo, a prima vista Enea appare così detestabile. Come noi non sa cosa fare, eppure lo fa. Come noi non sa da che parte cominciare, ma nel dubbio comincia. È irritante, è vero, perché non fa che ricordarci l’urgenza di continuare. Per di più, Enea non corrisponde affatto allo stinto prototipo dell’uomo forte. Non comanda niente, se non un manipolo di disgraziati come lui.

Non è neppure tanto forte, nel suo viaggio da Troia al Lazio non fa altro che inciampare. È solo, in viaggio con un padre e un figlio a carico e i Penati, dunque la sua cultura, in tasca. Alla distruzione risponde: ricostruzione. Questa è la sua lezione.

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