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Tony Judt L'età dell'oblio Sulle rimozioni del '900 |
| il Riformista - giovedì 18 giugno 2009 | |
| Le celebrazioni e la storia ridotta in pillole (politiche) | |
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Ma non funziona. Non si tratta infatti di un vero e dialettico rapporto con il passato, di un vero bilancio del secolo tremendo che abbiamo alle spalle: lo spiega lo storico americano Tony Judt in un volume, "L'età dell'oblio" (Laterza), che mette in discussione proprio quello che sembra essere diventato un dogma della nostra società, l'attenzione al passato, l'uso del ricordo. Proprio mentre nelle città si moltiplicano i musei della memoria, in genere dedicati a qualche gruppo di vittime della Seconda guerra mondiale, i musei della Shoah, i musei dell'emigrazione, i monumenti per i caduti dove vengono celebrate annualmente cerimonie per ricordare l'episodio a cui sono legati, i "patrimoni dell'umanità", mentre quasi tutti gli studenti europei hanno fatto una gita scolastica ad Auschwitz, Judt lancia la sua provocazione: «Non abbiamo fatto in tempo a lasciarci alle spalle il Ventesimo secolo, che i suoi dissidi e i suoi dogmi, i suoi ideali e le sue paure stanno già scivolando nell'oblio. Invocate continuamente come "lezioni", in realtà queste vengono ignorate e non insegnate». Il ricordo è evocato infatti in modo straordinariamente selettivo, scegliendo episodi e luoghi di carattere nostalgico trionfalista, appunto come lo sbarco in Normandia, oppure casi di sofferenza scelti per ricordare un certo tipo di lezione politica, come i campi di sterminio nazista. Ma si tratta di elementi non connessi tra loro, perché manca un'interpretazione comune che si faccia fondamento della nostra identità, come in passato facevano le storie nazionali insegnate nelle scuole, che almeno avevano il merito di fornire alla nazione i riferimenti del passato utili a vivere il presente. La storia tradizionale che si insegnava nelle scuole ― continua Judt ― «dava un significato al presente riallacciandosi al passato», mentre oggi cerchiamo di fare proprio il contrario: il passato assume significato solo se si riferisce alle inquietudini del presente, spesso contraddittorie fra loro. La ragione di questa incapacità di riallacciarsi al passato per leggere il presente la possiamo trovare nella velocità impressionante con cui avvengono i cambiamenti, o anche nel loro effetto di profondo sconvolgimento: il crollo del comunismo del 1989 ha cambiato il mondo, e non è stato ancora del tutto compreso. Soprattutto non è stato compreso e tematizzato un tema che sembra irrimediabilmente passato di moda, cioè il ruolo degli intellettuali. Perché le ideologie, che ci sembrano ormai morte, hanno lasciato un tale eco di ricordi sanguinosi che oggi risulta difficile credere che il marxismo fosse indiscutibilmente il riferimento ideologico convenzionale della sinistra intellettuale. Anche perché ― scrive Judt ― è veramente un problema trasmettere a una generazione più giovane «cosa esso incarnava e per quale motivo suscitava sentimenti appassionati e così contrastanti». Gli ideali del passato, quindi, diventano incomprensibili, così come le "guerre culturali" del Ventesimo secolo, ma nel nostro frettoloso accantonare le promesse mancate e i falsi profeti del passato, «abbiamo sottovalutato ― o semplicemente dimenticato ― troppo velocemente il fascino che esercitavano». Forse il cambiamento non è stato così radicale, forse il nostro nuovo culto del settore privato e del mercato, che è venuto a sostituire quello per la "proprietà pubblica" e la "pianificazione", è solo un trasferimento della fede sostenuta dalla generazione precedente, una nuova forma di venerazione della necessità economica che stava alla base del marxismo. Davvero possiamo pensare che gli errori non si ripeteranno, che quello che è rimasto della pace, della democrazia e del libero mercato durerà a lungo? Judt ne dubita, e ricorda le somiglianze fra la nostra situazione attuale e i decenni precedenti alla Prima guerra mondiale, quando si pensava, almeno nei Paesi anglosassoni, di essere sulla soglia di un'epoca senza eguali di pace e prosperità illimitata. Superbe illusioni di un mondo sull'orlo della catastrofe che dovrebbero impensierirci, e farci tornare a interessarci alla storia. Ma non a quella in pillole delle celebrazioni, bensì a una riflessione storica che ci aiuti a capire il presente. | |
Lucetta Scaraffia | |
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