109 ANNI DI CULTURA

Luciano Canfora
La natura del potere
Entriamo in argomento


L’idea che ‘il potere’ stia, da qualche parte, remoto, invisibile, inattingibile ma influentissimo, e quella, opposta, secondo cui esso è, invece, incarnato dai quotidianamente visibili e imperversanti ‘potenti’ (che ogni giorno ci ricordano, o forse ci rinfacciano, di averli eletti) hanno, ancorché contrastanti, entrambe larga diffusione. E curiosamente vengono fatte proprie, non di rado, dalle medesime persone, magari in momenti diversi ma neanche tanto distanti. Curiosa ma indicativa oscillazione tra diagnosi opposte, eppur credute entrambe vere.

Il reiterato rito elettorale può essere considerato, in questa ricerca, un buon indicatore. Nei paesi dove si reca alle urne non più che la metà del corpo elettorale (gli Stati Uniti d’America) o anche meno della metà (Confederazione elvetica) sembra che prevalga la prima diagnosi. Si può arguire, infatti, che una così massiccia sfiducia nello strumento elettorale nasca, in paesi così acculturati, dalla maturata convinzione che vano sia, e nella sostanza inefficace, il voto, l’armamentario elettorale, in quanto il vero potere sarebbe altrove, alieno dall’esporsi al suffragio degli elettori (preferendo, come disse anni addietro un autorevole banchiere, il «suffragio dei mercati»). Nei paesi dove, al contrario, le percentuali dei votanti sono altissime (ma meglio sarebbe dire, ‘sono state’), vigoreggia, a quanto pare, il convincimento contrario. E in effetti, nei paesi dove ancora gli schieramenti in lotta dicono di propugnare concezioni contrapposte intorno all’assetto economico-sociale, le percentuali dei votanti continuano a essere tra le più elevate. Dove invece lo sforzo oratorio del personale politico è volto a proclamare la fine delle contrapposizioni basilari e la sostanziale concordia sulle ‘questioni decisive’, la voglia di votare diminuisce e l’assenteismo aumenta vistosamente. La crescente convinzione, tra i cittadini, dell’irrilevanza dell’esito elettorale potrebbe dunque discendere dalla convinzione che il personale eletto, quale che sia, non introdurrebbe cambiamenti; potrebbe cioè avere come presupposto – più o meno consapevole – che il potere stia altrove, al riparo dalle increspature quotidiane e rumorose della ‘politica’. A una diagnosi del genere si può giungere in base a ragionamenti e a studi, ovvero istintivamente, sospinti dalla empirica delusione della quotidianità. Difficile credere infatti che l’enorme massa dei non-votanti, per esempio negli Stati Uniti d’America, approdi a tale scelta perché capillarmente influenzata dalla assidua frequentazione del pensiero ‘elitistico’, pensiero che – come si sa – pone l’accento sul sostanziale potere di élites non esposte al logoramento elettorale. È preferibile pensare, piuttosto, che gruppi intellettuali o comunque bene acculturati, per un verso, e, per l’altro, masse che nemmeno si pongono il problema di andare a ritirare il certificato elettorale (in Usa esso non raggiunge l’elettore ma dev’essere raggiunto) si mescolino e si intreccino. Sintomatico in tal senso un passaggio di un celebre film di successo (Frantic di Roman Polanski, 1988), dove il protagonista, professore universitario statunitense in trasferta a Parigi per un congresso scientifico, rivolgendosi all’ambasciata del suo paese onde tentare di far luce sul rapimento della propria consorte, dichiara come credenziale positiva, al funzionario d’ambasciata: «Noi non andiamo neanche a votare!».

Ovviamente c’è anche l’altra parte del paese – e in questo caso si tratta del paese forse più nevralgico dell’intero pianeta – che si mobilita e ‘crede’: crede di imprimere un indirizzo al ‘potere’ cambiando (o confermando) gli uomini ‘visibili’. Ma si tratta pur sempre di minoranze, minoranze attive e politicizzate, messe in moto da macchine di partito: e soprattutto attente al dosaggio paralizzante tra conservazione e cambiamento. Lo si è visto ancora di recente. Un candidato-presidente che eccita entusiasmo deve essere controbilanciato, se vuol vincere, da un vice-candidato alquanto conservatore al fine, si dice, di rassicurare gli elettori moderati. Il che porta a concludere che chi eccita entusiasmo, e chiede consenso, lo chiede, al tempo stesso, per cambiare e per non cambiare. Insomma, anche da esperienze a prima vista di segno contrario sembra venir fuori una indiretta conferma della diffusa consapevolezza che il potere è altrove e che soprattutto a questo ‘altrove’, in ultima istanza, giovani o non giovani, spigliati o compassati, si debba dar conto.

Concordano in tal senso due scrittori politici molto diversi, che scrivono a distanza di trent’anni l’uno dall’altro in momenti storici molto significativi: l’uno, Benjamin Constant, all’indomani della chiusura – all’apparenza fallimentare e in perdita – del ciclo Rivoluzione-Impero, di cui egli stesso era stato disinvoltamente partecipe; l’altro, Karl Marx, alla vigilia della nuova deflagrazione rivoluzionaria, quella del 1848. L’uno nel momento in cui più si fa strada, ed è considerata senso comune, anche tra chi ne fu parte, la ‘nausea’ per la ‘rivoluzione’; l’altro nel momento, non breve, in cui la urgente necessità di cambiare assillava, o almeno lambiva, persino la testa coronata del pontefice romano.

Scrive infatti Constant nel celebre discorso all’Athénée Royal di Parigi (1819) sulla libertà dei moderni contrapposta a quella degli ‘antichi’, a significare l’inutilità, oltre che nocività, di ogni tentativo di intaccare il potere: «Il denaro sarebbe l’arma più pericolosa del dispotismo, secondo un autore francese. Ma – obietta – è in pari tempo il suo freno più efficace». Quindi precisa meglio l’oggetto della sua riflessione e dal generico «denaro» passa al più pertinente «crédit», cioè il potere bancario. E subito formula una osservazione assai pertinente e moderna sulle dinamiche economiche: «le crédit est soumis à l’opinion». Come dire: c’è un elemento fondamentale, non economico, del potere bancario, ed è la credibilità, la convinzione diffusa della affidabilità, aspetto non secondario del potere. Segue la sintesi ancora più efficace: «la forza è inutile, il denaro si nasconde o fugge [se cache ou s’enfuit]». E se – incalza Constant – nelle realtà politico-statali antiche «i governi erano più forti dei privati» (peraltro poche pagine prima aveva elogiato la ‘modernità’ di Atene a causa del fenomeno della fuga dei capitali durante la guerra contro Sparta), «oggi dovunque i privati sono più forti del potere politico». Dopo di che il pensatore simbolo del liberalismo si lascia andare a una sorta di inno alla ricchezza, che non manca di un qualche lirismo: «La ricchezza è una forza [puissance] più disponibile ad ogni istante, più applicabile ad ogni genere di interessi, e perciò di gran lunga più reale [bien plus réelle: s’intende del potere politico]». E soggiunge: «e meglio obbedita!». Infatti, spiega: «il potere minaccia, la ricchezza ricompensa; si sfugge al potere ingannandolo, per ottenere i favori della ricchezza invece bisogna servirla [sic: il faut la servir]». E conclude: «Celle-ci doit l’emporter», «È la ricchezza che deve avere la meglio». Un vero parlar chiaro.

Nel primo capitolo del Manifesto del partito comunista, scritto, insieme con Engels, nei primi del 1848, Marx, avanti di lanciarsi in una straordinaria esaltazione del «ruolo rivoluzionario» svolto «nella storia» dalla «borghesia» (e per «borghesia», chiosava Engels in una nota all’edizione inglese del 1888, si deve intendere «la classe dei moderni proprietari dei mezzi sociali di produzione») riassume in breve il cammino che ha portato la «borghesia» da «terzo stato con obblighi fiscali sotto la monarchia» a ceto dominante. E approda alla famosissima formula: «Il potere politico dello Stato moderno [die moderne Staatsgewalt] è soltanto un comitato che amministra gli affari della classe borghese nel suo complesso». La formula è combattiva e prelude, in certo senso, alle misure – indicate poco dopo – da attuarsi con la imminente (nella illusione dei due autori) presa del potere da parte del «proletariato». Misure che essi definiscono «interventi dispotici contro il diritto di proprietà» e miranti, attraverso la conquistata «supremazia politica», a «strappare alla borghesia tutto il capitale». Per i «paesi più progrediti» i due elencano dieci misure da attuarsi subito: la prima è l’«espropriazione della proprietà fondiaria», la seconda è l’«imposta fortemente progressiva», la terza l’eliminazione del diritto di eredità, segue la «centralizzazione del credito mediante una banca nazionale con monopolio esclusivo» e solo al settimo posto finalmente viene previsto l’«aumento delle fabbriche nazionali» (dunque non ancora la abolizione dell’industria privata bensì il suo ridimensionamento grazie alla creazione di un concorrente reputato irresistibile, cioè le aziende statali). Tutto ciò è, beninteso, un primo passo («in un primo tempo»), poi si intravede, in fondo alla strada, l’abrogazione delle classi, «il libero sviluppo di ciascuno» etc. Ma per tenerci a quello che i due autori credevano fosse l’‘oggi’ o l’immediato ‘domani’, importa rilevare che la diagnosi di partenza è che il potere sta nelle mani dei ‘padroni del vapore’ – per dirla con Ernesto Rossi – e che però solo con l’attuazione drastica di «interventi dispotici contro il diritto di proprietà» tale potere passerà alla nuova classe dominante.

La quale – ciò è reputato dagli autori quasi un dato ovvio e scontato – conquisterà il potere politico per attuare tale programma grazie al «suffragio universale», o, come essi dicono, con la «conquista della democrazia» (la frase ricorre subito prima dell’elenco delle dieci misure urgenti). E il teorema si salda con una definizione conclusiva: «il potere politico in senso proprio è il potere organizzato di una classe in vista dell’oppressione di un’altra» (fine del capitolo II).

Ma qualcosa non ha funzionato. Il suffragio universale, alla fine conquistato (dove prima, dove poi, in Italia dopo quasi tutti) ha più e più volte deluso chi lo aveva propugnato, ha mancato i previsti effetti che si sono ora ricordati. Le urne sono divenute – al contrario – lo strumento di legittimazione di equilibri, di ceti, di personale politico quasi immutabile, non importa quanto diversificato e come diviso al proprio interno.

Chi però, retrospettivamente, riconsideri i 160 anni di storia che ci separano dal 1848, non può non rilevare il ciclico riaffacciarsi, quasi a ogni tornante, quasi a ogni «dura lezione della storia», della domanda: e se il vero potere fosse altrove? Non a caso ritorna con forza la formula del ‘doppio Stato’. E se avesse detto crudamente il vero il già bonapartista, poi liberale, Constant? O la compenetrazione tra le due sfere – potere visibile e potere remoto – trova alla fine il suo (imprevisto) inveramento nella pervasiva corruzione della politica, sospinta gagliardamente sul terreno ‘affaristico’? Ma è poi fenomeno sì nuovo?

Di questo, caro lettore, vorremmo discorrere nelle pagine che seguono.












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