109 ANNI DI CULTURA

Addis Saba, Cristiana di San Marzano, Elena Doni, Paola Gaglianone, Claudia Galimberti, Elena Gianini Belotti, Lia Levi, Dacia Maraini, Maria Serena Palieri, Francesca Sancin, Mirella Serri, Simona Tagliaventi, Chiara Valentini
Amorosi assassini
Storie di violenze sulle donne

Introduzione

È la punta di un iceberg quella che emerge nelle pagine di questo libro. Abbiamo raccolto, in ordine cronologico, circa trecento casi di violenza inflitta a donne da mano maschile, avvenuti in Italia nel corso di un anno, il 2006. Quello che abbiamo selezionato è solo un campionario di vicende, per motivi diversi, particolarmente rappresentative. Si tratta di casi accomunati da due caratteristiche: primo, essi sono diventati pubblici, ne hanno scritto, cioè, agenzie di stampa e giornali; secondo, se ciò è successo è perché erano delitti per i quali vigeva, per il magistrato, la procedibilità d’ufficio, oppure perché essi sono stati denunciati dalle vittime. Insomma: si tratta di omicidi o tentati omicidi, oppure si tratta di stupri o di tentativi di stupro o, ancora, di aggressioni o violenze d’altro genere. Ed ecco che l’iceberg, oltre questa punta, sotto i nostri occhi comincia ad allargarsi. Per ogni stupro o aggressione denunciati, per ogni omicidio scoperto, quante violenze contro le donne rimangono coperte dal silenzio?

Il non detto e il buio sono condizioni che non permettono quantificazioni aritmetiche certe. Si sa che nel 2006 sono state 112 le donne uccise da un marito, un fidanzato o un ex, vittime cioè di un «amore criminale», come diceva il titolo di una bella trasmissione di Rai Tre. Mentre nel nostro paese diminuisce il numero generale degli omicidi, aumentano quelli di cui sono vittime le donne. Il ministero dell’Interno ha registrato, poi, negli stessi dodici mesi, 4500 denunce per violenze, abusi, aggressioni, sporte da donne a polizia e carabinieri. E la più recente e approfondita ricerca in proposito condotta in Italia, quella elaborata dall’Istat, durata ben cinque anni e presentata il 21 febbraio 2007 a Palazzo Chigi, basata su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni, ha dato un risultato agghiacciante: in Italia il 91,6% degli stupri non viene denunciato; la percentuale cresce quando si parla di aggressioni non sessuali: passa sotto silenzio il 96% delle ingiurie fisiche subite, per mano maschile, dalle donne.

Facciamo un po’ i conti: intorno a quel 6%, in media, di aggressioni che arrivano agli onori delle cronache c’è un mare immenso di violenze delle quali non si sa niente. Accorpando abusi sessuali e aggressioni fisiche: «Negli ultimi 12 mesi il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1 milione e 150 mila», si legge nell’indagine Istat. Ma non è finita, l’iceberg cresce e si allarga ancora, perché la violenza non è solo fisica. Violenza sono le molestie sessuali nei luoghi di lavoro così come lo stalking, cioè la persecuzione ossessiva. E la violenza è anche psicologica: quell’uso sistematico di ingiurie, deprezzamenti, intimidazione, che costituisce, all’interno di un rapporto di coppia, uno degli ingredienti classici del maltrattamento.

Ma perché noi autrici, questo libro, abbiamo voluto scriverlo? Perché, ragionando tra noi, a un certo punto ci siamo rese conto che in Italia, più che nel resto del mondo ricco e democratico, è in corso, inavvertito, un cortocircuito.

Negli anni a cavallo tra la fine dei Sessanta e i Settanta si è svolta la grande guerra di liberazione, quel femminismo che – ha detto qualcuno – è l’unica rivoluzione che il Novecento ha potuto consegnare, senza necessità di abiure, al nuovo secolo. Ed è anche a partire dalla sua pressione che, a cominciare dagli anni Settanta, nel nostro paese è cominciata la produzione di leggi che danno corpo all’articolo 3 della Costituzione e sanciscono o promuovono una parità effettiva tra i sessi: divorzio, tutela delle ragazze madri, consultori familiari, riforma del diritto di famiglia, pari condizioni sul lavoro, interruzione volontaria di gravidanza, violenza sessuale.

Trent’anni dopo, le leggi le abbiamo, se non tutte, quasi: ma nel paese reale qualcosa di oscuro sta avvenendo. È in corso un fenomeno che non è un azzardo affermare abbia due facce. La prima è quella luminosa che ci ipnotizza ogni sera: il modello femminile che, di varietà in talk show in serial, ci impone la tv, il medium ancora più popolare e più pervasivo. È un modello che sui nostri schermi va peggiorando, anziché migliorare, e in questo non esistono differenze tra tv pubblica e tv commerciale. Giovani e giovanissime, più nude che coperte, ruotanti come girasoli intorno a un maschio, che sia il conduttore o il marito da conquistare, ignoranti e oche: queste sono le italiane-tipo che ci propone la tv. Quale rapporto hanno con le italiane vere? Scarso. Visto che – per dirne una – quella guerra degli anni Settanta sulla scolarizzazione ha inciso, eccome. Un dato particolare, ma più eloquente di altri più generali, è questo: negli anni Novanta le ragazze calabresi si sono affermate come «i» cittadini più scolarizzati dell’Unione Europea.

Però la televisione è un’agenzia formativa anche più potente della famiglia e della scuola. E allora nascono due interrogativi: primo, perché la tv, con ossessiva insistenza, scolpisce sempre più al peggio l’icona della donna italiana? Secondo, quello stereotipo come lavora nell’inconscio di chi – spettatore di sesso maschile o femminile – la tv la guarda?

Sono interrogativi che potrebbero estendersi ad altri luoghi dove, su scala industriale, si costruisce il modello femminile: la moda, per esempio, che dagli anni Ottanta ha imposto un’idea di donna costretta a essere sempre adolescente, esageratamente aggressiva quanto a sex appeal o, per converso, svestita come se uscisse da un’aggressione.

Il conflitto di genere, antico come la nostra civiltà – la prima traccia culturale è in Aristofane –, ha un andamento carsico: ciclicamente affiora, ciclicamente s’inabissa. Ora la parità, in Italia, è giuridicamente sancita. Però il conflitto sembra essersi spostato su altri piani, depotenziando indirettamente la portata della stessa parità.

Sul piano simbolico, l’immaginario viene colonizzato da «veline» e «letterine» che sembrano costruite diligentemente per contrasto sull’idea di sé elaborata dal femminismo. Sul terreno concreto, non si dà seguito a quelle leggi conquistate dagli anni Settanta, non si dà, cioè, «materialità» al dettato della Costituzione. Per esempio, in materia di servizi sociali alla famiglia. Ne è una spia il fatto che l’Italia è il paese dove la natalità è ferma «sottozero» (1,3 figli per coppia) da più tempo, cioè da più di vent’anni. Complice una cultura che tradizionalmente non prevede una vera spartizione del lavoro di cura tra padri e madri.

L’altra faccia del fenomeno in corso nel nostro paese è buia. È, appunto, il continente che esploriamo in queste pagine. Non è la violenza simulata dagli stilisti e dai pubblicitari, ma quella vera che di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, si consuma: uomini che picchiano, feriscono, uccidono, stuprano. La violenza contro le donne – comunque essa si declini – è la conseguenza dello stato delle relazioni tra i due sessi. E questi uomini, viene spontaneo pensarlo, non sono più i patriarchi sicuri di se stessi e del brutale diritto che esercitavano nell’Italia dell’altro ieri, contadina e arcaica. Sono uomini che reagiscono in questo modo a un potere che sfugge. La maggioranza degli omicidi è per mano di coniugi o fidanzati, oppure di ex. Ma, anche quando la vittima non è, concretamente, la moglie o l’amante o la ragazza, spesso – nei casi di stupro – s’intravede uno sfondo vendicativo di rivalsa. È una mattanza sottotraccia, che chiede di essere esaminata nel suo complesso. Appunto ciò che vuol fare questo libro.

La faccia per bene dei giovani torturatori: leggi l'articolo di Dacia Maraini sul Corriere della Sera












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